QUO VADIS, VERITAS?


14224_10200469057398198_325558684_nA Dio non piace la Filosofia.
E non gli può piacere come agli esseri umani non piace la psicologia quando ne sono oggetto. Quindi si capisce come alla famosa domanda di Pilato “Quid est Veritas?” Cristo volle rispondere come se gli fosse stato chiesto “chi” è la verità e non “che cosa” è la verità. “Ego sum Veritas”. Punto. E chi non gli basta si attacca.
Ma qui viene il bello, perché (ovviamente) Cristo aveva ragione. La verità, sia essa maiuscola o minuscola, porta certo un tratto di ineludibile oggettività che è base di qualunque descrizione ne si voglia poi dare. Ma non è tutto qui. Perché la verità ha anche un’anima. Altrimenti non sarebbe possibile distinguere tra un corpo morto ed uno vivo, perché entrambi sono oggettivamente identici.
Allora si tratta di distinguere tra verità passata e verità futura ed, ulteriormente, tra verità conosciuta e verità sconosciuta (o non ancora conosciuta).
Non mi vorrei addentrare in risvolti psicologici, qui davvero pericolosissimi, ma la verità è come il famoso oggetto che sta in mezzo ad un cerchio di persone. Ciascuno vede la sua parte ma non accetta la visione altrui, perché l’oggetto è uno solo ma i soggetti che pretendono (anche a ragione) di possederne una visione chiara, ne hanno una visione altrettanto chiaramente parziale.
Eppure l’oggetto è uno solo. Tragicamente tridimensionale. Ed il problema è proprio questa tridimensionalità di tutto ciò che accade. Più è forte la luce speculativa e più diviene scura ed illeggibile l’ombra che ne consegue. Leggere le ombre è essenziale quanto leggere la luce, per chi volesse essere intellettualmente onesto.
Ma a che cosa serve la verità? In effetti non serve a niente. La verità è tutto ciò che è, né altro può esistere che non sia vero. Anche l’inganno ha una sua parte nella verità. Ma a ben guardare sta qui la differenza tra verità passata e futura, così come tra quella conosciuta e quella ancora da conoscere. L’anima della verità direi che si affaccia al mondo nelle mani della più inaffidabile levatrice, cioè la Menzogna.
Pensiamoci bene. A chi interesserebbe ragionare sulla verità se questa non si discostasse mai, per le strade del mondo, dalla propria (ineludibile ma velata) purissima oggettività?
Sono la menzogna e l’inganno a darne un profilo soggettivo. L’inganno rivolto agli altri ma anche e prima di tutto a se stessi. Il concetto stesso di “giustificazione”, non è forse l’intento dichiarato di voler far prevalere la soggettività sulla oggettività di un avvenimento? Anche Dio giustifica (si spera)…
Ma non mi importa qui, ai fini del presente ragionamento. Quello che veramente è importante, almeno per me, è l’effetto “drammaticizzante” della menzogna rispetto alla verità che di per sé, guardando al passato, sarebbe immobile. Ciò che è stato è stato. Punto. Oppure no, se ancora non lo sai, ma casomai solamente lo sospetti. Oppure se già lo sai, ma nessuno sa che lo sai.
La verità nascosta è la cosa più divertente che esista. Costringe chi la vuol cogliere al gioco più divertente che esista. Come ho detto, ciò che è stato è stato, ma voler portare alla luce questo grasso tartufo maleodorante di chiuso è un gioco per pochi, soprattutto quando è stato nascosto ad arte perché non venisse scoperto. Questo è il senso della tragedia; molti piangono e pochi cercano oltre le lacrime per paura di doverne piangere molte di più. Ma quei pochi sono quelli che amo, perché è qui e solo qui che la verità viene strappata alla scienza e diventa arte, cessando di essere solamente dramma e condanna. In realtà divenendo qualche cosa che va ben oltre la comune sopportabilità del dolore. La realtà diventa un gioco e, segnatamente, il gioco di un bambino sadico e masochista al tempo stesso, perché razzola senza rispetto tra i sentimenti propri ed altrui alla ricerca dell’ombra.
Qui muore l’interesse per la verità in sé e per la tragedia o dramma umano che ineluttabilmente porta con sé. Qui nessuno sopravvive a se stesso, perché bisogna morire per propria mano per apprezzare la vita per quel che è. Qui nasce il senso del grottesco, il principio ed il principe del cattivo gusto, colui che bussa ed irrompe nella falsa quiete di ogni tomba. E nasce dall’aver superato la tragedia della verità oggettiva cui ineluttabilmente si avviluppa la scala a chiocciola della menzogna.
Saper ridere di ciò che non farebbe ridere nessuno. Ridere rigorosamente come personaggio di un dramma, non ponendosi fuori o al di sopra del dramma stesso. Ridere perché si è colta la verità e la si ama per quel che è. Ma anche per quel che potrà essere. Incondizionatamente.
Questo è il punto di passaggio dalla verità passata alla verità futura, o Fato che dir si voglia.
Un caro vecchio scrittore disse che non bisogna mai chiedersi se la verità serva a qualche cosa, neppure quando essa diviene sorte ineluttabile. Aggiungiamo quello che avevo scritto io sul rapporto Fato – Provvidenza, cioè che molti invocano la Provvidenza per sfuggire al proprio Fato ma pochi sanno invocare il Fato come propria Provvidenza.
Chiudiamo il cerchio adesso. Non esiste niente che non sia “vero”. Salvo la menzogna in sè intesa, come concetto astratto. Anche questa “crea” una sua realtà, ma serve solo a fornire ombra a chi trama e diletto a chi con quelle stesse trame ha imparato a giocare. Il Festival della Bugia è un ballo in maschera cui partecipano solo le Verità. Perchè la Verità, come la Vita, ama parlar male di se stessa. Ama far torto alle proprie ragioni ed ottenere ragione dei propri torti.
Dunque la verità non serve a niente, ma la sua ricerca è il tutto. Né alcun sforzo per essa cade al di fuori del necessario. Per alcuni è condanna, ma solo per questi stessi può anche essere gioco. La menzogna invece sembra un gioco, ma alla lunga diviene la sola vera condanna. Condanna a subire non i rimorsi della propria coscienza, bensì a subire il gioco di chi nel cuore scuro della propria tragedia, dopo aver rivolto tante inutili domande al cielo, ha ottenuto risposta dalla terra. E ride sereno più del cielo, perché tutto adesso è perfetto.
Anche ridere ha un gusto nuovo, mai provato, come addentare una carota appena strappata dalla terra. Molti hanno gusto per la carota, ma pochi per la terra. Il gusto della grotta e del labirinto, di ogni cosa che è sepolta nel passato o nel futuro. Ed un amore per il futuro che non chiede a cosa serve la verità eppure ne gode in ogni momento, perché come un bambino che a lungo ha desiderato un giocattolo, adesso non ha bisogno delle istruzioni per giocare.
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