Diario dei miei io – Episodio 2

13\09\2018

Discorso a cerchio

Si apre una voragine

e

io sono sul bordo.

Finora mi ero sempre sentita sul bordo con te, accanto a quella voragine che per troppe volte ci ha tenute distanti e allo stesso tempo unite là sotto, entrambe incastrate e costrette a brancolare nel buio delle nostre paure. E tu, ancora una volta, ti sei sporta troppo, e non potevamo che finirci dentro, con tutti e due i piedi.

Le voragini fanno tremare tutti, si sa. È uno spettacolo terrificante che si affaccia agli occhi della coscienza, un aperto panorama segnato da confini labili, in cui realtà e finzione danzano insieme alla paranoia. Immagino che parta tutto da una piccola crepa: da qualche parte un insignificante fastidio cresce, piano piano, fino a diventare una paura, questa si fa più nera, si avvicina. Come quando osservi una bella arcata di cielo azzuro e poi ti accorgi che da un’estremità spuntano delle nubi, quasi formassero un esercito, sono scure e tormentate, pronte a incombere sul sole. In quel momento non puoi fare a meno di cercare l’ombrello, che quasi ti senti già sotto l’acqua. Ecco, sul bordo la paranoia è lì, accanto a te, il tuo piede sta a mezz’aria, oscilla in qua e in là senza sbilanciarsi mai. Il bordo ti fa venire le vertigini, quasi la malsana voglia di tentare l’abisso. Eppure ti senti come se fossi già sprofondato. Anzi a volte ci fai dei veri e propri tuffi là sotto, rendendoti conto di quanto possa essere buio e freddo. Poi risali, con calma, ti godi la luce dei bei momenti. È quando pensi di non avere più chances di risalita che il fondo ti imprigiona.

L’attaccamento all’altro e l’insicurezza in sé sono i protagonisti dello scenario: niente garantisce che un unico passo falso non sia capace di mettere fine a tutto. La paura di perdere “tutto” non riguarda solo il probabile distanziamento fisico, il non poter più gioire della compagnia altrui. La questione è prima di tutto interna: dentro di te qualcuno morirà e ti lascerà sanguinare da solo. Morirà per poi riemergere, magari prima di addormentarsi o in coda alla posta, e tu sarai costretto ad ucciderlo ogni volta, e così con la sua voce, le ore trascorse insieme e quelle che pensavi ti aspettassero. Questo è il precipizio, che spesso non è altro che il timore di finirci dentro.

Mi trovo in un parco vicino casa mia, è uno di quei pomeriggi in cui il tepore del sole e i profumi di campo preannunciano giorni estivi. Aspetto F. su una panchina, finalmente abbiamo trovato delle ore da dedicare alle nostre conversazioni. Quando arriva non perdiamo tempo e subito cominciamo a far parlare i nostri pensieri. Quelle ore le custodisco nello scrigno dei bei ricordi.

F. mi convince che in realtà questo “tutto” è già finito, o meglio, da considerarsi come tale. Esso si esaurisce nel momento in cui si consuma con l’altro. Inutile e dannoso è preoccuparsi di una futura compromissione della relazione, per mano propria. Solo il qui e ora contano.

Le sue lunghe mani affusolate disegnano figure nell’aria, come se stesse compiendo un rito. E infatti uno spirito si erge in mezzo a noi: è quella vorticosa sensazione di lasciarsi andare al rischio, con la consapevolezza di correrlo in ogni caso. Quanto tempo perso a pensare a mille contromisure, cosa sono in grado di controllare poi?, rifletto io. Lasciamo perdere tutto ciò che sta in cima, io voglio sperimentarlo quell’abisso, voglio galleggiarci e perdermici e arrivare fino in fondo, fino a toccare l’estremità più buia, mi dice F. con occhi sognanti, tutta emozionata.

Dopo questa chiaccherata mi sono detta di provare a godere dei miei bordi, di non ascoltare più quell’io che pretende di cambiare il passato e dominare il presente. Fa di tutto per non cadere giù, compreso rimproverare tutti gli altri io, colpevoli di essersi avvicinati troppo al precipizio.

Da un po’ di tempo penso che esista un altro modo di esperire ciò che mi sta intorno. Si tratta di quel corpo di pensieri riassumibili in “se le cose vogliono accadere o meno, un modo lo trovano”. La grande eroicità dell’imporsi sul proprio destino, il bel mito del self-made man sono cazzate per vendere romanzi di formazione. In effetti, più cerco di controllare me e il non-me, più questi cozzano. La realtà si complica, come quando cerchi di sbrogliare una matassa senza riuscirci, i fili si annodano ancora di più, come se si fossero moltiplicati. Dov’è il bandolo?, ti chiedi.

Se invece mi fermo e ascolto, niente è più come prima. Un po’ come nella storia de L’Alchimista di Coehlo. Il protagonista deve imparare a cogliere i segnali del mondo: il mondo complotta. Mentre il caro Shopenhauer conclude un paragrafo di Mondo come volontà e rappresentazione con “ogni vita è dolore”, perchè vita desidera vivere: un attimo di piacere e… puf, smania già per un altro. Evitare ciò – se uno non è pratico di ascesi – potrebbe semplicemnete voler dire: apprezza quello che hai, o meglio, quello che sei, fisicamente il tuo esserci, qui e ora.

Intendiamoci, aprirsi all’inaspettato è il senso del mio ascoltare. È un movimento attivo, un captare; ad ascoltare la tv sul divano rimani triste e solo.

Un io obietta: il presunto filo logico tra gli eventi, ce lo metti tu, con la tua spasmodica ricerca di senso. Beh, tutto vero, ma con me funziona. Quando permetto alle cose di accadere – senza forzarle con le mie aspettative – tutto sembra fluire liscio, anzi si addensa di sensazioni: a quel punto cosa potrebbe essere meglio, se non aspetto di meglio? Le emozioni sbocciano, posso coglierle vive come sgargianti fiori di primavera.

Forse è proprio la gioia dello stare in bilico, fra l’attesa dell’ignoto e la sua realizzazione, che ti ci fa stare bene, sul bordo.

Valeria Becattini

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