Diario dei miei io – Episodio 1

2\12\2018

Io e G.

Oggi ho risignificato cosa succede tra me e G.

Gli studi sulla psicodinamica mi ha dato nuove parole quindi nuovo pensiero. Mi sento di poter pensare in modo più esteso. È una costellazione di concetti che, connessi fra loro, mi permettono di leggere una parte di mondo, quella delle relazioni. I rapporti tra le alterità e con le alterità si caricano in modo sempre più denso, ma mai come quella con il mio sé. La costruzione di nuovi significati mi dà l’illusione di potermi porre difronte al mio io, passato e futuro. Se poi ho la fortuna di non essere completamente assorbita nelle emozioni, allora magari leggo anche qualcosa del fuggevole io presente. Se invece rimango inviluppata nel turbine emozionale, ecco che mi ritrovo in un tunnel dalle pareti invisibili, accecata da confuse sensazioni. La realtà si fa viziata, beffarda, acquista toni densi, pregni. Come quelle atmosfere tinteggiate nei quadri espressionisti, riempite con toni scuri e accesi, atmosfere pesanti.

Stasera abbiamo respirato quell’aria: ogni gesto, parola e mossa avevano un loro preciso significato, niente è stato commesso a caso. Non saprò mai se i nostri significati avranno attinto da uno stesso piano di dislocamento semantico, ma sono sicura che ci sono state almeno coincidenze di alcuni di essi, l’ho sentito.

Si dice che l’amore è il segreto, è non sapere come l’altro finirà la frase, il gesto incomprensibile che incuriosisce, carta bianca per le migliori illusioni, quelle più recondite, le sole in grado di appagare il vero desiderio. Quel desiderio che ronza in testa senza emettere nessun suono deciso, alla ricerca di quel quid ineffabile al conscio, che lo rende più appagante. Esso girovaga come il cane randagio, frugando fra gli interstizi del mondo: niente sarebbe capace di placare il suo passo silenzioso, meschino. G mi ha fatto sentire il suo oggetto di amore, come un pericoloso vaso di Pandora che, non appena aperto, dà vita a un gioco di disvelamento e rivelamento di tutto ciò che vi era riversato: l’iconsistente vanità della seduzione, il languore che ispira e vivifica.

io e il Meccanismo.

Nelle migliori epifanie eventi presenti e passati si collegano in maniera fulminea, come un’intuizione che fa spalancare gli occhi. Uno scoppiettante scenario interno che si rivela al mio ma non all’altrui sguardo. Il mio aspetto pare assorto e allo stesso tempo vigile su ciò che sta accadendo, quasi che non si capisca se stia banalmente pensando a ciò che mi circonda oppure navigando in un’altra dimensione, «in uno stato che emana pace, aureo, come sopra le nuvole», mi dice la mia amica S. Ciò che permette tale scoppiettìo è l’associazione dell’elemento comune: spesso una caratteristica celantesi dietro gli eventi, che invece ora prende il posto da protagonista, ma da dietro le quinte. Mi rendo conto che qualcosa si cela dietro tutti questi pensieri, che non è la solita voce interna che dà parole al mio io di sempre, alla mia salda e compatta identità cristallina.

Non appena ho letto dei meccanismi computazionali ho potuto dare voce a questa strana sensazione. Ciò si è legato con un altro tipo di retaggio che rumoreggiava nella mia testa da un po’. Il mio maestro di meditazione mi aveva di recente raccontato un tipo raggiungimento estatico orientale: riuscire ad affrontare e superare tutti gli strati della mente, fino a dissolversi in pura Coscienza e Volontà. Il tipo di meditazione che si richiede è quella in cui si è a contatto con i propri pensieri: visualizzarli, ascoltarli o sentirli cineticamente. Ecco, dal momento che l’io può estraniarsi dai pensieri, esso stesso può rivelarsi come un’epifania proprio davanti agli occhi del soggetto. A quel punto mi sono immaginata gli strati della mente come orbite egoiche: chi sta in quella più ampia si può confrontare con tutto il resto.

Al di là dell’esito ascetico, il concetto di orbita egoica ha cominciato a insinuarsi più o meno esplicitamente nei miei discorsi e nei miei pensieri.

Ecco cos’è venuto fuori dall’incrocio di due mondi così apparentemente lontani, quello logico-occidentale e quello mistico-orientale:

Posso ipotizzare (e all’interno di questa ipotesi riconoscere) di essere una serie istruzioni, una serie di informazioni che formano un sistema, ricorsivo e autoreferenziale, in grado di reiterare e applicare processi di pensiero dell’io sull’io stesso, ovvero su ciò che – presumibilmente – fa da riferimento cardine ai processi di pensiero. Ma ecco che, rispetto all’istanza cardine, spunta un’altra configurazione, percepita come l’identica istanza, eppure in grado di porsi difronte a ciò che un attimo prima emetteva (o era) quel pensiero, e quindi di distinguersene. Se dovessi proprio dare un nome a questo fenomeno, in nome della santa categorizzazione del pensiero razionale, la chiamerei “scissione egoica plurale”.

Esempio generale di scissione egoica plurale.

Livello 0, io agente: mi comporto in un modo.

Prima istanza egoica, livello 1 di pensiero: penso di aver agito in quel modo perché probabilmente ho una certa tendenza psicologica a comportarmi così.

Seconda istanza egoica, livello 2: penso che potrei pensare di avere una certa tendenza (per vari motivi).

Terza istanza egoica, livello 3: scrivo a riguardo, ne prendendo le distanze.

Quarta istanza egoica, livello 4: leggo ciò che ho scritto su di me, ormai sono parole e non più la mia voce.

E se fosse un potente “regresso all’infinito dell’io”? Questo tipo di scissione infatti non è mai duale: dal momento che l’io si fa in due, ce n’è sempre un potenziale terzo, pronto a rendersi consapevole della scissione. In altri termini: dal momento che l’io si divide in n si genera sempre un io n+1.

Ovviamente c’è anche la possibilità che questo terzo io non prenda il microfono durante lo spettacolo della coscienza, e che la sua esistenza non escluda la compresenza di innumerevoli altre voci (personali e\o altrui) nella caotica folla mentale.

Ogni volta quindi viene fuori un io che guarda dall’alto tutto il resto, con il suo sguardo di sorvolo osserva e diligente annota i fenomeni. Giudica incurante e impietoso, ma sapendosi comportare anche da buon padre può sentenziare: “essi non sanno quello che fanno”. Ciascuno infatti considera presuntuosamente tutti gli altri degli ingenui, ciechi a loro stessi. E forse rimarrebbero tali se non fosse per quella voce che dal coro che ogni volta si leva e punta il dito ed esclama: “quell’io sta sbagliando!”.

Ma ancora adesso, sono sempre io l’autrice delle suddette elucubrazioni, e nessun altro. Parlo di tutti quegli io che si stanno agitando sotto le lenzuola di queste righe, scalpitano, fremono, si ribellano, o almeno tentano. Ormai per sempre sepolti sotto le parole, ognuno ingabbiato nella propria eloquente descrizione. Io e solo io riesco a vedere che con forza si dinoccolano, cercando disperatamente di uscire dalla pagina. Eppure so che invano lottano contro quella forza che non può fare a meno di tenerli ancorati, il significato.

Rileggendo queste righe la voce della mia professoressa di psicodinamica risuona in qualche antro mentale: “il tuo io è pericolosamente frammentato”. Ma non è proprio tale frammentazione a rivelare l’identità del Meccanismo con se stesso?

Valeria Becattini

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