INCEPTION

“Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più risvegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?”. Questa la frase pronunciata in sogno da Dominic Cobb ad Arianna che illumina l’intero andamento della pellicola, fino a divenirne imprescindibile baricentro strutturale. Perché di questo si tratta: di sogni.
Dom (Leonardo diCaprio) lavora per una misteriosa agenzia segreta ed è specializzato nel trafugare idee direttamente dalla mente delle persone. Servendosi di una speciale macchina dei sogni, è in grado di innescare un sogno condiviso entro il quale muoversi nei panni di oniriconauta (Friedrick Van Eeden, 1913) alla ricerca del suo tesoro immateriale.
L’idea di una macchina dei sogni (Portable Automated Somnacin IntraVenous device, acr. PASIV), per ora invenzione fantascientifica, trova sostegno da parte di recenti studi condotti in Giappone dal professor Y. Kamitani dei Computational Neuroscience Laboratories in cooperazione con gli enti NARA e NIICT, secondo i quali è attualmente possibile mappare le connessioni neuronali che descrivono un sogno con una precisione del 50%. Avvalendosi di appositi programmi psicologici di controllo della realtà (RCT), adeguamento al sogno (CAT) e induzione mnemonica del sogno lucido (MILD), descritti nel notevole saggio Sogni coscienti (1988) di uno dei pionieri del settore, S. LaBerge, fondatore del Lucidity Institute della University of Standford, ai protagonisti è possibile addentrarsi in un sogno altrui ed estrarre un’idea. Il sogno viene descritto come una realtà complementare a quella fenomenica, di natura proteiforme e pluristratificata, nella quale ogni livello, distinto dagli altri, subisce rallentamenti temporali progressivi che richiamano la descrizione filosofica del tempo di Sant’Agostino e di Bergson (tempo spazializzato e tempo come durata, collana di perle e gomitolo di filo) e quella scientifica della relatività di Einstein, da cui deriva, per altro, l’andamento narrativo della Recherche di Proust e della letteratura della prima metà del Novecento (Joyce, Svevo, Wolf, ecc.). Si tratta, cioè, di sogni nei sogni, in cui un secondo reale può diventare dieci minuti al primo livello, un’ora al secondo, un giorno al terzo e dieci anni al quarto (si parla in questo caso di limbo).
Ma come impiantare un’idea? Questo è il dilemma tecnico infittito da note drammaticamente umane che dà il nome al film (Inception), che muove il film, fino a renderlo un action movie mozzafiato, con scene spettacolarmente hollywoodiane, senza per questo perder nulla dal punto di vista squisitamente filosofico.
Il ricco Mr. Saito commissiona a Dom l’innesto di un’idea nella mente del figlio del rivale commerciale, Fisher. L’idea dovrà essere considerata propria dal soggetto e quindi innescata a livello dell’inconscio (come si dirà, evidente è l’influsso della psicanalisi freudiana); dovrà essere semplice ma permettere efficacemente lo scopo: il frazionamento della multinazionale ereditata dal padre.
Ora, l’inception di un’idea necessita una visione particolare di questa “idea”. Non si tratta, dunque, di un ente inafferrabile, diafano, sfuggente, bensì di qualcosa di “concretamente” manipolabile. Questa concezione di “idea” trova riscontro nella più recente produzione neuroscientifica. In Il gene egoista (1976) l’etologo Richard Dawkins di impostazione sostanzialmente neodarwinista coniò –non senza riallacciarsi alla precedente produzione scientifica – il concetto di meme (dal greco mìmema) inteso quale minima unità culturale diffondibile mediante disseminazione e condivisione (Internet è al momento il più potente vettore memetico esistente). Un meme e un “archetipo” junghiano hanno molti punti in comune, se non per il fatto che mentre gli archetipi del noto psicanalista avevano una funzione simbolica, nel senso etimologico di “tenere insieme le persone” (syn–ballein), i meme hanno una costituzione essenzialmente virulenta: a imporsi sono le idee–virus più efficaci, i parassiti più persistenti che prima si diffondono e si decuplicano, poi si impiantano nell’inconscio e lì restano finché un’idea più resistente, in un continuo intrecciarsi di evoluzione biologica e culturale, la sostituisce (concetto reso noto già da Ralph Waldo Emerson in Essays, vol. V, 1841).
