QUEL BASTARDO DEL MIO DAIMON

Un bel giorno quel bastardo del mio daimon mi apparve per la prima volta. Non era un ometto poi tanto simpatico, devo dire che lo detestavo molto. Lo avrei volentieri sbattuto contro un muro, gli avrei gentilmente aperto quella sua fastidiosa testolina altalenante con una piccozza rozza e rugginosa, per lasciarlo in terra sanguinante, a morire lentamente di infezione e dissanguamento, nel dolore e nella disperazione. Ovviamente un odio del genere non lo si sviluppa da un giorno ad un altro normalmente, né – soprattutto – lo si sviluppa così d’improvviso. E – ancor più importante – non si sviluppa senza ragione. Ci voglion motivi pasciuti. E ve n’erano. Ve n’erano eccome.

Il motivo principale, va detto, consisteva nel fatto che si trattava di un figlio di puttana. Scusate il linguaggio di bassa lega, ma effettivamente non saprei come altro definirlo: si trattava di quel genere di essere vivente che passa la propria esistenza a cercare di dispiacere al prossimo, a recargli danno quando possibile, e dispiacere se proprio non c’era verso di far di peggio. Un essere vile e sadico, vile perché colpiva nelle difficoltà i più sofferenti per peggiorarne la situazione fino a portarli alla disperazione e sull’orlo del suicidio, sadico perché beh… sadico lo era di gran fatta. Non si trattava di uno di quegli ometti grigi che si confondono con gli ignavi, quei sadici a tempo perso che si contentano di non lasciarvi passare in auto o pestarvi un piede espressamente con la scusa della calca. No, lui non era un tipo di quelli che si confondono che con la massa che scorre lutulenta su questa terra, quella massa incolore, che fa del male per noia, per non saper che fare, per ignoranza, per motivi accidentali. No davvero. Lui era, lasciatemelo dire, un vero, grandissimo e innegabilmente orrendo figlio di puttana.

Progettava. Con arte. Con studio. Con malizia. Piani rasenti la perfezione. Ci teneva, con cura, con attenzione da amante, con occhio vigile di genitore, con perizia da navigato professionista… lui ti faceva del male in una maniera efferata e organizzata, penetrante, senza lasciarti scampo, con una perversione mentale al limite dell’indecenza.

Non era una persona che si incontra tutti i giorni.

– Buongiorno! – mi disse affabile la prima volta.

Mi trovavo in un vicolo, stavo tornando a casa da scuola, non mi era andata bene la giornata, per altro non mi era andata neppure male. Non capivo da dove venisse la voce. Poi feci caso che la pozzanghera davanti a me non mostrava il mio riflesso, ma quello di un omino smagrito, emaciato, con una pelle giallognola e consunta come se invece di fumare avesse fatto l’aerosol con le sigarette. Aveva un completo di velluto a coste marrone, ed una camicia gialla o color chenesò, e con la mano ossuta si stava levando dalla testa un cappello che un tempo doveva anche aver avuto una forma.

Mi girai. Era dietro di me. Accennava un sorrisetto mesto e tutto sdentato in mezzo alla barbetta malfatta e la sua magrezza innaturale lo faceva somigliare ad un burattino. Zoppicò un pazzo e mezzo verso di me, incerto e innaturale. I suoi movimenti potevano essere dettati solo dall’alcool o dalla follia.

– Piacere – mi tese una mano, sempre con quel sorrisetto ebete, un po’ da can bastonato. Mi faceva pena, a tutta prima, e di certo non sembrava avere intenzioni bellicose, pensai ad un attore fallito, un artista di strada, al massimo un barbone. Però che non mi avrebbe chiesto la carità lo capii subito. Mi aspettavo una domanda strana, due scambi di battute surreali, un arrivederci.

– Il mio nome è… Jean – si presentò – e… e il tuo?

Grandissimo figlio di puttana… lo sapeva benissimo, il mio.

– Guido – dissi – sei francese?

– Oh… diciamo che giro molto… sì… giro molto… molto tanto… tanto tanto… gira gira gira… giro tantissimo… eh! Giro proprio in tutti i sensi.

Mi pareva un po’ scoppiato ma non volli contaraddirlo, tanto più che sembrava simpatico, accattivante, uno con cui quando ci chiacchieri poi torni a casa con una storia in più da dire agli amici.

– In tutti i sensi nel senso che giri sia a destra che a sinistra?

– Oh… giro anche in alto e in basso, sai… giro in alto… e in basso…

– Ma non si può girare in alto o in basso – dissi ingenuo io.

Mi guardò per la prima volta con quegli occhi che mangiano l’anima.

