IL MONELLO

“Un film che vi farà ridere e, forse, anche piangere.”
Questo è l’incipit del film “Il Monello”, realizzato da Charlie Chaplin nel 1921.
Tra le tante transizioni e trasformazioni che segnarono la carriera di Charlie Chaplin, nessuna fu importante quanto quella che coincise con la realizzazione del Monello. Nel 1914, durante il periodo trascorso ai Keystone Studios, Chaplin aveva già cominciato a dirigere se stesso. In pochi anni la durata dei suoi film passò da trenta minuti scarsi a un’ora abbondante. Il monello, uscito nel 1921, era il suo film più lungo.
Il monello inserisce il personaggio di Charlot nella vicenda drammatica della Donna (interpretata da Edna Purviance), che abbandona il figlio illegittimo condannandosi a una vita di rimorsi e sensi di colpa.
Nella costruzione della credibilità psicologica del film l’infanzia di Chaplin ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale; infatti Charlie e suo fratello Sydney sono cresciuti senza il padre, con una madre assente a causa di una malattia mentale e passando lunghi periodi fra collegi e orfanotrofi. In oltre, poco prima che iniziasse la lavorazione del Monello, la giovanissima moglie di Chaplin, Mildred Harris, diede alla luce un bambino malformato che sopravvisse solo tre giorni.
Questi dettagli personali dell’infanzia di Chaplin e della sua vita in quel periodo servono da contesto per un film nel quale il dramma umano trova riscatto e salvezza nella creazione di un profondo legame affettivo.
Questa visione di Chaplin spicca in questa pellicola che ha come sfondo l’orrore dell’abbandono e la commovente vulnerabilità di un bambino in un mondo ostile: Chaplin ha imparato dal melodramma che le difficoltà si superano e si sconfiggono. E il suo modo di farlo è trasformare l’orrore, tramutando la disperazione in una serie di gag.

Ma di cosa parla di preciso “Il monello”?
Una ragazza madre abbandona il figlio. Lo trova casualmente il vagabondo Charlot che inizialmente tenta di disfarsene, ma poi lo accoglie nella sua umile dimora e lo cresce. Cinque anni dopo il bambino aiuta nel suo precario lavoro di vetraio il vagabondo: il ‘monello’ spacca i vetri delle abitazioni lanciando pietre dalla strada, mentre Charlot passa con il suo vetro per effettuare la riparazione. Ma il gioco viene scoperto da un poliziotto e i due sono costretti alla fuga.
Intanto la madre del ‘monello’ ha raggiunto il successo come attrice teatrale e comincia a recarsi nel quartiere malfamato dove vive il figlio per scopi filantropici.
È lei, infatti, che cerca di fare da paciere tra il vagabondo e l’enorme fratello di un ragazzino al quale il ‘monello’ ha impartito una sonora lezione, ed è sempre lei che riporta a casa il bambino con la febbre e bisognoso di cure. Una volta guarito, il ‘monello’ rischia di venire sottratto alle cure del vagabondo e portato in un istituto, ma l’omino si batte e riesce a recuperare il figlio adottivo. Purtroppo però, sul bambino pesa una forte ricompensa destinata a chi dovesse riportarlo alla centrale di polizia e così il padrone dell’ospizio in cui il vagabondo e il ‘monello’ hanno deciso di trovare ricovero, rapisce il bambino durante la notte e lo consegna ai poliziotti.
Stanco per le inutili ricerche effettuate, Charlot si addormenta e sogna lo squallido quartiere diventare una specie di paradiso, pronto a guastarsi per l’intervento della discordia seminata da alcuni diavoli tentatori. Il vagabondo è quindi svegliato dallo strattone di un poliziotto che lo invita a seguirlo sulla macchina e che lo trasporta davanti all’ingresso di una sontuosa abitazione, dalla cui porta d’ingresso corre fuori, saltandogli al collo, il monello e con lui sua madre, ora ricongiunta al figlio, che invita Charlot ad entrare in casa.
Questa trama “antiquata” e dal finale quasi un po’ scontato permise a Chaplin di abbandonare il carattere totalmente comico dei suoi precedenti lavori e di basarsi su una più profonda indagine delle emozioni indotte dalla separazione e dall’abbandono fino a far diventare questa pellicola una perfetta e riuscitissima fusione tra il melodramma e l’ironia con un’immancabile critica alla società di allora, fatta di soprusi nei confronti dei più deboli e di ingiustizie e prepotenze in primis da parte delle istituzioni, ma non solo (il riferimento all’arricchimento della protagonista femminile non è ovviamente casuale, così come la figura del poliziotto corpulento e antipatico).
Si vede infatti molto bene come dietro la storia di un legame nato assolutamente per caso e proseguito con grande affetto si delineino vicende che si intrecciano e trovano le loro motivazioni nell’interazione affettiva: il legame tra vagabondo e ‘monello’ non è solo un rapporto tra padre e figlio, ma è soprattutto un vincolo tra reietti, tra esclusi dalla società che per poter sopravvivere devono necessariamente unirsi, in modo da trovare quel po’ di umanità indispensabile per affermare la propria esistenza.

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