Ma le idee–meme come abitano i sogni e possono essere impiantate?
Il sogno viene edificato dalla creatività di un “architetto” (qui impersonato da Arianna) che dà ordine al caos inconscio mediante proiezione immaginativa (De somnis, Aristotele). L’architetto definisce un ambiente senza doversi preoccupare della sua logicità: nei sogni sono possibili geometrie tridimensionali non euclidee, paradossi, scale alla Escher o alla Penrose e altre illusioni ottiche. Ma a riempire con idee e ricordi personali quell’ambiente è sempre il sognatore. Il quale, come nel caso di Dom, deve far fronte a Mal, ombra della moglie morta suicida, proiezione fisica del suo straziante senso di colpa. Qui entra in gioco Freud che alla pagina 151 della sua Introduzione alla psicanalisi (1932) scrive: “Il sogno è un mezzo per sopprimere le eccitazioni psichiche che vengono a turbare il sonno, soppressione che si effettua con l’aiuto di soddisfazioni allucinatorie”. Nell’Interpretazione dei sogni (1900), il padre della psicanalisi dimostra che durante la notte, mentre dormiamo, il livello di vigilanza della coscienza si attenua e la pressione dell’inconscio, caratterizzato dal libero fluire della libido secondo il principio di piacere, si acuisce. Per evitare l’insorgere del subconscio il sogno placa mediante soddisfacimento allucinatorio i desideri repressi, li neutralizza e infine permette alla coscienza di riaffermarsi.
Come un moderno Teseo, guidato da Arianna, Dom finalmente riesce nel limbo a fare i conti con la moglie e a lasciarla andare. Riesce pure, coadiuvato da Arthur e da Saito, a impiantare l’idea nel subconscio di Fischer. Il tutto attraverso un sofisticato passaggio da un livello all’altro del sogno con l’impiego cinematografico, altamente suggestivo, di centrifughe antigravitazionali e altri complessi congegni fisici anziché i classici ma banali effetti speciali, accompagnati dall’incredibile colonna sonora del più grande compositore tedesco vivente, Hans Zimmer, che fonde magistralmente musica elettronica e orchestra (molti ricorderanno il formidabile brano Dream is collapsing che riecheggia l’illusione acustica della scala Shepard impiegata nella colonna sonora di Dunkirk).
In un succedersi di maschere pirandelliane e di travestimenti contorti, di paesaggi surrealisti che ricordano gli splendidi quadri di Salvador Dalì (“il surrealismo si fonda sull’onnipotenza del sogno”, Andrè Breton, Manifeste du Surrealisme), Dom riesce a rivedere i suoi figli.
Il finale resta aperto. Il totem di Dom, una trottola, gira a vuoto, come in sogno, ma pare rallentare, anche se non lo vediamo fermarsi (se si fosse fermato, avremmo avuto la conferma di essere di nuovo nel mondo reale). Finale aperto, dunque, nella migliore tradizione della narrativa contemporanea (da Leopardi a Joyce). Ma non provocatoriamente. “Dream is real”, sostiene il regista, Christopher Nolan. Il sogno si rivela realtà complementare e, a suo modo, “consustanziale” a quella fenomenica.
Come distinguere il sogno dalla realtà? Questo è il vero dramma che attanaglia i protagonisti, sin dalla frase citata all’inizio. Forse che “la vita è un sogno”, come voleva il poeta Calderòn de la Barca (1635)? Il problema, di immensa portata filosofica, è molto delicato ed è stato affrontato da tutti i grandi filosofi del passato (nel film tenuti insieme da un unico filo conduttore).
Vittima degli assiomi della logica, della ragione (redde rationem) fondata sui principi di identità e di non contraddizione, non riusciamo a concepire un mondo in cui quelle stesse regole non valgano. Eppure in quel mondo sguazziamo tutte le notti e lo troviamo perfettamente plausibile: è il sogno. Come separare in modo “chiaro e distinto” il mondo reale da quello dei sogni?
