IL PASSATORE DEL NATALE

unnamedTutto ebbe inizio con una macchina fotografica puntata verso le stelle, appena al di sopra della fitta chioma di alberi che ricopriva la montagna.
Qualcuno uscì dalla foresta ed attraversò rapido il campo inquadrato dall’obiettivo proprio mentre questo scattava. Ma il fotografo non si accorse di niente.
Non vide quella rapida figura passare davanti al suo obiettivo, aperto per cogliere la luce delle stelle mentre scendeva sulla terra scura.
Soltanto all’alba, quando quel fotografo ritornò a casa, si accorse con stupore che sotto le stelle immobili qualcuno era passato, lasciando dietro di sé una indefinita scia di movimento.
Sospirò e rinunciò ad arrabbiarsi solo perché quella era la mattina del giorno di Natale.
Si disse che sarebbe tornato in quel posto la sera stessa, per ritentare lo scatto. Stavolta senza intrusi. Poi non ci pensò più per tutto il giorno.
Ma chi era quell’intruso che solo la macchina fotografica aveva visto uscire dalla foresta scura e dirigersi verso le luci del paese?
Le sue scarpe pesanti nascondevano piedi veloci, abituati al lungo viaggio che era la sua vita, ed il suo mantello copriva un corpo agile come i suoi occhi, sorridenti e curiosi del mondo attraverso un velo di capelli lunghi.
Avvicinandosi alle prime case del paese, le più periferiche, riuscì con fatica ma non senza divertirsi a superare un cumulo di neve che là era stato raccolto per liberare le strade.
Non tentò neppure di aggirare il grande cumulo di neve fresca, ma lo attraversò sprofondandovi con le gambe ed i pensieri, come se quello fosse l’ultimo divertimento prima di poggiare i piedi sul nero asfalto dove il sale mordeva un sottile velo di ghiaccio.
Ormai era l’alba ed un fermento iniziava ad animare le case e, a poco a poco, le vie del paese.
Percorrendole incontrava volti indaffarati e pensosi, mani che portavano cibo e bevande.
Ogni sguardo ed ogni passo era così carico di tensione al punto che sembrava riprodurre il più indaffarato giorno lavorativo.
Là vicino si trovava un parco, con giochi ed alberi carichi di neve. Ancora non c’era nessuno, salvo un anziano che spingeva avanti a sé una carrozzina.
Lo sconosciuto viaggiatore ruppe il silenzio dell’alba e chiese all’anziano quale fosse il motivo di tanta frenetica attività degli abitanti del paese.
L’anziano distolse lo sguardo dal nipote nella carrozzina e in un attimo considerò i vestiti dello straniero dicendo: “Devi venire da ben lontano se non sai che giorno è oggi! Oggi è Natale ed è normale che tutte queste persone stiano ultimando i preparativi per il pranzo, come vuole la tradizione”.
“Allora è una festa?” chiese lo straniero. “E che cosa festeggiate?”
“Sei ben ignorante figliolo!” rispose con una lieve risata il vecchio “Ma non lo dico per offenderti! Il fatto è che chiunque ti saprebbe dire che oggi si festeggia la nascita di Gesù Cristo.”
“Allora ho capito… È una festa di compleanno!” esultò lo straniero.
“Beh, si, possiamo dire così…” mormorò sorpreso il vecchio.
“E come festeggiate questo compleanno?” chiese ancora lo straniero.
A questa domanda il vecchio riprese subito il contegno di insegnante e disse: “Tutti i membri di ogni famiglia si riuniscono in una casa e consumano il pasto di Natale assieme. Le persone si scambiano regali e, dopo aver mangiato, i bambini giocano tra di loro mentre gli uomini chiacchierano in salotto e le donne in cucina. Poi si aspetta la cena e tutto ricomincia da capo fino all’ora di andare a letto, ciascuno a casa propria, felici e tristi perché un altro Natale è volato via.”
“Ma almeno lui sarà completamente felice!” disse lo straniero guardando il bambino nella carrozzina, mentre il vecchio aveva perduto lo sguardo tra lontani ricordi.
“Chi? Lui?!” sbuffò il vecchio riemergendo improvvisamente dai suoi pensieri. “Ma se si perde il meglio dei festeggiamenti! Lui avrà la solita pappina di tutti i giorni e si perderà il pranzo e la cena.”
“Beh, certo” considerò lo straniero con tono preoccupato “non invidio però neppure il festeggiato, il quale dovrà districarsi tra centinaia di inviti per pranzi e cene in suo onore. Secondo me gradirà gli inviti di tutti ma per non fare ingiustizie non si presenterà da nessuno. Forse fareste meglio a festeggiare in una piazza tutti assieme ed in una sola festa, invece di chiudervi ognuno nella propria casa ed attendere il festeggiato”.
A queste parole il vecchio sorrise paternamente e disse “Il festeggiato non arriva. Il Natale è una festa di compleanno… come dire… tradizionale”.
“Questo significa che fate festa senza invitare il festeggiato e che vi scambiate tra di voi gli auguri senza farli proprio a lui?” chiese stupito lo straniero. “Davvero strana questa vostra tradizionale dimostrazione di affetto verso il festeggiato!” aggiunse ancora. “Se potessi dare un consiglio a quel poveretto, gli direi di non farsi più vedere da queste parti, anche se poi io stesso non saprei seguire il mio consiglio. Spero per voi che lui faccia altrettanto.”
Il vecchio rimase con il capo abbassato e gli occhi rivolti verso il nipote che nel sonno succhiava il pollice. Quando finalmente rialzò gli occhi, con suo grande sollievo lo straniero non c’era più.
“Giuro che ho visto sentieri di montagna ben più animati di questo paese” pensava tra sé e sé lo straniero mentre percorreva le vie più centrali.
Si avvicinava l’ora di pranzo ed ogni casa sembrava uno stomaco affamato dei propri abitanti. Lo straniero chiuse gli occhi e pensò che, d’altra parte, certi suoi pensieri potevano anche essere dettati dall’invidia del suo stomaco, che era vuoto come le strade che si stendevano ai suoi piedi.
Arrivò infine in una piazza. Là, incredulo, vide delle persone che mangiavano stando sedute sopra una panchina pubblica, mentre altri porgevano del cibo.
“Anche qui si festeggia?” chiese lo straniero ad un ragazzo che, più veloce di ogni parola, gli aveva infilato tra le mani una scodella di cibo che sprigionava fumo bianco come la neve.
“Qui si festeggia tutto l’anno!” rispose ridendo il ragazzo.
“E voi cosa festeggiate? Tutti festeggiano chiusi nelle loro case e gelosi del loro cibo, mentre voi lo avete dato a chi non ve lo aveva ancora chiesto!”
“Beh, noi festeggiamo la solita cosa che festeggiano quelle persone che avrai intravisto dalle finestre delle case, ma pensiamo che sia più bello festeggiare come avvenne la prima volta, cioè offrendo qualche cosa a chi non ha niente. Una minestra è un regalo misero, ma noi la regaliamo ogni giorno dell’anno, ed ogni giorno abbiamo alla nostra mensa gli invitati che nessuno invita.”
“Voi festeggiate anche quel poveretto che nessuno invita per il suo compleanno?” chiese lo straniero, ricordandosi delle parole del vecchio.
“Non so se oggi è il compleanno di qualcuno, ma più di un tè caldo non possiamo darglielo” rispose il ragazzo colto di sorpresa dalla domanda.
“Allora penso che una tazza di tè sarà il miglior calore, dopo tante porte chiuse” disse con sollievo lo straniero.
Il ragazzo si voltò per prendere il thermos del tè, ma quando si voltò di nuovo verso lo straniero trovò solo una scodella piena di cibo oramai freddo, mentre l’eco di un ringraziamento risuonava come in un timpano nella piccola piazza.

