MEDEA VS. CORNELIA

Sembra che ormai Medea abbia già vinto, ma se vince Medea perdiamo tutti. Il suo cieco egoismo non può fare felice nessuno. Come sappiamo, nel mito, Medea fa a pezzi i figli avuti con Giasone per vendicarsi dell’ingrato marito. Ma, per quanto Giasone possa essersi meritato tutto il meritabile, resta il fatto che il gesto di Medea è ingiustificabile e che i figli fatti a pezzi per vendetta (Tessalo, Alcimene e Tisandro) non solo non avevano alcuna colpa.  Cornelia invece dedica tutta la vita al marito e poi ai figli (i famosi Gracchi) e si rifiuta risposarsi perfino con l’imperatore dell’Egitto pur di tener fede alla sua promessa di matrimonio e al suo dovere di madre. Sono entrambi donne fortissime e completamente rpotagoniste della propria storia, ma la greca è un’orribile strega, mentre la romana beh.. è tutt’altro tipo di protagonista. Davanti alle matrone sfarzose di gioielli che denotano il loro amore per sé stesse e il loro disinteresse per i figli, si presenta solo con i suoi piccoli Tiberio e Gracco pronunciando la nota frase “Ecce ornamenta mea”: ecco i miei gioielli.

A parlare di questione di genere oggi mi sento come si doveva sentire Christine De Pizan nel 1400 quando, nei suoi romanzi, denunciava il maltrattamento delle donne circa 500 anni prima del femminismo vero e proprio. Oggi come allora, da un lato c’è un genere abituato a comandare e a considerare i suoi privilegi come un diritto di natura, ma oggi è quello femminile. Dall’altro, un genere ormai chino sotto i colpi della cultura dominante, troppo sottomesso perfino per accorgersi della propria sottomissione: ma oggi è quello maschile.

Il maschio occidentale ormai da decenni almeno (prima non so, non c’ero) sta in casa propria come il fuco sta nell’alveare: viene accettato solo in quanto inseminatore, perfino usato come forza lavoro (cosa che almeno il fuco si risparmia), asservito in tutto e non ha potere decisionale sulla vita di coppia se non quando la donna glielo concede – solitamente per prendere decisioni o far lavori che lei non ha voglia di affrontare. La cosa interessante è che in queste coppie il maschio in pubblico dice di comandare, anche se non ci crede per niente, anche se messo alle strette su ogni singolo aspetto ammette che questo fantomatico comando non lo ha da nessun punto di vista e sotto nessun riguardo. Altrettanto le donne di queste coppie si sentono schiave e sottomesse, anche se messe alle strette si rendono conto che sono loro a decidere tutto in casa su ogni singola questione importante: sono loro ad avere ogni vantaggio davanti alla legge, loro le uniche ammesse al dibattito pubblico senza essere guardate con sospetto e prevenzione. Anche le donne sono però molto insoddisfatte. Infatti, per quanto abbiano ubbidito ciecamente e completamente al comando della società la natura in loro si ribella: manca loro qualche cosa. QUesto qualche cosa è un solido e valido compagno che non si faccia mettere i piedi in testa. Uno schiavo, non può mai riempire la vita come un compagno.

Ovviamente tutto questo lo si giustifica con il fatto che gli uomini in passato “sono stati tanto cattivi”. Qui bisogna chiarire una cosa: tutti gli oppressori parlano sempre di vendetta. Tutti opprimono perché sono stati i primi ad essere oppressi. E sapete perché? Perché chi opprime, per definizione, è il più forte. E se sei il più forte, lo decidi tu come viene scritta e raccontata la storia del passato. E ovviamente ne sceglierai una versione che ti giustifichi, non certo una che ti faccia fare la figura del prepotente. Ad ogni modo, anche se io ho sempre vissuto in un mondo in cui le donne opprimevano gli uomini al grido di “siamo oppresse!” e non ho mai visto questa oppressione maschilista di cui tanto si parla, posso anche credere che in passato le cose fossero diverse. Anche se le cose stanno così ovviamente il diritto del vendicatore non esiste. Occhio per occhio e dente per dente fa tutti ciechi e sdentati. In più: gli uomini sui quali le femministe di oggi si starebbero “vendicando” sono dei poveracci nati qui ed ora per caso, non certo gli stessi che le opprimevano secoli fa. Anzi! Neppure loro sono le stesse che sono state oppresse secoli fa! Quindi, comunque la si veda, la teoria della vendetta non è debole: è vuota.