Eraclito di Efeso (535–475 a.C. circa) scrive: “Sai distinguere la notte dal giorno? No, io considero tutte queste distinzioni come impossibili” e aggiunge: “Morte è quando vediamo stando svegli, sonno quando vediamo dormendo”.
A corroborare la visione di Eraclito recuperata da Nolan giunge in soccorso lo stesso Platone che nel Teeteto sostiene (passi 158 c–d): “Nulla vieta che i discorsi che ora facciamo siamo tenuti in sogno; e quando in sogno crediamo di raccontare un sogno la somiglianza delle sensazioni nel sogno e nella veglia è addirittura meravigliosa. D’altronde, il tempo in cui dormiamo è uguale a quello in cui siamo desti e nell’uno e nell’altro la nostra anima afferma che solo le opinioni che ha in quel momento presente sono vere, sicché per un eguale spazio di tempo noi diciamo che sono vere le une e le altre e le une e le altre sosteniamo con lo stesso vigore”.
Da Platone in poi questo concetto di indiscernibilità di sogno e veglia pare costante (viene persino ripreso da Shakespeare nella Tempesta, atto IV, scena I: “La nostra breve vita è racchiusa in un sogno”). Non solo: appare comune universalmente, in tutte le culture, se si considera che Schopenhauer lo attinge non da Platone o da Aristotele, ma dai Veda della religione Indù (velo di Maya, ecc.) e dal Taoismo (è l’uomo che si sogna farfalla quando dorme o è la farfalla che si sogna uomo quando questi crede di essere sveglio?). Una soluzione, cui perviene sulla sua pelle Dom, è quella proposta da Cartesio e ripresa a suo modo da Fichte. Nelle Meditazioni metafisiche (1628) René Descartes annota: “Ciò che accade nel sogno non sembra essere così chiaro e così distinto come ciò che accade nella veglia. Ma pensandoci sopra mi ricordo di essere stato spesso ingannato, quando dormivo, da semplici illusioni (mimesis, in greco, donde meme). E soffermandomi su questo pensiero, vedo chiaramente che non ci sono indici concludenti né contrassegni abbastanza chiari per poter distinguere nettamente la veglia dal sonno al punto che ne sono stupito e il mio stupore è tale che è quasi capace di persuadermi che ora sto dormendo”.
In Inception la mente crea la realtà e simultaneamente la percepisce come diversa da sé. Persone, cose, sensazioni sembrano genuinamente reali (quando proviamo gioia o dolore in un sogno si attivano le medesime aree cerebrali coinvolte durante la veglia). L’ultima realtà a cui appellarsi nel mare delle illusioni oniriche è se stessi, quindi cogito ergo sum o, in altri termini, l’Io quale fondamento ontologico della realtà (Fichte e il suo idealismo soggettivo).
Dom trova se stesso quando lascia andare Mal, “diventa chi è” (Nietzsche), completa il processo di individuazione junghiano, fonda la realtà sulla relazione dei suoi affetti che si esercita nella complementarietà della stratificazione poliedrica del reale, inteso come sede del fluire delle emozioni. Ecco perché il finale, pur aperto, resta superfluo rispetto al compimento dinamico dell’emotività del protagonista: sogno o meno, quell’esperienza, forse irreale, resta comunque vera. Vera quanto il film che stiamo guardando, tant’è gravido di emozioni e concetti. Il film è il sogno: sogno nel sogno nel sogno. Una pellicola cinematografica presenta la stessa natura dei sogni: si inizia quasi sempre in medias res, non si sa da dove siamo partiti, ci troviamo catapultati da un luogo a un altro senza conoscere quello che è avvenuto nel mezzo, passato, presente e futuro si dilatano e si restringono fino, talvolta, a precedersi o anticiparsi. Non è forse il film stesso il sogno perfetto? Ecco che Nolan supera i limiti sinora imposti alla cinematografia, e con una pellicola rivoluzionaria dipana un gioco di matriosche davanti ai nostri occhi che si inabissa indeterminatamente dentro lo schermo, lo abbraccia completamente, rompe la quarta parete e raggiunge lo spettatore.
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Matteo Abriani

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