CONTRO L’UNIVERSO

Merlino ebbe un fremito. Aveva solo 18 anni. Era un mago giovane, il suo potere non era ancora forte come lo avrebbero ricordato le leggende, ma la sua sensibilità era già perfettamente formata e da un anno ormai aveva ricevuto l’illuminazione di Ermete. Merlino non sapeva cosa fosse successo, ma quando Morgana compì un anno, senza poterne fare a meno, lasciò la ragazza a cui si era legato. Aveva sentito per la seconda volta quella sensazione forte e non riusciva più a far finta di non sentirla.
Passarono gli anni e Merlino divenne Merlino. Così lo chiamavano, poiché era nato a Myriddin. Nessuno ormai si ricordava il suo vero nome, nessuno più si ricordava di Martin, il ragazzo della campagna del Galles.
Merlino era un grande mago, con una piccola scuola a Camelot, e il destino diceva che sarebbe stato il mentore del re.
Artù aveva sedici anni, ed aveva appena estratto la spada davanti allo stupore della folla. Merlino aveva capito, e lo aveva preso sotto la sua protezione. Con un senso di dovere, di speranza, ma anche con una forte paura nascosta da qualche parte. Artù era forte. Troppo forte per potersi controllare. Merlino lo ammise tra i suoi discepoli, tra cui già sedeva da pochi mesi la curiosa Morgana.
Merlino non aveva idea di cosa Morgana fosse per lui. Un po’ perché aveva molti discepoli e un po’ perché forse aveva così tanta paura di ammettere quello che aveva davanti e poi, forse, ci teneva anche al suo status di mago rispettato e temuto: non voleva farsi in nessun modo vedere debole dai suoi allievi. Nemmeno da Morgana. Tanto meno da Morgana. Perché, anche se non aveva ammesso cosa fosse quel legame, che quella donna avesse con lui un contatto diverso dagli altri non riusciva a negarlo a sé stesso. Era troppo evidente, troppo forte, troppo grande. L’unica cosa che Merlino riusciva a fare era non chiamare quel vincolo “amore”. Ma neppure gli riusciva negarlo. Si limitava a pensare ad altro. A non concentrarcisi troppo.
E poi aveva già visto il destino di tutti i suoi allievi. Sapeva cosa sarebbe successo. Morgana lo adorava, ma avrebbe amato Artù. Gli avrebbe dato un figlio, Modred, e poi Artù l’avrebbe tradita sposando Ginevra. Morgana, infuriata, avrebbe insegnato le arti più oscure a Modred. Poi Ginevra, per contrappasso, avrebbe tradito il sovrano con Lancillotto. E quando Artù fosse stato debole per la perdita del suo vero amore, Modred sarebbe tornato da lui e lo avrebbe ucciso. Morgana a quel punto ne avrebbe avuto pietà e lo avrebbe portato ad Avalon, il reame mistico, dove la ferita mortale di Artù sarebbe sanguinata per sempre ma senza ucciderlo. Un finale reso peggiore della morte stessa da una grande pietà usata al momento sbagliato e nel modo peggiore. Una pietà più crudele e tagliente di qualsiasi lama.
Merlino tutte queste cose le vedeva e le sapeva. E quindi si diceva che avrebbe ingannato la profezia, lui, perché sapendo tutto, non si sarebbe lasciato spezzare il cuore. Non si sarebbe innamorato, lui. E, per il resto, che facessero ognuno quel che volevano. Era il loro maestro, non Dio. Non era compito suo immischiarsi nelle profezie. Ma Merlino ancora non sapeva che l’amore, quando lo c’è, c’è anche se ti sforzi di negarlo, di non provarlo. L’amore, quando c’è, se ne sta lì. Non ha fretta. Tu puoi fare quello che vuoi. Ma, finché non lo riconosci e non ti sottometti a lui, non potrai fare altro che soffrire.
Così un giorno, due anni dopo, Morgana usò le sue arti magiche per irretire Artù, perché Artù era bello, perché Artù era l’uomo che tutte volevano e Morgana, beh, era abbastanza forte da prenderselo. E Artù non la fermò con gli scudi che gli aveva insegnato Merlino. Perché Morgana era un sogno in terra e poteva essere sua… Potere è dovere. Chi resiste alla torta quando nessun lo vede e può prenderne un pezzo? Pochi. Molto pochi di noi.
Merlino li aveva informati della profezia. Gli aveva detto di stare attenti. Gli aveva detto che su questa cosa avrebbero dovuto impegnare tutte le loro energie perché lui non si poteva intromettere in una profezia. Ma Artù aveva ricevuto la bellezza dalla natura, e Morgana era irresistibile, per indole e magia.
Merlino non si dava pace. Si chiedeva dove aveva sbagliato. L’amore che aveva represso ora lo sentiva tutto mentre Morgana ed Artù correvano nei prati. Era un amante abbandonato dall’unica donna che poteva capirlo, per passioni, interessi, intenzioni e emozioni. E allo stesso tempo era un mago sciocco, perché non aveva fermato la valanga della profezia. E allo stesso tempo era un maestro inutile, perché aveva mandato i suoi discepoli verso morte certa e certa disperazione.
Poi un giorno Morgana bussò alla sua porta. Mentre da giorni non mangiava, non studiava e non dormiva. Lo trovò accasciato come un panno sulla sedia di legno degli ospiti, lontano dalla scrivania, che guardava nel vuoto. Non aveva neppure quarant’anni ma era già morto. Lei gli salì in braccio e delicatamente iniziò a baciargli il volto. Piano piano la fronte, le guance, e poi la bocca appassionatamente. Lui reagì come un amante, ma gli pareva irreale, forse un’allucinazione… Poi aprì gli occhi e la vide davvero. L’abbracciò e pianse. Pianse come con un naufrago che bacia terra dopo mesi. Pianse come un guerriero che non piange mai quando vede tornare dalla guerra un figlio per cui aveva ormai perso le speranze.

