IL FASCINO NEL TEMPO – COME È CAMBIATO L’IDEALE DI BELLEZZA ATTRAVERSO I SECOLI

untitledgsr“Domandate a un rospo cosa sia la bellezza, e vi risponderà che è la sua ranocchia con due grossi occhi rotondi che escono dalla sua piccola testa, una gola larga e piatta e una schiena marrone”, scrive Voltaire nell’articolo per l’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert.
Il tono ironico del filosofo francese nasconde una verità ben più grande: la bellezza, il “to kalon” dei greci, è un canone soggettivo e non se ne può dare una definizione universale. Nel ‘300 la bellezza spirituale era la più celebrata, ma anche l’occhio voleva la sua parte: le donne non esitavano a cospargersi di composti di erbe pruriginose o calce viva e arsenico per eliminare i peli, o a mettere sugli occhi degli estratti di una pianta velenosa (che ancora oggi porta il nome di “belladonna”) per renderli più luminosi. Di recente è stato ritrovato in un monastero italiano un trattato scritto da un abate sulle caratteristiche che una donna deve avere per essere bella, che sono “trentatré partite per undici”.
L’ideale petrarchesco della bellezza rimase per circa tre secoli, quando iniziò a farsi spazio il fascino della “dark lady”, la donna dalla pelle abbronzata e i capelli scuri “come stringhe di ferro” (Shakespeare, “My Mistress’ Eyes are Nothing like the Sun”); un esempio in pittura è dato dalla “Velata” di Sanzio o dalla “Laura” di Giorgione. Contemporaneamente veniva dipinta la “Gioconda”, altro quadro rappresentativo della rivoluzione nel concetto di bellezza; si dice che il suo viso sia stato dipinto a partire dal ritratto di un uomo. L’alone di mistero che la circonda, e che da secoli incanta i suoi spettatori, risiede nel suo magico sorriso e negli occhi, dal caratteristico sguardo intenso. Nel ‘700 l’allegoria della libertà nella “Liberté guidant le peuple” è raffigurata secondo il gusto dell’epoca: viso ovale, naso aquilino, labbra piccole e zigomi non troppo pronunciati. Da notare anche il petto e i fianchi larghi, tratti rimasti nella storia perché simbolo di buona salute e fecondità, che però vennero totalmente dimenticati più volte, la prima delle quali nell’Austria ottocentesca: l’imperatrice Erzébet, la celebre Sissi, nonostante fosse molto golosa spesso seguiva diete a base di consommé o succhi di frutta combinate con marce forzate, anche per molte ore al giorno, al fine di mantenere la vita stretta.
Il secolo scorso ha visto cambiare circa ogni decennio l’ideale di femminilità, partendo dalle sopracciglia arcuate e dai tratti decisi di Hedy Lamarr, passando per i fianchi larghi nuovamente di moda di Marilyn Monroe e finendo al fisico filiforme delle showgirl degli anni ’80-’90. Alcuni studi dimostrano che la bellezza sta nelle proporzioni, attribuendo quindi agli artisti dell’antica Grecia una sorta di “ipse dixit” (che, in questo caso, diventa “dixerunt”).
Ma non sempre ciò che è simmetrico e perfetto è anche gradito agli occhi: la modella ucraina Valeria Lukyanova si è sottoposta a una trentina di interventi per assomigliare alla famosa bambola Barbie che, se nel suo formato ridotto risulta normale e molto ben proporzionata, a grandezza umana diventa quasi spaventosa. La discussione non è nuova: l’attrice Anna Magnani chiedeva alle truccatrice di non coprirle le rughe prima delle riprese, in quanto “ci aveva messo una vita a procurarsele”. È risaputo che la giovane età costituisce la maggior parte della bellezza di un individuo, e ormai ci ritroviamo a cercare ogni mezzo possibile per fermare il tempo e mantenerci fisicamente più vicini possibile agli “anni della discrezione”, come li chiamava Manzoni. La colpa viene comunemente attribuita ai mass media, che diffondono sempre più degli ideali irraggiungibili che finiamo per imporci come standard.
Ma cos’è che ci spaventa di preciso nel vedere in uno specchio delle rughette intorno agli occhi  o sulla fronte? Pensiamo forse di avvicinarci troppo alla fine della vita? Forse, ma ciò che rimane di certo è che ci vorrà molto per realizzarlo.

Andrea Marchettini

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