ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO SOSTITUTIVA E NON

Foto Piero Cruciatti / LaPresse

Grazie alla riforma della “Buona Scuola”, proposta dal governo Renzi e approvata dalla Camera nel Luglio del 2015, 652.641 studenti di tutta Italia hanno dovuto affrontare (proprio nel corso dello stesso anno scolastico) il progetto “alternanza scuola-lavoro”, con l’obiettivo di avvicinarsi e prendere un primo contatto con quell’ambiente di lavoro verso il quale la scuola dovrebbe formarli.
Sebbene la partecipazione generale sembri essere molto attiva e i dati che il sito del Ministero dell’Istruzione divulga facciano “sperare” in un coinvolgimento di ragazzi sempre più ampio fino ad arrivare a quasi un milione e mezzo di partecipanti, l’opinione pubblica e soprattutto quella dei diretti interessati a proposito di questa singolare esperienza di vita risulta essere dettagliatamente disomogenea, sia tra gli adolescenti che tra gli adulti. I primi a smascherare la menzogna di quest’attività lavorativa sono gli alunni stessi, le cui denunce verbali si fondano su due punti ben precisi: la mancanza assoluta di una correlazione tra gli studi in cui sono coinvolti e il lavoro a loro assegnato e lo sfruttamento quotidiano che sono obbligati a sopportare silenziosamente. Nell’articolo di A. Corlazzoli comparso su “Il Fatto Quotidiano” il 6 Marzo 2017, l’Unione degli Studenti della Puglia utilizzava queste forti parole: “Ci affidano lavori che dovrebbero essere assegnati ai dipendenti: le aziende ci usano come manovalanza gratuita”. Ecco che quindi sono i ragazzi a mostrare l’altra faccia dell’alternanza scuola-lavoro, quella più crudele e veritiera, che in alcuni casi porta decine di studenti a lavorare fino a 12 ore di fila in un settore aziendale a loro sconosciuto o semplicemente inutile per la loro formazione scolastica. La questione sembrerebbe finire qui, ma purtroppo c’è ben altro.
Nelle città in cui è stato riscontrato un notevole successo, sono stati i dipendenti delle aziende coinvolte nel progetto a lamentarsi del danno che questi liceali determinano in chi ancora non ha ottenuto un contratto stabile e a tempo indeterminato. Un datore di lavoro può decidere l’organizzazione degli orari, la durata e la necessità dei turni settimanali dei propri impiegati. Ciò significa che nel periodo in cui gli studenti effettueranno come prestabilito un servizio lavorativo della durata di alcuni giorni (quasi paragonabile ad uno stage), ci sarà un sovraffollamento del personale che verrà risolto inevitabilmente con una riduzione del monte ore lavorative generale o specifica a singoli lavoratori. Va da sé che una riduzione dell’orario avrà successivamente delle ripercussioni economiche su coloro che non percepiscono uno stipendio fisso ma posseggono un contratto a chiamata o progetto. È evidente inoltre che laddove i dipendenti abbiano già tutti uno stipendio stabile che non può subire alcuna decurtazione, il datore di lavoro ci penserà due volte a lasciare a casa la manodopera specializzata (che in ogni caso sarebbe pagata la stessa cifra) per favorire il relativo apprendimento della professione da parte di semplici liceali. Di conseguenza le mansioni quotidiane che i giovani stagisti occuperanno, saranno estremamente di poco conto o di basso valore formativo. Questo concetto di sostituzione del personale lavorativo arriva fino a casi estremi quando interi settori coinvolti, che siano di maggiore o minore importanza, sopravvivono esclusivamente grazie al servizio che costantemente studenti diversi ogni due settimane o più offrono, permettendosi di poter tralasciare l’assunzione di personale qualificato ma che giustamente richiederebbe un costo più elevato. È questo il caso di biblioteche comunali o come è stato denunciato, di numerosi autogrill e ristoranti, i quali abusano di questa possibilità lasciando l’opinione pubblica all’oscuro della situazione anche per un indefinito lasso di tempo.
Recenti stime sostengono che un milione e mezzo di studenti in alternanza scuola lavoro, non pagati, equivalgono a poco più di 100.000 lavoratori full time regolarmente salariati. Matematicamente questo significa che ogni 15 studenti che partecipano a questo progetto uno di loro ruba il posto ad una persona più competente. Sebbene questo dato vada approssimato, poiché uno studente non potrà mai offrire lo stesso servizio di un lavoratore esperto nel suo campo, le cifre restano incredibilmente alte. A questo proposito si aggiunge un fatto ancora più importante: nei casi in cui non ci sia una stretta correlazione tra scuola frequentata e lavoro occupato durante lo stage, non si rischia forse di far abituare un giovane inesperto a lavorare senza alcun diritto o salario in un luogo sgradevole, rischiando addirittura di formare una generazione di persone disposte ad accettare tutto pur di lavorare? Il governo italiano non può e non deve permettere che il fardello del fare esperienza gravi sui sogni delle generazioni future.