– Oh, sì che si può… sì… – mi aveva inquietato non poco, ma i lineamenti del volto così innocui, quella voce suadente e quei gesti un po’ da Charlot mi fecero pensare che fosse solo una mia impressione -Si può girare anche… dentro… attraverso, o all’inverso, per converso, senza verso o… ma fammi una domanda.

– Ehm… tipo?

– Una domanda. Io amo le domande. Una di quelle belle domande ricche, succulente, vere, che si può mangiar per giorni e riempire la pancia a sazietà una domanda che dici ecco! Questa è una domanda!

– Se me la metti così… è una bella responsabilità!

– Dài, prova, che ti costa? – disse buttandosi in bocca una nocciolina da un sacchetto di carta che aveva tirato fuori dalla tasca.

– Beh… una bela domanda grossa è… da dove veniamo?

– Uhm… no no no no no. Non è una domanda, come dire? Ispirata, ecco. Ti devi ispirare. Nocciolina?

– No, grazie. Uhm… cos’è la Giustizia?

– Uhm, si bella domanda… – disse sgranocchiando ancora – ma possiamo anche andare su qualcosa si più attuale, di più, come dire… COCENTE! Nocciolina?

– No grazie. Uhm… – ci pensai un po’, volevo spiazzarlo, poi mi venne un’idea, una cosa che pensavo non avrebbe previsto, molto “intellettuale” – che importanza ha la cronaca nera nel nostro paese?

Ok. Non era una grande domanda. Ma capitemi, non avevo nemmeno quindic’anni!

Quella specie di brutta copia di Steve Bushemi che avevo davanti fece un mezzo gesto di danza indispettito.

– Ma no, no… non ci siamo non ci siamo. Mangia la nocciolina. – questa volta mi passò il sacchetto con gesto meccanico, guardando dall’altra parte, non pareva aver molta voglia di transigere.

– No, davvero, sto andando a pranzo…

– Niente storie. Tu mangiare nocciolina. Forza.

Presi una nocciolina dal sacchettino di carta, la mia mano tremava un po’, ma alla fine mi dissi: sbucciata non può esser mica sporca, no? Tolsi il guscio, mangiai la prima, poi l’altra… ruminando pensavo…

– Uhm… – andai sul personale. Pensai: tanto questo chi lo rivede più, per far due chiacchiere, tanto vale. – Senti – e presi un’altra nocciolina – io ho una storia con una ragazza. Cioè, non ce l’ho, ma diciamo che mi piace… usciamo, ci vediamo… però… però mi fa soffrire come una bestia. Allora domanda: – dissi prendendo confidenza con la terza nocciolina – vale la pena di continuare ad uscirci?

– Eccoci! – disse girando di nuovo la testa verso di me e levandomi di davanti il sacchetto delle noccioline – Questa domanda mi piace! – e si ributtò nella nella nocciolinofagia – Ti ho mai raccontato la storia del ragazzino e della faralla?

– Beh, non direi. Ci siamo conosciuti adesso.

– C’era un ragazzino simpatico e carino che correva dietro ad una farfalla piena di colori… credeva di stare danzando con lei, che si fosse istaurato un gioco bello, di armonie e intese, un a cosa alla pari, anche se lui era un ragazzino e lei una farfalla. Quando lei volava sopra un sasso, costringendolo a sbucciarsi i piedi, o in uno stagno troppo alto, costringendolo quasi ad affogare per inseguirlo, lui pensava che facesse parte del gioco, che lei volesse prove di affetto e di coraggio per continuare a giocare, e che fosse anche giusto alla fin fine, perché una povera farfallina in fondo come altro può fare per decidere con quale ragazzino giocare? Ad ogni dolore, ad ogni difficoltà si sentiva sempre più scelto ed amato, sempre più quasi come… un eletto! Un bel giorno si rese contro che le farfalle sono solo farfalle, e che volando dove gli pare. Non giocano gli umani. Arrivò un bel farfallone, e la farfalla iniziò con lui la più bella danza d’accoppiamento di tutti i tempi. Il ragazzino restò a terra. Pensava: quella farfalla era mia, non avrà mai da lui quello che gli davo io, dovrà tornare da me. Ed è vero, il farfallone non darà mai alla farfalla quello che le dava il ragazzino. Non rischierà di affogare per lei, non si taglierà i piedi per lei e per lei non sarà disposto a infilarsi nell’erba alta che gli sferza il viso. Ma il ragazzino è un ragazzino. Il farfallone, una farfalla.

Aveva finito le noccioline, accartocciò il sacchettino e lo gettò in una pattumiera ficina con un canestro da giocatore. Ero congelato.

– Se avessi saputo che rispondevi non ti avrei mai fatto la domanda. – dissi pugnalando al cuore la storia del congiuntivo.

