Il piano di riforestazione della Cina: alcune considerazioni

untitledTempo addietro è stata diffusa la notizia degli sforzi del Buthan per creare una economia che rivedesse un bilancio negativo delle emissioni; la notizia era buona, limitatamente alle dimensioni del Buthan ed ai lunghi tempi dell’assorbimento di CO2 necessari, ed andava nella giusta direzione, se supportata da altre iniziative.
Adesso è però la volta della Cina, il maggior inquinatore da CO2 del mondo: un progetto di enorme scala, il Grain-for-Green Program, sta prendendo consistenza ormai da anni e dovrebbe promuovere una diversa immagine della Cina oltre che ripristinare una parte dell’ecosistema che è stato distrutto negli ultimi quattro decenni di crescita economica.
Le dimensioni sono quasi incredibili: 28 milioni di ettari (pari a circa 56 milioni di campi di calcio) sono stati riforestati. Secondo quanto si apprende da un articolo di studiosi di Princeton pubblicato su
Nature Communication, i risultati di questi sforzi sono però deludenti: dopo due anni di lavoro sul campo e di analisi economiche i ricercatori hanno rilevato che la stragrande maggioranza di foreste è dominata da una singola specie e questo fatto avrà come conseguenza positiva un abbattimento della concentrazione di CO2 in atmosfera, ma anche danni ad alcune specie animali ed un certo grado di perdita di biodiversità.
L’analisi dei ricercatori dimostra anche che all’interno dell’attuale progetto ci sono modi sostenibili economicamente che possono dare luogo a maggiori benefici per la biodiversità: il sistema di incentivi dato ai contadini per riforestare sembra essere molto perfettibile.
Soltanto in tre delle ventisei regioni coinvolte dal progetto sono state ripiantate le specie locali, mentre osservazioni mirate su uccelli ed api hanno confermato che la sostituzione delle coltivazioni con boschi costituiti da singole specie ha apportato danni. In realtà i ricercatori di Princeton non hanno messo capo a niente di nuovo: quello che è stato reso noto è ovvio in termini di biodiversità. Molto meno lo è invece in termini di riduzione della CO2: per adesso gli sforzi più significativi della Cina non sono evidentemente quelli realizzati con la riforestazione, ma quelli che stanno seguendo alla sostituzione del carbone con il gas naturale nella produzione di energia elettrica. E’ su questo fronte infatti che l’abbattimento delle emissioni è davvero rilevante. Ma il consumo di gas non si prospetta di breve periodo e se il consumo dovesse seguire la curva di crescita che abbiamo visto per il carbone nei passati venti anni, allora non basterebbe l’intera superficie della Cina per compensare le emissioni prodotte. La superficie del più grande progetto mondiale di riforestazione, per quanto vasta, invece copre appena il 3% della Cina.
Questo solo dato dovrebbe dare intuitivamente la misura degli sforzi che dovranno essere fatti, e sopratutto
su quali fronti: diminuzione dei consumi, contenimento drastico della popolazione globale e immediata accelerazione della conversione delle economie del mondo in direzione della miglior forma di sostenibilità ad oggi possibile.
La riforestazione cinese, per quanto possa sembrare una buona notizia (ed in parte lo è certamente), lascia invece il netto sospetto che la scelta del rimboschimento monocolturale sia un atto deliberato al fine di un possibile sfruttamento economico futuro (ad esempio per la produzione di energia elettrica o di beni di consumo). E di questo tipo di rimboschimento la natura di certo non sente molto il bisogno.

Giovanni Pancani

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