Jena Plissken, il filosofo definitivo

Oggi recita nei Guardiani della Galassia come padre di Star Lord, ma un tempo Kurt Russell è stato Jena Plissken, in ben due magistrali films del mestro John Carpenter (Fuga da New York e Fuga da Los Angeles) e poi in 4 fumetti di Christopher Sebela.
Jena Plissken si muoveva in uno scenario di fantascienza post-apocalittica: anche se non è intervenuta una vera e propria apocalisse, il mondo è collassato sotto il peso schiacciante della mancanza di materie prime. La cirminalità si è impennata tanto da richiedere una vera e propria città sua propria. New York è divenuta così un carcere di massima sicurezza. Los Angeles, ancora peggio, è diventata la terra di tutti coloro a cui – per una ragione o un’altra – è stata tolta la cittadinanza.
Ex-soldato, disertore, S. D. Bob “Jena” Plissken viene ingaggiato dall’esercito – grazie a crudelissimi ricatti – per compiere missioni suicide. Nel corso di queste missioni Jena mostra tutto il suo diprezzo per ogni forma di autorità costituita, in una trionfale parata di anarcofilia che all’inizio sembra individualismo poi invece si mostra sempre più amore per la convivialità sociale non toccata dal potere tirannico. Jena cerca infatti di sbarazzarsi non solo delle forme di governo di questo o quel megastato ma anche dei rivoluzionari violenti che vorrebbero solo creare un’altra società esattamente uguale a quella che combattono. Solo le piccole comunità paritarie trovano clemenza e apprezzamento ai suoi occhi.
Nonostante che a primo impatto Jena (nell’originale Snake) sia il tipico eroe solitario americano, in realtà ne è esattamente il suo opposto. Plissken non è parente del cow boy alla Superman, quello che protegge l’autorità a spada tratta, e non è neppure parente di Batman, che sembra solitario ed oscuro ma alla fin fine difende anche lui le istituzioni.  Jena Plissken non ama le istituzioni, le odia. E non odia le istuzioni solo formalmente, le odia proprio nella loro e per la loro oscura sostanza: l’oppressione. E le combatte con una forma di radicale non collaborazione tipicamente propria degli eroi di Tolstoj e dei guerrieri non violenti di Gandhi. Viene dalla tradizione americana che inizia con Emerson e prosegue con Thoreau e che ha oggi il suo massimo esponente in John Zerzan. Lui ci crede davvero nel sogno americano, sa cosa è e sa ancora di più quello che dovrebbe essere. Non si fa ingannare da falsi burocrati, falsi funzionari e neppure da falsi presidenti. I suoi sono probabilmente gli unici films americani in cui il presidente è sempre cattivo e – se non muore per conto suo – ci pensa Jena.
Le 4 storie a fumetti uscite dopo i 2 films sono abbastanza interessanti per approfondire il personaggio. Anche se l’autore non è John Carpenter c’è comunque un buon lavoro da parte di Christopher Sebela che è meno abile coi dialoghi e meno profondo nello strutturare le trame ma riesce a non travisare la personalità del protagonista e farlo comunque agire come agirebbe lo Jena di Carpenter. Ecco perché la lettura di queste ulteriori storie ci aiuta a capire perché Jena Plissken sia un filosofo, anzi – oggi – IL filosofo, il più grande possibile.
Jena non parla quasi mai, ma agisce. Non agisce in modo non violento come avrebbero sperato Tolstoj e Gandhi, ma anche i due grandi padri della non-collaborazione ammettevano che in momenti bui fosse meglio la reazione violenta che la mancanza di reazione. Le sue sotorie cominciano sempre con una situazione di calma dove ha trovato una piccola comunità calma e armoniosa. Arriva poi qualcuno che vuole imporsi, e solo allora Jena si attiva e combatte le sue guerre. Ma non per prendere il potere come molti eroi postapocalittici come Mad Max o Riddik. Rifiuta sempre, anche temporaneamente, la stella dello sceriffo.
La vera filosofia di Plissken non è nelle sue parole, perché parla poco o nulla. Ma nelle sue azioni. Pissken riesce a creare un vero e proprio scandalo filosofico, ovunque passi nelle sue storie e anche nei suoi spettatori. Pazzo, sconsiderato e suicida, mette in atto il credo di Seneca che scriveva a Lucilio “non esiste la schiavitù, la porta è sempre aperta” sottintendendo che la schiavitù si può imporre solo a chi tiene più alla vita che alla libertà. Chi tiene più alla libertà che alla vita, come Jena, non sarà mai schiavo. Sopravvive ad ogni storia per caso, fortuna e capacità, ma anche se morisse a metà film avrebbe comunque vinto. Perché tiene di più alla libertà che alla vita. E non mette mai, neppure per un attimo, alcuna comodità, alcun piacere, alcun comfort davanti al valore assoluto della libertà. Non concede mai nulla ai prepotenti.
Questo è lo scandalo di Jena Plissken: mentre coi supereroi puoi dirti “sarebbe bello essere come lui ma lui ha i superpoteri” e con i protagonisti ricchi o fortunati puoi dirti “sarebbe bello essere al suo posto”, Jena non ha niente. Non ha superpoteri, non ha ricchezze. Ed è per questo che ogni volta che passa sullo schermo o sulle pagine ti lascia fra i pensieri la scandalosa domanda: “perché non sono come lui? Potrei benissimo, anzi per me sarebbe ancora più facile perché non c’è l’apocalisse intorno a me. Potrei farlo, potrei da domani smettere di essere schiavo di tutto. Perché sono ancora qui a guardare?”.

Guido G . Gattai

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