– Ma io non ho risposto. Ho solo raccontato una storia. Il bello comincia ora. La ami?

– Cosa?

– Sì, insomma… sei innamorato di lei?

– Ma… non so… dire di sì…

– No no niente “direi”, diresti in qualche meraviglioso caso di un universo parallelo. Rispondere tono ragazzo! – e nel dir così il suo vestito mi parve diventar più verde, la postura più militare.

– Ma non posso rispondere “sì” o “no”, non è naturale, è più complesso… – mi lamentai io.

– Non ti perdere d’animo ragazzo! – ed ora mi pareva che il suo vestito avesse iniziato ad avere anche delle macchie scure come le tute mimetiche ed ebbi l’impressione che sotto il braccio avesse un frustino nero. – Lo so che le cose sono più complesse ma dobbiamo andare sul sì o sul no, anche senza pretese, pensando solo “più sì” o “più no”, ma bisogna sceglie. Questa è la cosa importante: scegliere! Non si può non scegliere, altrimenti si passa la vita ad aspettare. Che è comunque una scelta. La più triste, per l’esattezza.

– Ho capito che devo scegliere ma questo metodo mi sta stretto!

– Ti starà anche stretto ma è così che deve essere! Un buon metodo è come una buona scarpa, è duro all’inizio e non è facile adattarsi, ma poi ti permette di fare chilometri. Se resti sempre in infradito stai comodo ma ti basta uscire per fare la spesa che ti sei già tagliato in due un piede. Quindi segui e rispondi, ragazzo, sei innamorato di lei sì o no?

Titubai un attimo.

– Sì.

– Se tu riguardassi indietro la tua vita fra cinque, dieci, venti anni, vorresti aver abbandonato oppure aver provato fino all’ultimo?

– Vorrei aver provato.

– Non rispondere alla leggera ragazzo! Valuta bene prima di rispondere. È importante scegliere ma non alla leggera. A volte una fuga dignitosa è meglio di una sconfitta pietosa. Potresti riguardarti indietro ed odiare la tua scelta. Da qualunque parte tu penda. Immagina di continuare ad uscire con lei e cominciare a vedere i tuoi voti abbassarsi, il tuo tempo perdersi in telefonate che ti fanno del male, i tuoi soldi in fiori che hanno più spine che petali…

– Ma dove mi vuoi portare? Mi sta scoppiando la testa!

– Non ti voglio portare da nessuna parte. Ti voglio portare alla scelta che vuoi tu. Ma quella che vuoi, non quella che ti lasci capitare senza pensarci.

– Ma tu trovi davvero tanta gente che ti ascolta quando li fermi per la strada?

– Oh, sì… quando voglio mi ascoltano tutti. O meglio: quando non mi ascoltano fanno sempre delle fini orribili. – disse con un sorriso tagliente e gli occhi di fuoco.

– In… in che senso? – chiesi titubante.

– Oh, non sono un killer se è questo che stai pensando, figurati, non fa per me, troppa fatica, fanno tutto da soli. Io mi limito all’istigazione.

– Istigazione al suicidio?

– Esattamente il contrario, mio giovane amico, istigazione alla vita! Non ci voglio mica io per istigare la gente a morire, la gente, quasi tutta, certo non tutta tuttissima, se tu gli dessi un pulsante con su scritto “morte indolore”, in un momento o nell’altro della vita prima dei trent’anni lo schiaccerebbero tutti. È che non sanno come fare, hanno paura di soffrire, poi c’è la storia degli affetti, delle responsabilità… quello che davvero è difficile è istigare a vivere! A combattere! A stringere i denti, digrignarli e sorridere! Io istigo al crimine più orribile dell’universo, ad essere viventi, baldi e felici.

– E perché è un crimine?

– Beh, fra un po’ studierai Parmenide a scuola, non voglio spolierare.

– E quindi? Che scelta… che scelta dovrei fare per andare verso la vita secondo te?

– Non so… se continui a uscire con lei rischi di perdere il tuo tempo, ma potresti alla fine guadagnarci una ragazza che ami, se lasci perdere guadagni del tempo e delle energie ma sei sicuro di perdere una ragazza che ami. Meglio soffrire o non giocare? Meglio le energie il tempo o la ragazza che ami?

– Beh, mi sa che alla fine…

– SssshhT! – mi disse mettendomi un indice sulle labbra – Non dico le buone decisioni. Si fanno. Dirle porta sfiga. Ci rivedremo mio giovane amico, ci rivedremo, adesso devo andare, mi aspettano, a presto.

Dette queste parole girò dietro le mie spalle e quando mi girai per vedere dove fosse finito… beh, avete capito.

Guido Giacomo Gattai

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