Trump, il clima del pianeta e l’accordo di Parigi

Gli Stati Uniti sembrano essersi allontanati dalla possibilità di un accordo sul clima stipulato sulla base di quanto deciso a Parigi nel dicembre del 2015.
L’allontanamento dell’amministrazione Trump era largamente prevedibile, come prevedibile era l’esito: una pioggia di critiche piovute addosso alla Casa Bianca da mezzo mondo. Quale sarà la posizione definitiva del Presidente USA lo vedremo in futuro, ma una cosa è certa per tutti coloro che hanno a cuore il futuro del pianeta: non è una bella notizia. Se sarà confermata nei fatti, l’iniziativa di Trump – che sembra addirittura voler rilanciare l’industria del carbone – sarebe un pessimo segnale.
Va sempre ricordato però un dettaglio non secondario dell’Accordo di Parigi: è pressochè privo di esecutività. Le azioni concrete di attuazione dell’accordo sono demandate dall’accordo stesso ai singoli governi i quali possono dare corso o meno agli impegni presi. Chi esca dai parametri previsti come vincolanti, ad esempio a causa di un cambio di governo, non incorre in alcuna sanzione. In questo aspetto l’accordo assomiglia al Tribunale Internazionale dell’Aja, che soffre dello stesso problema di fondo.
Questa è forse la principale ragione di fondo dei continui fallimenti delle varie iniziative che si sono succedute negli ultimi anni. Gli ottimi risultati conseguiti con il Protocollo di Montreal del 1987 (che mise fine al commercio di clorofluorocarburi, causa diretta del buco nell’ozono) sembrano lontani. In quel caso una vasta mobilitazione a livello internzionale permise decisioni rapide e risolutive del problema (a questo proposito si possono leggere le bellissime pagine del quinto capitolo de I nuovi limiti dello sviluppo di Jorgen Randers con Dennis e Donella Meadows, pubblicato da Mondadori).
Naturalmente “Gli Usa continueranno a ridurre le emissioni di gas serra”, come ha affermato il segretario di Stato Usa Rex Tillerson. Questa affermazione potrebbe essere meglio inquadrata ricordando che l’abbassamento delle emissioni avverrà comunque, se non altro grazie all’efficentamento della produzione che in tutto l’occidente – e non solo – va avanti da decenni. A questo riguardo basti pensare che oggi per produrre un dollaro di pil l’economia statunitense consuma circa la metà del petrolio che veniva utilizzata nel 1978. Il problema però è che rispetto al 1978 l’economia statunitense, e più in generale quella di tutto il mondo, produce moltissimo di più e per una massa di consumatori enormemente più ampia, essendosi ampliata sia la classe media mondiale che espansa la popolazione globale.
Il risultato, come noto, è stata un’esplosione di emissioni che sono in questo momento stabili al livello più alto che sia mai stato raggiunto, circa 34,5 miliardi di tonnellate. Gli scenari prospettati dall’IPCC come preferenziali per il contenimento del global warming al di sotto di 1,5° C sono ormai pressochè irrealizzabili, tranne che nel caso di una ulteriore contrazione economica globale. Con ogni probabilità è stata proprio la crisi economica iniziata nel 2008 ha produrre un abbassamento delle emissioni assai maggiore delle politiche di qualsiasi singolo paese o gruppo di paesi.
Il problema però è che non soltanto è tardi per una conversione energetica e della produzione industriale – dato che certi sforzi di politica industriale è meglio farli quando l’economia non soffre – ma ci sarebbe anche da considerare il fatto che lo sviluppo delle energie rinnovabili è, percentualmente sulla massa dell’energia prodotta, allo stesso livello di molti anni addietro. Ciononostante resta vero anche il rovescio della medaglia di questo ragionamento: lo sviluppo tecnologico e l’alto prezzo del petrolio nel lungo periodo hanno spostato e sposteranno sempre di più l’equilibrio complessivo della produzione aggregata verso le energie rinnovabili.
Tutti questi processi sono però sostanzialmente di natura economica mentre quello di cui ci sarebbe veramente bisogno è una presa di coscienza politica che spinga con decisione il mondo verso un nuovo equilibrio. Questo nuovo equilibrio, anche se sembra essere contrario alla volontà di Trump e del suo partito, si realizzerà nei prossimi anni e vedrà la Cina essere il nuovo paese leader. Si vedrà poi se la Cina saprà esprimere una politica all’altezza delle sfide ambientali future. In ogni caso come Obama ed il suo partito non hanno potuto imporre svolte radicali nell’impostazione energetica statunitense, così anche Trump ed il partito Repubblicano non potranno che smussare certe tendenze di fondo dello sviluppo economico globale. Che questi ultimi abbiano scelto di non aderire agli accordi di Parigi è, come detto, una brutta notizia: hanno scelto una sorta di isolazionismo, come varie altre volte in passato. Ma a tentare di risolvere buona parte dei problemi creati dagli Stati Uniti saranno probabilmente altri, in futuro.

Giovanni Pancani

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