I limiti dello sviluppo

c_copertina-limiti-1972Nonostante siano passati oltre 40 anni dalla sua pubblicazione, I limiti dello sviluppo sono sicuramente ancora oggi una lettura interessante. Questo breve testo fu originariamente commissionato nel 1970 dal Club di Roma ad un gruppo di studiosi del Mit, il System Dynamic Group. Due anni dopo furono pubblicati I limiti dello sviluppo, un rapporto generale che compendiava le ricerche svolte e riassumeva i risultati ottenuti del gruppo: l’intento dello studio era quello di intraprendere un’analisi per “definire chiaramente i limiti fisici e le costrizioni relative alla moltiplicazione del genere umano ed alle sue attività materiali sul nostro pianeta”.

Per compiere questo immenso lavoro il System Dynamic Group isolò 5 questioni generali: aumento della popolazione, disponibilità di cibo, consumo di materie prime, sviluppo industriale e inquinamento. Dopo la formazione di gruppi di studio dedicati ad ogni particolare problema, queste 5 questioni furono interrelate strettamente fra loro e l’analisi completa di ognuna di esse mise in luce in che modo ognuna dovesse necessariamente essere considerata come parte di un’unica macro-questione. Il sistema attraverso cui furono interrelate queste questioni fu il linguaggio di simulazione World 3 inventato dall’informatico Jay Forrester. Lo stesso Forrester, oltre ad essere docente al Mit fu anche il fondatore della Dinamica dei sistemi – da cui il nome stesso del gruppo di lavoro del Mit – e docente di Donella e Dennis Meadows. Come noto, i dati allora disponibili furono introdotti in un calcolatore che fornì una serie di 12 scenari basati sulle tendenze allora in atto: si trattò del primo caso di elaborazione tramite un modello formale che riuscisse ad essere effettivamente globale per gli scopi che si prefiggeva: fornire una completa simulazione per la dinamica complessiva del sistema mondo considerato nelle 5 componenti suddette. I risultati raggiunti ne I limiti dello sviluppo furono una serie di scenari che indicavano un collasso dello sviluppo durante il corso del XXI° secolo.

Questo collasso implicava sempre un calo della popolazione, del prodotto industriale procapite, e delle rese agricole: questo calo era per più o meno brutale in funzione di determinate ipotesi sulle capacità di controllo del tasso di natalità, sulla possibilità di aumentare la resa dei terreni agricoli e sull’impiego dell’energia nucleare. In quasi ogni caso – 9 su 12 – il risultato finale dei modelli è comunque il collasso. Questi scenari però avevano una loro consistenza sulla base di un presupposto tacito (esplicitato a pg 117): popolazione e capitale devono essere lasciati crescere liberamente fino al raggiungimento di un qualche “limite naturale”, devono cioè “cercarsi il proprio livello”, senza che vi sia l’interferenza di un’azione che sia intesa a frenarne o modificarne l’ascesa. Date queste condizioni iniziali non è però possibibile trovare uno sbocco per le dinamiche studiate che non sfoci in un collasso globale. Quest’ultimo è evitabile soltanto legando strettamente alcuni indici, come quello di natalità e quello di investimento a dei “controindici” che modifichino sostanzialmente lo sviluppo futuro della società globale, spingendo il mondo verso uno stato di equilibrio. Questa possibilità è indagata nel sesto ed ultimo capitolo del libro, in cui vengono avanzate delle interessanti riflessioni sul rapporto tra un’ipotetica società in equilibrio e la possibilità di produrre innovazione e di evitare la stagnazione. In ogni caso è da tener presente che questo equilibrio richiede un impegno politico immenso: nelle pagine conclusive de I limiti dello sviluppo le condizioni poste come necessarie per il raggiungimento dello stato stazionario sono piuttosto stringenti ed in ogni caso relative ad anni compresi tra il 1975 ed il 2000. Nell’ultimo caso analizzato nel libro, quello relativo all’anno 2000, le ipotesi utilizzate per ottenere uno stato stazionario non riescono ad invertire il collasso: i giusti provvedimenti presi troppo tardi non riescono a frenare la caduta della produzione alimentare e industriale procapite, anche se adottati integralmente.

Tutti questi scenari, che sono stati per lungo tempo aspramente avversati insieme al lavoro complessivo del Club di Roma, dovrebbero oggi permettere di osservare alcuni fatti in un’ottica diversa, in un momento in cui sono (quasi) cessate le voci di una imminente uscita dalla crisi. Un passo ulteriore sarà l’aperta e pubblica ammissione che questa crisi è dovuta anche al raggiungimento dei limiti fisici toccata da quella dinamica complessiva che il Club di Roma aveva a suo tempo indicato come fondamentale. Da segnalare infine anche l’introduzione scritta da Aurelio Peccei, figura poliedrica di dirigente d’azienda, partigiano nelle file di Libertà e Giustizia, saggista e filantropo, che del Club di Roma fu l’ispiratore e la guida fino alla morte, avvenuta nel 1984.

Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III
I limiti dello sviluppo.
Rapporto del System Dynamic Group Massachusetts Intitute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità – Mondadori, 1972.

Giovanni Pancani

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