Lo straniero camminò tutto il pomeriggio, seguendo con i piedi le strade vuote e con gli occhi le file di finestre piene di luci e tende colorate.
Arrivò infine ad una chiesa e si fermò davanti al presepe, un immobile teatrino stretto attorno ad un neonato di cartapesta che un bue ed un asino altrettanto finti non riuscivano a scaldare.
Lo straniero fissò quel neonato e strusciandosi le braccia con le mani sembrò mormorare, forse più a lui che a se stesso: “Beh, certo che se avevi tanto freddo almeno il tè potevi prenderlo!”
Poi, guardando il sole che scendeva verso i monti opposti a quelli dai quali era sorto, disse a voce più alta per superare la tristezza ed il freddo “Ormai devo andare. Lo prenderò il prossimo anno, adesso che so dove sono invitato.”
Allargò le braccia e le lasciò ricadere lungo i fianchi, creando non poco spavento in due piccioni gonfi di piume che erano appollaiati sulla stella cometa.
I piccioni svolazzarono verso un gruppo di pie donne appena uscite dalla chiesa, procurando allo straniero una dozzina di sguardi carichi di riprovazione. Ma lo straniero parve non accorgersene neppure, preso com’era nella lunga scia della cometa.
Sorrise al bue ed all’asino di cartapesta e si incamminò, nelle ombre che iniziavano ad allungarsi, verso il luogo dal quale era venuto.
Arrivò al limite del bosco quando oramai era notte fonda. Si voltò ancora verso le luci del paese, lontane sotto di sé, poi le confrontò con le stelle sopra la linea dell’orizzonte.
“Eppure è così bello…” disse con un velo di rammarico.
Poi si voltò ed entrò con decisione fra gli alberi scuri, proprio mentre una macchina fotografica riprendeva le tenui luci della notte. Quando il fotografo controllò il nuovo scatto non seppe trattenere una esclamazione di costernato stupore.
Si chiese di diavolo fosse quel disturbatore che puntualmente si divertiva a rovinare la pace dei suoi appostamenti, per di più il giorno di Natale.
Per puro scrupolo volle confrontare quest’ultimo scatto con quello già effettuato la mattina ma, incredibile a dirsi, la scia di movimento che attraversava la prima immagine adesso era sparita.
Le stelle brillavano alte e fredde nel cielo e chiunque fosse giunto a turbare il Natale allo stesso modo se ne era andato, lasciandolo come quella fotografia, vuoto e perfetto.

Giovanni Burzio

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