Hey K., don’t give up!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto dall’autrice stessa. E’ un piccolo inno all’arte di strada, quella che in una giornata grigia ti strappa un sorriso anche quando mai ti saresti aspettato di saper arricciare le labbra verso l’alto. A K, a tutti i K di tutto il mondo, grazie e… don’t give up!

Aveva decorato i muri della sua città di speranza, di sensazioni, di critiche sociali e morali e di questo un poco si era sentito fiero. Ora, girando per le antiche strade di Firenze aveva la consapevolezza di aver lasciato un po’ di sé su quei muri e non se ne pentiva, perché nonostante ora si sentisse profondamente in colpa per aver fatto accusare il suo amico in modo da poter continuare a fare graffiti, aveva visto diverse volte persone fermarsi davanti ai suoi disegni e sorridere, e quindi era contento per aver portato un barlume di felicitá nella giornata di totali sconosciuti.
Ma non sapeva se ne valesse ancora la pena. Non era piú sicuro di poter continuare, perché avrebbe messo ancora piú in pericolo il suo amico. Non pensava ai risvolti legali che avrebbe dovuto passare ma, piú che altro, ai suoi genitori, se si potevano chiamare tali. Questi, appena saputo che il loro unico figlio, unica progenie di quella famiglia bacata, era stato accusato di vandalismo erano stati tempestivi e crudeli nella punizione, sperando che cosí l’orgoglio e l’immagine della famiglia fossero usciti illesi dalla questione.
Il suo amico non aveva dato dettagli riguardo a quello che aveva passato ma si vedeva chiaramente che non era stata una cosa leggera, perché lui faceva fatica persino a muoversi. Aveva deciso che avrebbe smesso. Subito. No. Il prima possibile. Non ce la faceva, non definitivamente e non volontariamente, ma piano piano la sola idea che le sue “colpe” potessero fare male al suo amico stavano spengendo la scintilla della sua immaginazione. In un atto di rabbia, a tarda notte si era alzato ed aveva cancellato con linee stizzose quanti piú graffiti possibile poi era entrato in un bar e si era ubriacato. Dal giorno seguente non aveva piú disegnato, neanche su carta. Passarono i mesi, altri graffiti ricoprivano lentamente i suoi. In una fredda serata di dicembre, girando a testa bassa per la cittá, andó a battere contro una persona. Alzó gli occhi e vide che era una ragazza. -Scusa- disse frettolosamente e continuó per la sua strada senza neanche ricordarsi piú dove stesse andando. La ragazza lo trattenne delicatamente per un braccio e con un italiano stentato gli disse:- É tutto okay. Tu peró continua a disegnare-
-Come?- -Continua a disegnare. Sai… gli omini col palloncino rosso-
-Non capisco-. La ragazza scosse la testa come se stesse cercando di spiegare qualcosa a un bambino testardo poi disse: -Sí, invece- poi si giró e se ne andó via. Per la prima volta aveva iniziato a pensare di ricominciare. Infondo il suo amico era scappato di casa e si era rifatto una vita. Non c’era piú nessun pericolo per lui. Un giorno camminando vide un suo graffito. No, non era suo, non c’era la firma. Peró accanto c’era comunque una scritta. “Hey K, don’t give up”. Col passare dei giorni vide aumentare sempre di piú disegni del genere, fatti in bella vista o nascosti discretamente in viuzze poco frequentate ed accanto ad ognuno c’era sempre la stessa scritta. Alcuni graffiti addirittura variavano dal suo tema normale, usando tanti colori diversi e cambiando i palloncini con altri oggetti. Fino ad ora quello piú strano che aveva visto veniva trascinato via da una forchetta. Un giorno vide una ragazza con una bomboletta in mano finire di ritoccare un graffito. Era simile ai suoi ma l’omino che lui usava disegnare reggeva un ombrello blu invece del solito palloncino rosso. Finito il disegno scrisse accanto a questo: “Hei K, don’t give up. You haven’t taken your best shot yet.” La ragazza si giró e lo salutó con un sorriso. Era quella che lo aveva incitato a continuare. Si avvicinó a lui, poi senza una parola gli passó due bombolette di colore: una rossa ed una nera. Dopodiché gli giró le spalle e se ne andó via.
Sotto al graffito della ragazza c’era una terza bomboletta di colore bianco.
Mancava poco a mezzanotte. Era l’ultimo dell’anno. Ce la faceva: aveva abbastanza tempo per fare un’ultimo disegno. Si avvicinó al muro, fece un respiro profondo ed inizió a disegnare senza neanche curarsi di ció che stava venendo fuori. Alla fine chiuse gli occhi, si giró e se ne andó via senza guardare piú i due graffiti che ora si intrecciavano l’uno intorno all’altro. Anche lui aveva lasciato una scritta.
La sua firma
K.

Vik

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