La scuola è finita, viva la scuola!

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L’ultima campanella arriva e come pugili suonati ci si avvia alla porta. Guardi quelli dei primi anni mentre escono belli contenti e ti accorgi che, esame di maturità a parte, per te la vacanza – quella vera – invece di cominciare sta finendo. A settembre si comincia a studiare all’università! Oppure si cerca un lavoro…? Se avete fatto un liceo e cercate lavoro, francamente, siete nella cacca. Ma lo sarete da capo anche quando, fra tre o cinque anni (più ovviamente il fuori corso), vi sarete laureati in una di quelle belle e pompose facoltà umanistiche o di scienze sociali in genere. Se invece avrete fatto una università scientifica allora sarete pronti per partire per il fronte della produzione industriale in qualche casa farmaceutica o altra multinazionale. La differenza tra la scuola dell’obbligo e l’università è che la scuola, questa che adesso state finendo, rimarrà uno dei ricordi più belli della vostra vita. Purtroppo rimarrà solo un ricordo perché a nessuno là fuori, nel mercato, importa che voi sappiate greco o latino. E allora via, o la va o la spacca, si va tutti all’università!

Ma l’università, quella di cui prima accennavo, è il cimitero delle balene, un grosso stagno dove voi siete le balene e nutrite (con la dovuta devozione) grigi uccellacci che ex cathedra vi intortano di belle teorie che ancora una volta, quando sarete usciti (perché si, prima o poi vi toccherà laurearvi), si sgonfieranno nelle vostre mani. Certo, se avrete fatto ingegneria o medicina sarete abbastanza vicini alla pratica del vostro – si spera – futuro lavoro. Se in compenso vi sarete laureati in lettere, legge (…ops, scusate, ormai si chiama scienze giuridiche), scienze politiche, vi accorgerete che; a) non sapete fare un accidente, b) tutto quel che di nefasto ne consegue… Da bravi dottori in legge o architettura impiegherete mesi/anni per saperne quanto ne sa la segretaria di uno studio legale o un geometra.

Con questo non vi dico di fare i segretari o i geometri, sia perché è troppo tardi sia perché sarebbe riduttivo del problema. Ma qualunque cosa scegliate – o crediate di scegliere – sappiate che comporterà l’obbligo di studiare ancora. O meglio, la necessità di imparare. Perché studiare è bello e importante, ma è solo una delle forme dell’apprendimento, quella il cui teorema prevede che – posto un libro sotto il naso – se ne sprigionano effluvi di conoscenza. Ma la conoscenza vera arriverà a voi quando prenderete in mano un libro, un i-pad, un qualunque futuribile supporto atto alla trasmissione della conoscenza e cercherete non di ricordare per l’interrogazione del giorno dopo, ma cercherete di capire per la vostra vita. Perché non c’è differenza nel processo di comprensione di una teoria filosofica, di un principio biomeccanico o del funzionamento della caldaia di casa vostra.

Lo studiare, in quanto prima forma del capire, ha in sé uguale nobiltà a prescindere da quello che state studiando. Perché un professore di lettere che, per esempio, si fa un vanto di non capire nulla di matematica, è come un nobile con la caramella all’occhio che considera inferiore qualunque altro fenomeno umano ma di fatto egli non è altro che un fallito. E fa fallire anche voi, se gli credete. Fallisce qualunque posizione pretenda di essere migliore di altre, pur avvalendosene nei fatti. Quando uno scrittore fa il suo lavoro si avvale del lavoro di chi ha progettato e realizzato i supporti che utilizza per scrivere, e prima ancora i supporti sui quali durante tutta la sua vita si è formata la sua cultura. Allora, credetemi, in futuro guarderete il dorso dei libri che oggi temete e odiate con una scintilla di amore.

Non basterà forse a riprenderli in mano e riaprirli, ma quel poco che ne portate in voi è vostro per sempre e tra le facce sbiadite dei vostri compagni di classe ci sarà anche quel polemico di Socrate, quella fricchettona di Saffo, quell’attaccabrighe di Dante e forse quel Nietzsche timido sempre in ultima fila. Proprio lui diceva che chiunque svolga un certo lavoro acquisisce “la gobba” tipica del proprio lavoro, una sorta di deformazione più psichica che fisica la quale converte ogni stimolo esterno in qualche cosa di comprensibile e, dunque, elimina ogni vero stimolo capace di portare alla maturazione globale dell’individuo, al suo cambiamento. A questo rachitismo culturale, a questo settarismo ed assoluta mancanza di flessibilità, non si può che opporre il grido di “studiate, studiate, studiamo!”… perché non importa quello che sappiamo, non importano le nozioni aride, ma quel che siamo disposti a comprendere e percepire come vivente oltre l’ipocrisia morale dell’aver raggiunto il famoso “pezzo di carta”.

La Scuola è finita… Evviva la Scuola!

Giovanni Burzio

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