La rivoluzione etica dei neuroni specchio

Il secolo scorso è stato teatro di una scoperta emblematica, forse uno dei pezzi fondamentali del nostro puzzle cognitivo. Teatro del traguardo fu l’Università di Parma, la quale scoprì e presentò un’ulteriore funzione del neurone: la capacità non solo di stimolare funzioni motorie, ma anche un principio di ‘riflessione motoria’. Facciamo chiarezza: il gruppo di ricercatori, coordinato da Giacomo Rizzolatti, dedicò il proprio tempo allo studio della corteccia premotoria, attraverso l’osservazione di un macaco; a quest’ultimo vennero innestati degli elettrodi, collocati precisamente nella corteccia frontale inferiore. L’obiettivo era analizzare l’attività neurale inerente al movimento; i test effettuati permettevano di registrare l’attività del singolo neurone.
Ciò che avvenne in seguito fu totalmente causale: uno dei ricercatori, nell’intento di prendere una banana da un cesto di frutta, si accorse di una nuova attività neurale nel macaco, il quale, tuttavia, non aveva effettuato alcun movimento; eppure i neuroni della scimmia reagirono al gesto del ricercatore.
La successiva stimolazione magnetica transcranica rese nota un’analogia genetica tra il cervello umano e quello della scimmia (1995). Inizialmente una ricerca svedese fece qualche resistenza (Anders Eklund, Thomas E. Nichols e Hans Knutsson, Cluster failure: Why fMRI inferences for spatial extent have inflated false-positive rates, in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 113, 2016, pp. 7900–7905), sostenendo che i risultati ottenuti erano stati ampiamente sopravvalutati. Tuttavia, studi successivi rivelarono, al contrario, un’attività neurale totalmente nuova e molto sviluppata. Tali neuroni vennero definiti ‘neuroni specchio’.
Come comprenderne l’utilità? Procediamo per gradi e cerchiamo di sviluppare il discorso. Partiamo col die che: l’essere umano è l’animale cognitivamente più consapevole, la cui sopravvivenza esperienziale viene sancita dal contatto – di qualsiasi tipo – con la realtà circostante; non per caso, nel 2001, Giovanni Buccino dimostrò che nell’uomo le aree cerebrali in gioco sono assai più articolate rispetto a quelle di una scimmia. Difatti, l’individuo non ha bisogno di un contatto tangibile con l’oggetto, poiché gli è sufficiente captare un’azione mimata – affinché i neuroni specchio si attivino.
Il contesto umano certifica un livello percettivo molto più ampio ed è difficile comprendere la gravità di tale argomentazione. La neuroscienza può risultare in qualche modo ‘inappropriata’ agli occhi di chi non è abituato a concepirla come ‘dato’ utile al nostro habitat. Parlando di ‘habitat’, mi riferisco ad un complesso di strutture, naturali e artificiali, che rende la realtà che ci circonda appropriata alle nostre esigenze: quest’ultima, viene sottoposta a continue letture, l’azione attiva della nostra percezione e per cui l’individuo diviene ‘misura del mondo’.
L’essere umano identifica, metabolizza e definisce dei tratti esperienziali, codificati successivamente attraverso il linguaggio (verbale e non), la prova tangibile, se vogliamo, della nostra interazione con l’esterno. Piuttosto banale sottolineare quanto queste dinamiche incidano nella vita di ognuno.
Immaginiamo l’approccio tra due individui: già dal primo impatto, i due profili percepiscono e delineano una forma a loro nota dell’interlocutore, un paradigma orientativo che agevoli il ‘faccia a faccia’. In realtà, il primo impatto è rilevante esclusivamente sul piano sociale, ma non su quello neurale: ciò che definiamo ‘pregiudizio’ o, gergalmente, ‘impressione a pelle’, rappresenta solo una superficie sottile rispetto alle dinamiche realmente in gioco; come si è detto, la nostra mappatura cognitiva risulta essere molto più efficiente rispetto alle altre specie animali e ciò ci consente un grado si consapevolezza maggiore. Ciò implica, per cui, una moltitudine di informazioni da gestire e bilanciare con la propria natura; gli step decisivi ai fini dell’interazione ‘riuscita’, sul piano naturale – e nei limiti della nostra esperienza –, possono considerarsi effettivamente oggettivi: le meccaniche del mondo, a prescindere da ciò di cui siamo consci, seguono un preciso rapporto di causa-effetto – almeno per quanto definito dal parere scientifico; piuttosto, siamo noi ad esser parte di un ciclo autosufficiente, una sequenza di fenomeni di cui noi rappresentiamo soltanto una piccola percentuale. Anche questo sembrerebbe banale da precisare.