Come sempre il problema non sono gli oppressori, però, ma gli oppressi. Come diceva Gandhi nessun oppressore può opprimere senza il consenso degli oppressi. Se l’oppresso davvero lo vuole, può sempre rifiutarsi. Se può, combattendo, altrimenti, fuggendo, se non ha altra via d’uscita, uccidendosi. Se il suicidio per non essere oppressi dal dominio femminista vi pare un’alternativa troppo eccessiva, ho brutte notizie per voi: non tutti la vedono così. Alcuni ci arrivano, non avendo altra scelta. Il suicidio tra i maschi è infatti un dato molto cospicuo, e in crescita forte e continua. Per darvi un’idea, secondo l’ISTAT, i maschi si suicidano 6-7 volte in più delle donne – anche se le donne tentano il suicidio 3 volte in più rispetto agli uomini. Ma si sa che il tentato suicidio non è un suicidio, è una richiesta di attenzioni. Le attenzioni sono, psicologicamente parlando, nient’altro che potere emotivo. Quindi di fatto le donne, sapendo di poter ricevere più potere, quando ne hanno bisogno lo chiedono. Gli uomini, sapendo di non poterlo ricevere, si uccidono.

Tutto ciò non accede a livello consapevole, certo. Ma accade. Ed accade sempre di più. Infatti, il fuco che inneggia alla donna indipendente e si trova una schiavista (magari pure giovane e attraente ma comunque schiavista) non tiene conto della biologia. Il testosterone, che secondo Repubblica è importante per la salute e la sessualità, agisce anche sulle funzioni cognitive: un uomo che non abbia almeno la sensazione di essere padrone della propria vita, semplicemente, si deprime. Il femminismo, semplicemente, non funziona e non può funzionare. La biologia gli è contro. Il patriarcato ha funzionato e ha fatto sopravvivere il genere umano per tre millenni. Il femminismo, in meno di un secolo, ci sta facendo estinguere. Lo so, pensate alle società matriarcali africane o sudamericane e vi dite: “beh, il matriarcato funziona eccome!”. Bravi, avete ragione. Il matriarcato funziona. Non il femminismo. Nel matriarcato africano gli uomini sono solo inseminatori, è vero, però sono anche liberi di andare e venire dal villaggio. Non hanno doveri e responsabilità, alimenti da pagare e case espropriate. Le donne non gli aizzano contro i figli se questi vanno in un altro villaggio o fanno sesso con altre donne. Quindi il matriarcato si può fare, certo, e funziona, eccome, ma è molto diverso da quello che ci propone il femminismo consumista. Moltissimo. E finché uomini e donne non capiscono questo saremo sempre infelici. Tutti.

Ma quindi non esiste nessun femminismo possibile? Ovvero: non esiste nessuna possibilità di dar valore e forza al ruolo femminile? Secondo me sì, eisiste eccome, ma la via dovrebbe essere qulla di Cornelia, non quella di Medea. Se Medea vince si estingue l’umanità, in modo egoista, doloroso, freddo, terrificante per tutti: per i maschi (ovviamente) ma anche per le femine che – perso il loro contraltare e completamento – sono sempre più perse alla ricerca di un’indipendenza che la natura non ci ha creati per avere. Né gli uni, né le altre.

Ovviamente mi si dirà (come già mi è stato detto in più occasioni) che sono un uomo e che quindi non ho alcun dirittto di parlare di quel che dovrebbero fare o non fare le donne. Non sono d’accordo e non accetterò mai questo punto di vista: siamo tutti umani ed abbiamo tutti diritto di esprimerci su quello che gli altri fanno o non fanno, in una società conviviale. E una società convivale è precisamente quello a cui miro, aspiro e (visti i tempi) sospiro. Ad ogni modo, visto che siamo umani non si può parlare di un solo lato della società, ma anche dell’altro. Parliamo quindi dei problemi del maschio, che non sono certo assenti. Non parlerò del maschio cosiddetto di destra, che ha altri problemi ma almeno non questi. Il maschio di destra – quando non capisce come comportarsi, ha atteggiamentei sufficentemente vistosi da essere sbattutto in galera, e quindi il problema è più giuridico che filosofica. Il maschio di sinistra, invece, compie errori più subdoli, meno visibili ed evidenti, e per questo meno arrestabili, meno correggibili, e per questo – sulla lunga più pericolosi.