In ogni caso bisogna ammettere che fare di tutta l’erba un fascio risulterebbe inequivocabilmente poco corretto nei confronti dell’opinione pubblica, visto che in molte scuole italiane, questo progetto ha funzionato perfettamente, senza creare alcuna contestazione. Questo è ciò che è accaduto a migliaia di studenti, le cui mansioni non sono andate ad intaccare la reperibilità dei numerosissimi lavoratori disponibili sul mercato, ma sono stati inseriti in progetti appositi per ragazzi il cui ruolo, se non fosse stato assegnato a loro, sarebbe stato occupato da volontari non pagati o addirittura da nessuno. Ciò significa che interagiscono soprattutto con associazioni di libera partecipazione in cui il frutto del loro sforzo in alcuni casi potrebbe perfino migliorare la condizione sociale di una fetta di popolazione o contribuire al benessere comune, piuttosto che alle tasche del privato imprenditore. Questo tipo di alternanza scuola – lavoro viene anche detta non sostitutiva, proprio in virtù di questa sua caratteristica.
Appare evidente adesso che la soluzione ideale sarebbe proprio quella di assegnare agli studenti posizioni all’interno di progetti che rispecchino le caratteristiche esclusivamente relative a quest’ultimo tipo di alternanza scuola lavoro. Il buon proposito c’è, e sarebbe idealmente sensato se lo Stato si ponesse realmente l’obiettivo di trasformare questa esperienza in un insegnamento pratico e concreto per coloro che sono obbligati a dedicarvici parte del proprio tempo; ma se come spesso accade opportunità simili esauriscono in fretta e furia, o più semplicemente, non sono neanche considerate, allora non resta altro che infilare milioni di giovani in un ambiente inadatto e educativamente malsano, anche solo per il fatto di lavarsene le mani difronte a famiglie e mass media e far vedere che l’Italia la sua parte l’ha fatta, e se in seguito questi ragazzi si dimostreranno insoddisfatti o inadeguati al compito assegnato significa che le nuove generazioni non hanno voglia di lavorare e che non sono capaci di cogliere al volo le occasioni che hanno dinnanzi. Sicuramente la crisi economica che il Paese sta attraversando non giova affatto alla possibilità di scegliere liberamente il proprio settore di occupazione, magari anche tra un’ampia scelta di opportunità; soprattutto nelle piccole aziende, le quali non hanno abbastanza forza da rischiare un calo di produzione e una conseguente perdita economica. In ogni caso la ragione finanzaiaria è troppo debole per giustificare una tale emarginazione dell’intero progetto, anche perché laddove si misura un maggiore sviluppo (in particolare nel settore terziario) i risultati sono ugualmente insoddisfacenti, segno quindi di un “isolamento” dell’alternanza stessa.
Mettere in discussione gli effetti benefici che fondamentalmente questa attività dovrebbe provocare in chi ne è coinvolto sarebbe oltremodo sbagliato, visto che l’esperienza sicuramente ci insegna che nella maggior parte dei casi è più facile apprendere con la pratica che con la sola teoria (sebbene “habent sua fata libelli”, ossia i libri hanno un loro destino, un loro scopo); di conseguenza non si capisce perché sia Stato che studente non ne possano entrambi beneficiare con la prospettiva di creare una società migliore nel futuro, in modo che migliaia di liceali, ma non solo, abbiano la spensieratezza e la positività di affrontare gli anni a venire. Gli occhi del presente devono curare le azioni del futuro, anche con progetti come questo, affinché le generazioni successive abbiano la saggezza antica ma le abilità moderne. Lo spunto deve venire dai piani alti, sia nell’interesse personale che in quello collettivo; e se per caso ciò volesse dire mettere da parte tutti quei valori che stanno facendo marcire la società come egoismo, corruzione, favoreggiamenti societari e finto buonismo ben venga: siamo pronti al cambiamento. Gli studenti di tutta Italia stanno vivendo con timore e tremore la polveriera politica che l’istruzione è diventata e adesso vogliono assoluta chiarezza, quella chiarezza che si meritano per quei piccoli sacrifici che l’andare a scuola comporta. È necessario dimostrare ai ragazzi che nella costruzione del loro futuro non sono soli, ma che lo Stato deve e vuole contribuire, mattone dopo mattone, per dare solidità ai sogni. Ma il tempo delle chiacchiere è finito. C’è bisogno di sicurezze, soprattutto in un periodo di relativo caos come questo. C’è bisogno che il Governo faccia un passo avanti.

Bernardo Bertini

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