La sporca storia di Sofia – capitolo 03

Sofia - 03Arrivammo a casa sua. Non averei mai creduto fosse possibile. Non tanto nel senso che non pensavo di riuscire a infilarmi a casa sua. Proprio nel semplice senso che non pensavo quella donna potesse avere una casa. Pensavo nemmeno dormisse. Che fosse tipo una bambola parlante che il bar aveva comprato e teneva lì sullo sgabello per intrattenere i clienti con discorsi imbecilli e farli bere tutta la notte sperando d’ingropparsela.
Aveva una casa strana. Ovviamente. Almeno quello. Era in un quartiere popolare, una soffitta senza campanello arrampicata in cima al più alto di quei fottuti grattacieli grigi. Sarà stata un 30-40 metri quadri, ma con una terrazza grande almeno altrettanto. Inutilizzabile d’inverno per il freddo e d’estate per il caldo. Nelle mezze stagioni? Chiesi. Ventosa da schifo. Dentro la casa era elegante, di un’eleganza da scoppiati: pantaloni strappati e riusati come porta oggetti, barattoli vuoti al posto dei bicchieri, scatole da scarpe squartate riciclate per incorniciare quadri dalle voglie surrealiste e fotografie che non si capiva bene che stracazzo fotografassero. Nel complesso bella, l’ho detto. Ma non avrei saputo dire perché.

– Grazie di avermi accompagnata a casa, gira certa gente… Ma Giulia non sarà gelosa che non torni? Ti faccio un té?
– Il giorno che Giulia è gelosa io sono una foca monaca. Proprio un té? Non ce l’hai una birra o un whisky…

Mi guardò smarrita.

– Ho un ginger, forse…
– Fuck!
– Cosa?
– Un… Un colpo di tosse. Scusa. Un ginger va benissimo. Ma poi vedi un po’ tu, semmai un té va benissimo. Immagino tu usi zucchero di canna… – provai un tocco di cultura.
– No no, niente zucchero.. – mi sorrise – È un té verde giapponese, amaro e depurativo, non lo rovinerei mai con zucchero o altre porcherie…

Trasalii. Nessuna scopata valeva questo.
Pensai a varie strategie di fuga, ma non volevo offenderla, mi sentii improvvisamente in trappola. Mondo merda.

– Ci vuoi due pasticcini col té?

Questa era già una proposta più interessante.

– In effetti è un bel po’ che non mangio niente. Sto andando avanti a alcool e tranquillanti.
– Un’insalata?
– Niente di più sostanzioso?
– Non so… – si fece pensierosa, poi s’illuminò come una lampadina – Ho dell’humus! Ce ne dev’essere ancora mezzo barattolo. Non ho la piadina e il pane è seccoo, però dovrei avere dei crackers, ne ho sempre un pacco, ora dovrebbero essere da qualche parte…
– Ma guarda non ti stare a sbattere, basta anche un pacchetto di wurstellini, un pezzo di formaggio… Sai, giusto per.
– Ha ma io non ho di quella roba… E poi ti fa anche male sai? Ecco qui!

Mi mise davanti questa cazzo di crema marrone in una terrina e dei crackers.

– Ti taglio anche due carotine?

Trasalii.

– Ma sei anche vegetariana? – chiesi cercando di nascondere il mio disprezzo e il livello crescente del mio terrore.
– Certo! Anche Pitagora lo era, lo sapevi?
– E perché? – chiesi con un sorriso beffardo che rinunciava ormai ad ogni contegno.
– Io o Pitagora?
– Che vuoi dire?
– Vuoi le mie ragioni o quelle di Pitagora?
– Volevo le tue ma ora che me lo chiedi.. Come vaceva Pitagora a essere erbivoro? Voglio dire… Pensavo fosse un filosofo, quindi saggio.

Avevo trovato la mia via di fuga: l’avrei presa in giro fino a farla sentire così male che mi avrebbe buttato fuori.
Ma la maledetta non si scompose.

– Beh, lui credeva in tante cose strane. Per esempio non mangiava le fave. Io invece le adoro, hai mai provato il falafel di fave?

Sembrava non cogliere il doppio senso. Aspettai che lo cogliesse. Non lo colse. E continuò.