Il maschio di sinistra crede che il femminismo sia suo amico ed agisce per propagarlo ed aiutarlo, bisogna che capisca almeno alcune cose fondamentali, secondo me.

Sappiamo che il sistema maschilista è sopravvissuto diversi millenni. Il femminismo è recente, bisognerebbe avere delle prove per vedere se davvero le società femministe possano sopravvivere o no alla lunga. Ma le prove sono tutte a sfavore: dove arriva il femminismo arriva il calo delle nascite, alcolismo e povertà tra i maschi e problemi affettivi e comportamentali tra i bambini. Ad oggi pare proprio che il femminismo reale, al di là di ogni teoria, sia un vero e proprio cancro sociale perché come il cancro si diffonde facendo impazzire le cellule ed uccidendole per contagio. Come abbiamo detto: il femminismo reale di oggi non è il matriarcato africano (che funziona) né il social-femminismo del ’68 (che si è reso conto dall’esigenza di sciogliersi in un’internazionale degli oppressi negli anni ’70). Il femminismo di oggi è una funzione del consumismo, figlio del liberal-femminismo industriale americano, anche quando scimmiotta la sinistra prendendo a prestito slogan o colori. Quando ti dicono “paura delle donne emancipate, eh!?”, la corretta risposta quindi dovrebbe essere”sì, moltissima, e a buona ragione, anzi ottima”. Dovremmo sbiancare e scappare terrorizzati quando sentiamo aria di femminismo perché, come diceva Gandhi, la fratellanza può essere solo internazionale e completa. Non può avere divisioni, o diventa il suo opposto: la lotta contro chi non vi appartiene.

Il femminismo di oggi vuole il maschio morto (vedi le marce per la castrazione o anche solo le terribili leggi italiane) ed ogni femminista è nemica di tutti i maschi o fa comunque il gioco di un movimento che è – fatto nemico dei maschi in quanto tali. Iniziano dicendo che sono nemiche solo di questo o quello ma alla fine i comportamenti stigmatizzati diventano sempre di più fino a che il crimine diventa essere un maschio per definizione. Ti vogliono imporre come muoverti, come vestirti, cosa dire e quando parlare. Insomma: la tua condizione è come quella della donna in nord africa, o come un nero durante l’apartheid. Solo che qui devi pure dire che sei tu l’oppressore. Sennò te le danno anche di più. Psicologicamente, si capisce, è raro che ti picchino fisicamente (almeno non in pubblico, visto che il 40% delle violenze domestiche è sui maschi).

Non ti schierare col tuo carnefice. Non ignorare il problema. Ammettere di essere in pericolo ed affrontare il problema è condizione non sufficiente ma sicuramente necessaria per salvarsi la pelle. Ma lo so: oggi noi maschi (soprattutto se cresciuti a sinistra) siamo abituati a pensare di essere sbagliati, che in fondo è tutta colpa nostra, che ce lo meritiamo. Beh… no. Non siamo colpevoli di un bel niente e, no, non meritiamo alcuna discriminazione. Smettiamo di accettare rappresentazioni di noi come Homer Simpson, Peter Griffin, Fry di Futurama e tutti i maschi sfigati che la televisione mette accanto a donne geniali per farci pensare di essere rifiuti umani che non meritano niente. Siamo esseri umani anche noi. E NON SIAMO inutili rifiuti umani. A meno che non lo vogliamo, a meno che non lo accettiamo, a meno che l’abitudine non ci insegni a tenere la testa nel fango pensando di meritarcelo. Insomma: come tutti gli oppressi, saremo oppressi solo fino a quando accetteremo di esserlo, solo fino a quando penseremo di meritarlo.

Quindi se incontri Medea, per quanto affascinante, scappa. Sposa Cornelia. O muori single. Che è sempre meglio che vedere i tuoi figli fatti a pezzi.

Guido G. Gattai

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