– Morgana, che fai, che succede?
– Ti amo Merlino. E ti ho sempre amato. Tra di noi c’è amore. Amore vero. Dobbiamo sottometterci ed essere felici. Basta con tutto il resto. Basta.
– E Artù?
– Artù è bello, nobile e coraggioso. Ma non ci capiamo. Noi siamo noi. Lui è lui.
– Allora alla fine ci sono riuscito, ho fermato la profezia oppure almeno sono stato un maestro bravo abbastanza da fare in modo che la fermaste voi! Che gioia!
– No Merlino – disse Morgana ancora in braccio a lui continuando a baciarlo e a tenerlo stretto – Tu sei stato un pessimo mago perché non ti sei contrapposto alla profezia, e sei stato un pessimo maestro perché non hai protetto i tuoi discepoli. Ti sei comportato così perché sei stato debole e vigliacco. Sei un uomo fortunato, ecco cosa sei. Sei stato sempre un buon mago e un buon mestro. Questa volta no. Questa volta sono stata brava io. Molto brava.
– Ma allora… Allora io non posso meritare…
– No Merlino, ci meritiamo sempre tutto quello che succede. E tu ti sei meritato questo. Ti sei meritato il dolore. Ma non eri così cattivo da meritarne ancora. E vivrai sempre con la consapevolezza che la profezia aveva ragione su un punto: Morgana è stata più forte di te. Da ora in poi mi dovrai la vita come io la devo te in quanto discepola. Avevamo un debito. Ora siamo pari. Possiamo essere una coppia equilibrata.
– Ma… come hai fatto a fermare la profezia, tu da sola e così giovane?
– Libero arbitrio, Merlino… Semplice libero arbitrio. Le profezie non dicono chi siamo, ma chi rischiamo di essere. E io, ho scelto un altro mondo. Vuoi venire tu a viverlo con me?
– Sì, lo voglio.
– Allora da oggi in poi sappi che non ti chiamerò più maestro, ma amore. E sarò ancora tua. Sarò tua, solo tua, completamente tua e tua per sempre. Come e più di prima. Ma adesso anche tu lo sarai per me. Lo vuoi?

Merlino e Morgana si guardarono, strinsero la pietra delle promesse, e furono felici.
Artù conobbe Ginevra. Si amarono, ebbero figli felici. E siccome Artù non aveva mai tradito Morgana, Ginevra non lo tradì e il reame di Camelot non fu mai abbattuto. Il figlio del male non nacque, al suo posto ci furono figli sorridenti che giocavano insieme ed Avalon non ebbe mai il suo ospite ferito.
Ci sono infiniti mondi, cari lettori, e in molti di essi la profezia si è avverata. Morgana è una strega, Merlino un mago infelice che ha dedicato troppo tempo allo studio raggiungendo una potenza che nessun mortale dovrebbe conoscere, Artù è un re forte e infelice, che porta il regno alla rovina suo malgrado.
Ma voglio che sappiate che in infiniti mondi, ve ne sono anche tanti in cui il destino ha vinto sulla profezia, ed esiste anche questo. Un mondo in cui Morgana è la maga più alta. Non sconfisse draghi ma l’intero universo. Un mondo in cui i poemi ne narrano le gesta. Non più strega ma fata, la fata Morgana.

Guido G. Gattai

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