Forse, però, vale la pensa porre qualche argomentazione a riguardo, proprio per quanto concerne la corretta gestione di questo connubio (percezione sensoriale/natura biologica); facciamo però una premessa storica, in modo da inquadrare la radice contemporanea di tali studi: quando Edmund Husserl, reduce della Scuola di Brentano, usufruì del termine fenomenologia’ (Ricerche Logiche, 1900/1901), trattò una disciplina in grado di scovare i dettagli più inconsueti della psiche umana e fino ad allora ignorati; tuttavia, l’analisi degli atti mentali si prestò esclusivamente ad una psicologia di carattere descrittivo. Fu a partire dal 1913 (con Idee) che la percezione umana venne contemplata in termini che non esulavano dal mondo naturale: al contrario, diveniva parte integrante di un processo complesso, atto ad analizzare e comprendere la realtà sulla base di schemi più approfonditi (da qui, la seconda edizione di Ricerche Logiche): l’essere umano diviene parte della natura; il mondo non è un fattore esterno ed indipendente, ma la sua comprensione implica un contributo, un atto individuale volto ad interagire con il proprio ‘io’.
Dunque la relazione con la natura sembra possa considerarsi un ‘ritorno alle origini’ necessario; parallelamente, la comprensione del proprio corpo risulta fondamentale alla gestione degli impulsi esterni.
Alla luce di quanto scritto, è chiaro di come l’interfacciarsi con un proprio simile risulti ancora più arduo: in primis, l’individuo incombe negli istinti più classici, come la paura (il nostro sistema di difesa per eccellenza) o lo stupore (che assumiamo come un’estensione della curiosità, l’esplorazione funzionale del territorio). La serie di dogmi naturali che coordinano l’agire animale ha un riscontro sul nostro giudizio: il linguaggio, da questo punto di vista, si presta alle variazioni più emblematiche, sia di carattere semantico-lessicale che, semplicemente, figurativo. Il sistema sociale ci pone nella condizione di percepire la razza umana come comunitaria, ragion per cui ogni singola traccia di progresso la si può tradurre come un ‘tentativo di conciliazione’: viene facilitata la comunicazione tra individui, i dispositivi in ballo sono rivolti ad un approccio smart ed immediato (cellulari, computer etc.); dal punto di vista dei trasporti, la situazione si presenta nel medesimo modo. La globalizzazione ha stimolato tale processo, portando con sé la dinamicità dei rapporti umani ed amplificandola sul piano materiale, in modo da attribuirle una solida base – per la precisione, economica e politica. Non entreremo troppo nel merito delle problematiche relative alla gestione dello status appena descritto; un’analisi politico-sociale/socio-economica richiederebbe ulteriori approfondimenti, totalmente off-topic, al momento. Ci limitiamo ad assumere l’interazione umana come complessa e mutevole.

L’ideologia non produce i suoi frutti senza una buona dose di pratica; o, peggio, elargisce frutti velenosi; il concetto ha bisogno di un sostegno: benché le nuove politiche mondiali – perlomeno teoricamente – siano strutturate in modo da garantire un continuo scambio culturale, l’influenza del singolo avrà sempre un peso più rilevante, poiché è il singolo il tassello della comunità; se riscontriamo del malcontento nel piccolo, l’intero sistema perde gradualmente la propria identità e cede strutturalmente. Alcune dinamiche sociali vengono spodestate dal cittadino stesso, instintivamente, poiché assai distanti dalle priorità naturali dell’essere umano; il ‘cittadino’ può essere definito tale nella misura in cui si adegui al carattere mite della propria condizione: lavorare, mantenere una famiglia (e procreare, all’occorrenza), rispettare le gerarchie sociali ed il codice civile; limitarsi a ciò che il sistema richiede circoscrive la figura umana in modo piuttosto netto e non c’è da stupirsi se tali costrizioni sfocino in successivi cambi emotivi – dal semplice sbalzo di umore alla schizofrenia; assicuro i lettori che, a livello psicologico, il succedersi graduale di alcune costrizioni può rappresentare più che un semplice momento di smarrimento emotivo; il passo dallo sporadico malcontento alla depressione è assai breve.

I neuroni specchio possono essere considerati una forma di pre-comunicazione, che precede il linguaggio e caratterizza l’interazione tra individui all’interno di uno spazio condiviso. Le forme di relazione in gioco possono mutare all’infinito, proprio grazie a quella fitta rete di impulsi a cui siamo continuamente sottoposti; il sistema sociale si presenta, dunque, come il campo di studi ideale.
In effetti, l’attività neurale in questione è stata riscontrata in aree del cervello decisamente più ampie di quanto constatato all’inizio; ciò è dovuto all’estrema versatilità di questo meccanismo, adattabile ad ogni contesto analizzato. Inoltre, è l’individuo stesso a potersi considerare il primo step di questo processo: la natura di una persona – socialmente indicata con il termine ‘carattere’ – influisce su ogni singolo parametro osservato; ogni dettaglio esterno viene percepito e metabolizzato in modo soggettivo, per cui la risultante, a volte, potrebbe dare risvolti incredibili. Si pensi ad eventi civili che implichino uno sforzo collettivo, un’azione comunitaria, come può esserlo una raccolta fondi o, semplicemente, fare l’elemosina; elementi come l’empatia rappresentano peculiarità note dell’essere umano, in grado di reagire ad uno stimolo esterno entro il proprio campo d’azione. Dopotutto, siamo consci di un fattore: il successo della ‘buona azione’ dipende dalla sua emulazione; di qui, comprendiamo anche l’intento pubblicitario (promozione e visibilità di un evento) e le tecniche mediatiche riservate al consumatore.
Cosa intendiamo con il termine ‘empatia’? In che termini è possibile verificare la natura biologica di questo fattore? Difficile comprendere la misura effettiva di questo fattore, ma è abbastanza certo che, di qualunque cosa si tratti, reagisce attivamente allo stimolo esterno. Un primo passo è certamente comprendere l’importanza della suddetta nozione e usarla a proprio vantaggio: incidendo sulle dinamiche sociali, promuovendo una rete d’interazione funzionale e basata sul pieno sfruttamento delle proprie capacità sensoriali e comunicative. Il panorama cognitivo è ricco di possibilità utili a fini etici e morali.
Il legame tra mente e corpo resta tuttora un ‘quesito’ affascinante.

Eugenio Bianco

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