IL TRATTAMENTO DEL SILENZIO, PER ESEMPIO…

silenzioDare il trattamento del silenzio è un comportamento passivo-aggressivo, una forma di abuso emotivo, forse la più alta. È potentemente distruttivo nei confronti di una persona perché la mina dalle fondamenta ovvero mette in discussione la sua legittimità come essere esistente.
Il trattamento del silenzio comunica: non sei nemmeno degno di avere una tua identità, non ti riconosco, tu non esisti.
Come ogni altra punizione distruttiva, non insegna niente: causa solo dolore. Si tratta di uno strumento sempre più usato in una società in cui le persone sono sempre più abituate ad accendere e spengere macchinari e trovano quindi naturale provare a fare lo stesso con le relazioni, coi sentimenti, con le persone.

Molte delle vittime del trattamento del silenzio si ribellano diventando aggressive. O verso chi gli riserva questo trattamento o verso sé stesse. Difficilmente l’istinto di una persona accetta la morte emotiva senza prima tentare di reagire dall’angolo in cui è stato costretto.

L’unica vera via di fuga è cancellare dalla mente il predatore, smettere di percepire colui che ci ha imposto il trattamento del silenzio. Ma questo è ovviamente sempre difficile, anche nel caso in cui chi ci riserva questo trattamento sia una persona a cui teniamo poco, perché almeno la parola più piccola e più semplice ce la attendiamo da tutti. Compreso il nostro edicolante o il banzinaio, o anche il passante che incrociamo per caso se ci scontriamo oppure avviene un qualsivoglia contatto anche minimo.
Se la persona, poi, è anche solo poco più che una sconosciuta, ignorare il proprio carnefice può diventare un’impresa quasi o del tutto impossibile.

Il trattamento del silenzio è – a tutti gli effetti – il re della manipolazione mentale ed esiste un’urgenza di normarlo in termini di legge visto che fa tanti morti. Il problema è però ben più grave dell’omicidio o dell’aggressione fisica in genere perché non usando violenza visibile spesso il carnefice si sente assolutamente innocente nell’utilizzare questa garrota emotiva. E a volte pensa addirittura che la sua vittima possa “meritare” una simile mostruosità, un po’ come nel mondo arabo si pensa che una donna possa “meritare” amputazioni o lapidazioni. In più, non esistendo evidenza fisica, la normazione per fermare questo genere di crimini tanto quotidiani quando letali, non solo è in alto mare ma neppure si riesce a capire come potrebbe essere strutturata. Mancano i lavori in questa direzione e… manca anche la direzione.

L’unica via è la consapevolezza. Che in questo periodo storico riesce molto poco agli esseri umani, ma che dovrà ricominciare a riuscirci prima o poi perché questa è una delle tante dimostrazioni che con scienza e legge non solo non si risolvono tutti i problemi ma nemmeno si arginano tutti i peggiori. Molti dei peggiori restano a piede libero senza riflessione, responsabilizzazione e disponibilità reciproca per collaborare a creare una società migliore in cui non ai debba temere il prossimo, non si debba temere per la propria vita e si abbia così l’unica vera libertà, che è libertà dal terrore, libertà dall’orrendo e controproducente “homo homini lupus”.

L’unica cosa che può davvero salvarci è amarci, aiutarci e starci vicini gli uni agli altri. Che oggi non lo dice più nessuno, perché contano solo gli “effetti speciali” e le cose incredibili, innovative.
Ma il segreto per la libertà e la serenità è sempre quello e con quello bisogna imparare a lavorare. Perché sarà anche banale. Ma è l’unica via d’uscita, l’unica porta funzionare per uscire dal palazzo in fiamme della follia egoista e menefreghista che ci toglie ogni possibile vera felicità.

Guido G. Gattai

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