Università di Firenze, la solita storia

A volte può capitare che la realtà faccia cortocircuito con la fantasia e si scopra che ciò che è immaginato è soltanto una parte di ciò che è reale; è di oggi infatti la notizia, molto poco edificante, che all’università di Firenze è scoppiato uno scandalo di notevoli proporzioni che ha coinvolto decine di professori. Un pò come nel film “C’è chi dice no” ambientato proprio a Firenze e con uno dei protagonisti ex studente di giurisprudenza. Ed è proprio a giurisprudenza che è cominciato tutto.
Forse il paragone tra il film e la realtà si ferma qui o forse no: per adesso è noto che tra i ben 59 indagati c’è anche l’ex ministro Fantozzi (un nome, una garanzia). Sono invece 22 coloro che sono stati interdetti dallo svolgimento della funzione di professore universitario e di quelle connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi. Una struttura che arrivava in mezza Italia (da Bologna a Napoli, da Foggia a Cassino, fino a Roma, Varese e naturalmente Firenze, soltanto per fare l’elenco delle Università da cui provengono i sette docenti finiti agli arresti domiciliari). Il Gip afferma, a quel che riportano i giornali, che vi sono stati “sistematici accordi corruttivi”. Come è giusto dire in questi casi, la magistratura farà il suo lavoro. Vabbene. Però chi, come me e molti altri, ha frequentato l’Università di Firenze affacciandosi a concorsi di dottorato, sente o sa che le cose non sono così semplici. Nè a Giurisprudenza nè altrove.
Il meccanismo denunciato dal ricercatore fiorentino basato sul tipico sistema “aspetta il tuo turno, quest’anno passano altri, poi vedrai…” è diffuso, e laddove non sia diffuso, ci sono altri meccanismi che sono già passati agli onori delle cronache. Basti dire che l’unico che si è detto sorpreso dalla vicenda è il sindaco di Firenze Nardella, notoriamente scaltro (siamo quasi al livello di Gasparri). Chi sopravvive a tutto questo è messo poi in crisi dal sottofinanziamento cronico. I risultati sono noti: alto tasso di abbandono, specialmente grave tra coloro che vengono da situazioni familiari svantaggiate, rispettabilità dell’Università italiana azzerata. Naturalmente sentiremo ancora professori che reputano se stessi onesti (senza bisogno di dimostrarlo) parlarci di come si stanno mettendo male le cose, di quali potrebbero essere i rimedi, e che bisogna avere pazienza. Aspettare. Forse il prossimo anno. Forse con un’altra commissione giudicante. Forse mai.
Il problema per molti di questi docenti è Roma, è il ministero, la radice di tutti i mali. No. Il problema è che buona parte del sistema formativo in Italia fa schifo, e chi ci lavora dentro ne è chiaramente responsabile, che stia Roma, chiuso al Ministero o che si trovi in una qualsiasi scuola. Per venire a capo di moltissimi problemi della scuola e dell’Università italiana basterebbe prendere molti (anzi: moltissimi) docenti ed ex ministri e fargli leggere la Lettera ad una professoressa di Don Milani seguita dall’articolo 34 della Costituzione. Fatto questo bisognerebbe mettere questi docenti ed ex ministri davanti ad uno specchio.
Se un docente o un ex ministro riuscisse a guardarsi in faccia senza eccessive simpatie, allora il gioco sarebbe fatto: ognuno saprebbe cosa fare. Difficile che questo accada per davvero. Certamente però se Don Milani tornasse in vita sputerebbe in faccia a molti. Anzi, a moltissimi.

Giovanni Pancani

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