Il pianeta nuovo

Uscito in traduzione italiana da pochissimo, il nuovo libro di Oliver Morton è tra i primi volumi divulgativi che tratti problemi di geoingegneria a vedere la luce nel nostro paese.
Attualmente Morton è caporedattore dell’Economist ed in passato ha collaborato con Newsweek, Wired, Nature, National Geographic e New Yorker; questo suo terzo libro (dopo Mapping Mars del 2001 e Eating the sun del 2009) è anche il suo primo ad essere pubblicato in italiano.
Il volume si rivela una vera e propria miniera di informazioni su una disciplina, la geoingegneria, forse poco nota al di fuori di un numero relativamente ristretto di professionisti.
Il volume si apre con due domande fondamentali: se sia necessario impegnarsi seriamente per arginare i rischi del cambiamento climatico e se sia molto dfficile per un’economia industriale ridurre quasi a zero le emissioni di anidride carbonica.
Dalla risposta affermativa sostenuta da Morton nelle primissime pagine del libro dipende poi buona parte dello svolgimento successivo. Naturalmente una risposta positiva alla prima domanda raccoglie grandissimo consenso ormai; meno scontato è rispondere di si anche alla seconda, come fa Morton; nell’introduzione al volume viene fornita un’articolata spiegazione del perché un’economia industriale abbia difficoltà a ridurre quasi a zero le emissioni e vi sono effettivamente alcune buone ragioni a favore del pensiero di Morton. Non tutto però risulta pienamente convincente.
Complessivamente il libro è composto da tre parti, intitolate rispettivamente, Energie, Sostanze e Possibilità. Nella prima lunga (ed un pò prolissa) parte l’autore presenta un’idea fondamentale nelle sue principali varianti: quella delle velature stratosferiche. Si tratta di cospargere parte della stratosfera con un vero e proprio velo di solfati, capaci di riflettere efficentemente una parte della radiazione in entrata dal sole. Quest’idea potrebbe essere realizzata in vari modi e determinerebbe un abbassamento delle temperature con conseguenze però complesse da gestire: una diminuzione della radiazione solare in entrata creerebbe, tra l’altro, una minore evaporazione marina e quindi una diminuzione delle nubi. Si avrebbe nel complesso un clima che, superate determinate soglie critiche, sarebbe più secco.
I progetti rivolti alle velature hanno punti deboli e punti forti: da una parte una mancata riduzione delle emissioni di CO2 da parte delle principali economie inquinatrici comporterebbe evidentemente una crescente necessità di adottare le velature nei prossimi anni; inoltre l’efficacia di una velatura stratosferica sarebbe quasi immediata, dando risultati apprezzabili in pochi mesi. Ciononostante anche una velatura stratosferica ottimamente realizzata non inciderebbe minimamente sull’acidificazione degli oceani e quindi sui danni che questi comportano. Inoltre, come è facile immaginare, potrebbe essere utilizzata come freno ad una seria politica di abbattimento delle emissioni.
Nella seconda parte del volume, Sostanze, si analizzano da vicino le storie di tre elementi: azoto, carbonio e zolfo. Le prime trenta pagine di questa seconda parte costituiscono un divertente racconto di come si è sviluppato l’uso dell’azoto nell’agricoltura industriale e di quali conseguenze abbia avuto sulla straordinaria crescita demografica degli ultimi cento anni. I due successivi capitoli, l’ottavo ed il nono del volume, sono invece dedicati al carbonio. Dopo una storia del ciclo del carbonio e della sua distribuzione nella biosfera, Morton si occupa, nel nono capitolo, del problema probabilmente più interessante: la cattura ed il sequestro di CO2.
Un’analisi basata anche su pochi dati fondamentali mostrerebbe chiaramente cosa si può fare e cosa no in questo campo: si possono tentare, come sarà forse inevitabile fare in futuro, vari tipi di progetti per ripulire l’atmosfera dalla CO2, ma senza purtroppo potersi aspettare molto in termini di risultati netti a breve termine. Questo per ovvie ragioni: la concentrazione di anidride carbonica è troppo bassa nella comune atmosfera, cosa che pone degli ostacoli di efficenza difficili da superare; inoltre la quantità netta di CO2 in eccesso è semplicemente troppo alta. Nel caso invece di un sequestro operato direttamente a valle degli impianti inquinanti si avrebbe la spiacevole conseguenza che una tecnologia atta a ripulire l’atmosfera potrebbe essere utilizzata come tecnica per rimandare l’introduzione di energie rinnovabili. Infine i tentativi di creare un mercato delle emissioni che invogli le imprese a fare innovazione industriale hanno generato molti più fallimenti che risultati: due crolli del mercato azionario in Europa ed il mancato decollo di una analogo sistema negli Stati Uniti durante la Presidenza Obama.
E’ del tutto ovvio, e per più ragioni, che non può (e non potrà) essere il mercato a risolvere i problemi. Questo viene riconoscuto anche da Morton, che compie un’analisi un po’ prolissa anche in questo capitolo, con qualche luogo comune e varie generalizzazioni indebite (gli ambientalisti sarebbero contrari alla cattura e sequestro del carbonio? Davvero?), ma non del tutto scorretta. Morton arriva infatti in questo capitolo a chiarire come i progetti di cattura e sequestro del carbonio siano intrinsecamente inefficaci a mitigare il riscaldamento globale. Né i tentativi di rimboschimento, nè la fertilizzazione degli oceani con composti ferrrosi, nè qualsiasi altra tecnica di cattura diretta o indiretta del carbonio basteranno a controllare la situazione derivante dall’aumento del riscaldamento globale. E forse questo è il punto decisivo del libro: ne discende infatti la necessità di pensare seriamente ad un qualche progetto di velatura stratosferica.
Anche se appesantita da parti disperisive, l’argomentazione di Morton è seria e stringente. Altri progetti presentati nella fine della seconda parte, come ad esempio la possibilità di sbiancare le nuvole aumentandone il potere riflettente non offrono, allo stato attuale degli studi, la stessa flessibilità di uso e garanzia di risultato delle velature stratosferiche, sebbene siano promettenti per il futuro.
La parte finale del volume – Possibilità – è la più breve delle tre e consiste in una serie di visioni “politiche” abbastanza condivisibili, in linea generale. Chiudono il volume un’utilissima parte dedicata a indicazioni bibliografiche, note e letture di approfondimento, un vasto indice analitico ed una corposa bibliografia. Come detto, le informazioni contenute nel volume – nonostate l’approccio abbastanza sistematico dell’autore – sono in certe parti diluite in un vasto numero di aneddoti curiosi, ma inessenziali a comprendere i problemi fondamentali.
Nel complesso si tratta però di un libro che è insieme divertente da leggere e pieno di curiosità, oltre a contenere alcune visioni del futuro davvero suggestive.

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Giovanni Pancani

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