IL GRANDE DITTATORE

Il Grande Dittatore, originariamente intitolato Il Dittatore, è un film diretto, prodotto ed interpretato da Charlie Chaplin nel 1940 e rappresenta una forte parodia del regime nazista, nella quale tragedia e commedia convivono in equilibrio e davanti a guerra e dittatura porta un messaggio pacifista.
Il protagonista del film è un barbiere ebreo estremamente goffo che, dopo essersi arruolato nell’esercito della Tomania durante la guerra ed essere stato ferito, viene ricoverato poiché in stato di totale amnesia. Quando il barbiere farà ritorno a casa, solo dopo vent’anni, scoprirà che il mondo che lo circonda è profondamente cambiato ed al potere è salito un crudele dittatore, deciso a perseguitare gli ebrei ed arrivare alla conquista del mondo, Adenoid Hynkel, al quale il protagonista somiglia in modo sorprendente. Questa somiglianza gli permetterà in fatti di sostituirlo a causa di un equivoco.
Tramite la descrizione e l’interpretazione di Hynkel (urla, gesti sforzati e repentini, incontrollabili scatti d’ira), Chaplin riesce a “condannare” Hitler: per la prima volta un regista hollywoodiano riesce a prendere di mira la figura dell’uomo più feroce e temuto d’Europa ed a criticarla aspramente attraverso una commedia satirica; per mezzo di una marcata caricatura, di una risata, Chaplin è stato in un certo senso in grado di anticipare gli orrori del regime nazista e le drammatiche conseguenze, poiché proprio durante le ultime riprese del film Hitler, dall’altra parte del mondo, invase la Polonia ed in seguito la Francia.
Il preludio della catastrofe che infatti sarebbe avvenuta può essere individuato anche nella celeberrima scena del film nella quale Adenoid Hynkel, seduto sulla propria scrivania, fa girare in aria un enorme mappamondo, con estrema leggerezza ed armonia; qui è infatti visibile il contrasto fra i due atteggiamenti opposti: la ferocia di Henkel contrapposta all’estrema dolcezza del barbiere, due caratteristiche contemporaneamente presenti nell’animo umano secondo Chaplin, come possiamo dedurre dalle sue parole a proposito di Hitler: “lui è il pazzo, io il comico. Ma sarebbe potuto essere l’esatto contrario”.
Altrettanto lampante nell’opera di Chaplin è il bisogno di urlare contro un mondo guasto, nel quale la follia sta rimpiazzando la politica. Successivamente il regista si renderà conto dell’effettivo pericolo di Hitler e, quel timore, quell’inquietudine che prima provava per quest’ultimo si tradurranno in vero e proprio orrore e questo è reso chiaro dalla sua affermazione successiva alla realizzazione de Il Grande Dittatore, secondo la quale se egli fosse stato a conoscenza dell’effettiva dimensione degli orrori del nazismo, sicuramente non sarebbe stato in grado di girare il film. Come affermavo all’inizio dell’articolo, nel corso del film si può cogliere un forte segno distintivo della personalità di Chaplin: il suo sincero pacifismo e l’opposizione a qualsiasi forma di violenza. Le parole infatti pronunciate nel celebre monologo del barbiere che chiude il film esplicitano il messaggio di umanità e solidarietà del regista:

“Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, ne’ conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.
In questo mondo c’è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto…”

Monologo contro l’odio scatenato e prodotto dal regime nazifascista nel quale vengono esaltate pace e libertà e lanciato inoltre un allarme: “Voi non siete macchine, siete uomini!”. Il sentimento di Charlie Chaplin contro la guerra è ciò che più lo avvicina alla personalità di Gandhi dal punto di vista filosofico e lo porterà infatti ad entrare a fare parte dell’Internazionale non violenta. Da quel momento in poi sarà sempre un seguace del grande pensatore indiano, non identificandosi mai nel marxismo ed allontanandosi profondamente dalla psicologia di Freud. Infatti, anche se da sempre Freud viene considerato il padre della psicoanalisi, è comunque innegabile il contributo che Chaplin ha dato per lo sviluppo dei moderni studi psicologici, sostenendo tesi differenti: “A differenza di Freud io non credo che il sesso sia la cosa più importante. È più facile che incidano sulla psicologia il freddo, la fame e la vergogna della miseria.”

Giasmina D’Angelo

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