PREACHER

[SPOILER MA TANTO VE LO GODETE LO STESSO] Da un po’ di tempo è uscita un’orrenda serie TV tratta dal fantastico fumetto di Ennis e Dillon, e quindi mi sono messo a rileggerlo. Risfogliarlo oggi da sempre una certa emozione, come accade sempre sfogliando un grande classico. Un grande classico non è soltanto una grande storia ma è in qualche modo spesso una parte di chi sei, di come sei e del perché lo sei. La prima volta che lo lessi era il 2007-2008. Studiavo filosofia comparativa all’università di Rimini ed uscivano tre fumetti che mi leggevo in treno andando da Firenze a Rimini: Preacher, Hellblazer e Sandman.
Preacher si distingue subito per essere un fumetto non convenzionale. Non parla in modo diretto. Sembra un fumetto convenzionale. Ma si sente subito che c’è qualcosa di diverso. La prima differenza che si nota è il livello di violenza e scurrilità molto alto ma mai casuale e sempre creativo, una vena comica splatter abbastanza unica ed un’ambientazione abbastanza inedita (superopoteri + western + biblico!?!). Ma questa è solo l’estetica. A livello di contenuto c’è molto di più anche se lì per lì non lo si vede, abbacinati come si resta dall’impressionante estetica. Ma non c’è solo quella. Ma non c’è solo quella… ad esempio, ogni personaggio è tridimensionale come nei migliori romanzi russi. Poi si parla sempre di disperati, deboli, gente con difetti e vizi quindi non si ha quell’effetto traumatico che ha sul lettore il classico fumetto americano, quello di eroi strafighi che ti fanno soffrire il dolorosissimo “io non sarò mai come loro” che tanto stress porta nelle vite degli utenti di entertainment moderno. Questo “parlare degli ultimi”, badate bene, è comune nella letteratura americana e lo si fa un po’ nelle serie TV ma è davvero rarissimo nei fumetti. Ancora: il cattivo non è figo e non vince. Il male non è attraente. Herr Strarr, il cattivo dei cattivi, non fa che diventare più ridicolo e vergognoso di pagina in pagina, al contario di Dart Vader che a ogni fotogramma incute più rispetto e ammirazione. Herr Starr perde un orecchio, si fa mangiare una gamba dai cannibali, viene ferito sulla testa pelata iniziando a somigliare a un grosso cazzo e infine si fa mangiare gli attributi platealmente da una femmina di rottweiler. L’agente Featherstone, che sembra così tanto attratta da lui, è la tipica “fan del cattivo”: fa tutto per lui, giustifica ogni suo gesto e ogni suo spregio. Finisce ammazzata in malo modo. Proprio al contrario delle classiche storie di oggi in cui chi accetta di servire il male poi ne viene ricompensato e fa carrira, Featherstone fa la fine che fanno gli adoratori del male nella realtà: finisce male.
Poi c’è la questione teologica. Sì, Preacher sembra un fumetto blasfemo, tanto che Dio, lo si capisce da subito, non potrà che finire con un bel buco in testa. E ci finisce. Ma ancora una volta la questione è più complessa di quel che sembra. In un mondo come quello del 1995, anno in cui uscì il primo numero di Preacher anche solo tratare il tema della religione in un fumetto era una cosa del tutto inedita. Poco importa se si tratterà di parlarene bene o male, come già diceva Oscar Wilde, non esiste pubblicità negativa, purché se ne parli! Ed ecco che anche su questo credo che Preacher sia un buon fumetto perché porta di nuovo in gioco il tema delle credenze profonde, come anche American Gods di Neil Gaiman, non a caso uscito nel 2001, un anno dopo la fine di Preacher. E non si può che apprezzare che di queste cose si parli e si ragioni.
Ci sono anche tante cose trite e d’obbligo: la solita tirata per la parità femminile, il solito sottotrama contro la violenza sulle donne, qualche monologo e qualche sottostoria antirazziste, la prosopopea sulla grandezza dell’America, i tedeschi cattivi, i francesi mangioni, e tutti i luoghi comuni che ci si possono aspettare in un fumetto degli anni ’90. Quelle cose che – insmma – non ti dicono niente su quello che pensa l’autore né ti danno alcuno spunto di riflessione, è solo lo specchio delle opinioni comuni, quelle cose che se non le dici non ti pubblicano e quindi, anche se non le pensi le scrivi lo stesso.
Qualche scena di sesso. A quel tempo non c’era internet, quindi capite bene…
Però anche tutte queste cose sono in ogni caso organiche alla storia e non danno fastidio come in molte altre opere MADE IN AMERICA. Voglio dire, la donna emancipata c’è, ma ha un senso, una storia, non è come la porcata delle Ghost Busters diventate donne a tradimento. I tedeschi sono cattivi sì, ma condelle spiegazioni, i francesi sono barocchi e autoreferenziali, ma vogliono pur dire qualcosa, l’America è grande, ma di una grandezza che varia da posto a posto, che può stancare, che è anche crudele con molti…
Quindi, insomma, per quel che ci si può aspettare da un fumetto americano resta un grande classico, ricco e introspettivo che ha qualcosa da dire a chiunque e offre intrattenimento gustoso ma non sciocco.
La serie TV, ehm, vabbè. Vi dico solo che ho disdetto l’abbonamento Amazon Prime da quando l’ho vista.

Guido G. Gattai

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