La sporca storia di Sofia – capitolo 05

Sofia - 05

– Insomma Sinequalitati, quale parte di “non si faccia più rivedere” non le è chiara? Il “non”? Il “si”? Ma perché mi devo sempre ritrovare a perdere così tanto tempo con lei? EH? Me lo dice? Rissa in un parco. Bravo. Certo che lei non sa proprio commettermi un crimine degno di questo nome, eh?
– Commissario, lo sai che…
– Ma quale Commissario e Commissario… – Fotocamera, ma che scrive???
– Scusi capitano, giocavo a battaglia navale in solitario sul blocchetto.
– Ma sul blocco di carta dei verbali mi gioca a tris, Fotocamera?
– Scusi Commissario, la forza dell’abitudine.
– Fotocamera, lei è un imbecille e un incompetente, lo sa?
– Lo so signor Commissario, grazie Signor Commissario.
– Ecco, Fotocamera, grazie di avermelo ricordato. Lei non è solo un imbecille e un incompetente, è anche un lecchino.
– Sì Commissario, scusi Commissario.
– Lasciamo perdere va… Insomma Sinequlitati, lei mi si mette a picchiare i barboni in mezzo a un parco ora, eh…
– Quello non era un barbone era…
– Ma che ti rispondi Sinequlitati? Mica era una domanda, c’ho il referto qui… aggressione immotivata a un povero vecchio in evidenti difficoltà economiche e sanitarie, lei come me lo chiama questo? Scoutismo parrocchiale?
– Commissario, se posso…
– Ecco bravo, Sinequlitati, parla se puoi. E ora non puoi. Per due ragioni. La prima è che qualunque cosa tu mi venga a dire io credo agli onesti agenti che ti hanno fermato e non a uno sterco di mucca come te e la seconda è che non me potrebbe catafottere di meno. Tu sei libero, Sinequalitati. E speriamo che questa volta ti riesce di capire che la devi fare la finita di fare il coglione, perché tu non sei un criminale Sinequlitati, sei un minchia. E io già non mi pagano abbastanza per i criminali te lo immagini quanta voglia ho di stare dietro a un minchia.
– Immaginati quanta voglia ho io di…
– Fate passare la signorina. Fotocamera, vieni che ti do i pasticcini.
– Grazie Commmissario. Mi piacciono i pasticcini.
– Ma quali paticcini e pasticcini, Fotocamera? Non lo vedi che ti tratto come un nato dell’ottavo giorno?
– Otto di che mese Commissario?
– Appunto, Fotocamera, vieni che ti do i pasticcini. Ce li ho in sala interrogatorio, me lo fai un bel verbalino?
– Sì Commissario, grazie Comissario, mi piacciono i pasticcini.

Entrò bella come il sole. Anzi, il sole ci avrebbe fatto la firma a essere bello come lei. E mi guardò dolce come lo zucchero.

– Amore…in che pasticcio ti sei infilato questa volta? Mi hai fatto preoccuperare tanto…

Il che detto da una ragazza normale sarebbe anche stato credibile, ma da lei puzzava di bugia lontano un miglio. Forse l’ultimo da cui si era fatta scopare era stato un po’ manesco e le aveva fatto venire voglia di coccole.

– Hai pagato la cauzione, mi pare di capire… non so come ringraziarti.
– Beh magari a casa un modo per ringraziarmi lo troviamo…

Entrò nella cella ed iniziò a farmi un grattino sul collo guarandomi languida.

– Certo che lo troviamo, anzi se non ci fossero le telecamere lo troveremmo anche qui zucchero…
– Ma che cosa è successo nel parco amore?
– Ero a spasso con un’amica e un barbone all’improvviso l’ha aggredita allora…
– Un’amica? Chi è quest’amica?

Le sue mani si irrigidirono, il suo sguardo cambiò di colpo.

– Una ragazza che ho conosciuto in un bar,  ma tranquilla non è successo niente. È solo un’amica, te l’ho detto.

Sbiancò, le tremarono quei due petali rossi che aveva al posto delle labbra.

– Come non è successo niente…? Cosa vuol dire niente? Incontri una ragazza in un bar, inizi a uscirci e pensi che non sia niente? Ma stai scherzando vero?
– Sì, io… insomma…
– Come si chiama?
– Sofia.
– Me lo dovevo immaginare, le Sofia sono tutte un gran branco di troie. Con quell’aria smorfiosetta a prime delle classe! Ma come ti sei permesso? Con tutto quello che ci lega, con tutto quello che abbiamo passato…

Il sangue le stava visibilmente andando alla testa.

– Senti Giulia, ora calmiamoci eh… non è successo niente e non succederà niente.
– Sei tu che lo chiami niente! Io lo chiamo tutto! Ti sei innamorato di un’altra!  Sei un bastardo!

Iniziò a darmi dei pugni sul petto.

– Sei un bastardo, un egoista, un porco maschio sciovinista! Io sono andata a letto con altri uomini, ma non mi sono… ma non l’ho mai fatto col cuore, era solo il mio corpo! Mentre tu… tu… vigliacco bastardo schifoso…

D’altra parte se avesse preso la cosa in modo normale non sarebbe stata lei per cui feci un sospiro e aspettai che le sbollisse. Ma non pareva dovesse sbollirle tanto in fretta.
Corse via per il corridoio facendo un rumore da cavallo imbizzarrito, grazie ai suoi inseparabili tacchi a spillo. Non l’avevo mai vista senza ora che ci pensavo. Forse nemmeno a letto.

– Giulia!

La provai ad inseguire, non fu difficile. Arrivammo in strada.

– Guilia, io nemmeno lo sapevo che mi amavi!

Non mi rispose, non mi guardò, si gettò nel sedile posteriore del taxi che aveva fatto chiamare e lo fece partire, lasciandomi a terra come un idiota. E togliamo pure il come. Mondo merda.
Mentre bestemmiavo santi e nomi di giocatori di calcio ormai in pensione vidi dall’altra parte della strada il maledetto barbone che mi aveva fatto finire dentro. Se me andava spensierato con le mani in tasca guardando verso il cielo, non zoppicava nemmeno adesso… aveva finto anche quello quindi! Aveva gli occhi candidi di un uccellino e l’aria distratta di un uomo senza famiglia la domenica mattina dopo aver comprato il giornale, fischiettava con un bel piglio “Il conformista” di Gaber accompagnandola con qualche saltello di tanto in tanto e roteando un bastone da passeggio trovato chissà dove.
Mi girai verso il distretto di polizia e iniziai a gridare:

– Commissario! È lui! È il criminale che ha aggredito la mia amica!

Ma il maledetto porco fu più veloce delle mie parole e – prima che qualcuno mi potesse sentire – attraversò la strada e mi piantò il bastone da passeggio in testa, poi se ne andò di nuovo fischiettando la stessa vecchia canzone.

Guido G. Gattai

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