– Comunque la cosa determinante penso fosse la metempsicosi. Voglio dire: se credi nella metempsicosi non puoi mica mangiare gli animali, no?
– Che è, un gruppo rock?
– Ma no, dai! Davvero non lo sai?
– Ma certo che non lo so! – scoppiai a ridere – Sarà una roba che conoscete in due o tre massimo.
– Sarebbe come… Sai quando uno muore e poi il suo spirito si ritrova nel corpo di un altro essere vivente?
– La reincarnazione!
– Eh, tipo!
– Ma non è roba da orientali?
– Si, anche. Ma Pitagora ci credeva, e quindi non poteva mica di rischiare di mangiare tipo suo nonno o suo zio, no?
– Sarà anche ma a me sembra una scemata-
– Allora sei d’accordo con Senofane. Anche lui criticava la Metempsicosi. Però stai attento perché Senofane non era mica un filosofo, scriveva commedie. E non era mai d’accordo con nessuno.
– Mi sta già simpatico.
– Pitagora riprendeva l’orfismo, quindi stava ametà tra un filosofo e un sacerdote. Credeva che le anime trasmigrassero da un corpo ad un altro fino alla loro completa purificazione, la catarsi.
– E allora com’è che di esseri umani ce ne sono sempre di più invece che sempre di meno?
– Forse invece che purificarci ci comportiamo sempre peggio, e allora a ognuno di noi ha bisogno di sempre più vite per rimediare.
– Che triste. Questo lo diceva Pitagora?
– No, ma vedi mai. Magari è così. – disse dando un morso distratto a una carotina.

Quella immonda pappa vegeticola non mi ispirava affato, ma la fame chimica mi stava divorando. Addentai. E come tutti gli affamati la trovai buonissima.

– Con che la fai ‘sta roba?

– Ceci. Fondamentalmente ceci. Ma anche sesamo, cumino, limone, sale, pepe…

– Si fa mangiare, sai?

– Grazie. – disse d’istinto, poi s’insospettì – Era un complimento?

– Mi sa.

– Allora grazie.

– Ma scusa Pitagora non era quello dei numeri?

– Sì.

– E che c’entrano i numeri con tutta questa roba?

– E’ attraverso la scienza che ci si purifica per Pitagora. Più che sei ignorante e meno che sei puro.

– Quindi per lui un professore è un tipo purissimo.

– E che ne so? Mica c’erano i professori ai suoi tempi.

– E quindi ha inventato il teorema per purificarsi. Scelta sbagliata. Si è beccato le maledizioni di migliaia di anni di studenti. Che idiota.

– E non l’ha nemmeno inventato lui – continuò conigliando un’altra carota.

– No?

– No. Lo ha solo reso famoso. Lo si conosceva dai tempi dei Babilonesi. Di certo si dedicò molto ai numeri, ma si sa molto poco di quello che scoprì o non scoprì. Era uno che si poneva problemi come l’esistenza del numero perfetto, tipo se erano meglio i numeri pari o quelli dispari, e altre cose del genere.

– Vedi che ti dicevo? Uno spostato. Altrimenti non sarebbe stato vegeticolo.

– Però l’humus è buono, no?

– Che c’entra, avevo fame.
– Che fai, resti a dormire o torni da Giulia?
Quando sei innamorato di due donne che non ti amano e una delle due dopo averti sforato le balle con due ore di discorsi inutili ti chiede se vuoi restare a dormire da lei, beh… non sai che fare. Da un lato non vuoi che l’altra pensi male, perché già che non ti ama, se poi nemmeno torni è proprio la fine. Eppoi ti dici “ora che mi sono beccato tutti i suoi scleri almeno me la scopo, questa qui”. Però è anche vero che fare ingelosire l’altra sarebbe una buona idea, visto che fa tanto la smorfiosa, e poi quando ti ricapita che questa creatura eterea ti chiede di restare da lei. Quindi è vero che non sai che fare, non sai che scegliere, ma alla fine… resti, perché almeno scommetti sul sicuro.
Quindi le dissi un po’ esitante:
– Mi sa che vado.
Perché sono sempre stato un fottuto coglione. In tutta la mia inutile e breve vita.
Mondo merda.

Guido G. Gattai

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