ARANCIA MECCANICA

Film distopico, di notevole caratura cinematografica, tanto da essere riconosciuto come uno dei capolavori assoluti del grande regista Stanley Kubrick, Arancia meccanica (Clockwork Orange, 1971), tratto dal romanzo di Anthony Burgess, è anche dotato di una poderosa ossatura filosofica.
Pur incentrato su temi apparentemente sociologici e psicologici, è innegabilmente influenzato da pensatori quali Platone, Nietzsche e Freud e dalle grandiose parabole distopiche proposte del Mondo nuovo di Aldous Huxley o dall’allievo George Orwell in 1984. Affiorano i grandi temi del pensiero filosofico antico e moderno: la libertà e il condizionamento della società, la volontà, l’influenza dell’inconscio, la radicalità del male, la giustizia.
La storia è narrata in prima persona dal protagonista Alex DeLarge, un quindicenne di buona cultura musicale dedito al crimine e alla violenza dai quali ricava denaro e piacere. In un certo senso è l’incarnazione integrale del male, poiché la sua natura distruttiva e prevaricatrice non è giustificata da traumi o traviamenti, ma anzi si contraddistingue per essere una scelta consapevole e radicale, rivendicata con orgoglio.
Sulle note del seicentesco Henry Purcell, riadattate al sintetizzatore, che hanno il solo scopo di instillare nello spettatore sconforto e impotenza, un’inquadratura a quadrangolo coglie Alex e i suoi “drughi” (compagni) dediti a bere LattePiù (una bevanda drogata) al Korova Milk Bar. Siamo in una Londra grottescamente futuristica in cui la moda perverte l’architettura e l’arte, piegando l’armoniosità del bello classico ad esiti intimamente bizzarri in cui predomina l’elemento sessuale.
La banda criminale di Alex, dopo aver assunto la droga, si dedica alla feroce prevaricazione del prossimo, perpetuando violenza fisica, tortura, stupro, omicidio. Non si tratta, tuttavia, della mera brutalità che distingue l’uomo mediocre. Per Alex e i suoi compagni la violenza è espressione della vita, intesa secondo le categorie della filosofia nietzschiana. La vita gioco crudele di nascita e morte. In una parola, è volontà e la volontà è forza espansiva infinita. Di fronte alla crudeltà della vita bisogna essere più crudeli, bisogna chiedere “più vita”.
Alex è un antieroe affermatore animato da una piena disposizione dionisiaca che spazia dalla musica dell’amato Beethoven (il “dolce dolce Ludovico Van”) alla tragedia, ebbra, della distruzione della vita innocente. Alex, più che satanico, si rivela, secondo questa lettura, intrinsecamente dionisiaco, personificazione dell’ebrezza, del caos, della smisuratezza tragica dell’esistenza che affiora dal baratro del nulla, in una disposizione d’animo squisitamente nichilistica. “Che cos’è il nichilismo, l’ospite più inquietante?” si chiede Nietzsche davanti all’insensatezza del mondo conseguita alla morte di Dio. E si risponde: “Il nichilismo si ha quando manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano”. L’assenza di una morale liberamente introiettata e di un senso di giustizia collettivo designa Alex come il “Freigeist” per eccellenza. La sua azione, energica e tumultuosa, pur essendo moralmente riprovevole, riflette prismaticamente la polisemia della nietzschiana “volontà di potenza”, assumendo le sembianze sia del desiderio di potere, dominio e violenza sugli altri, sia di “volontà che vuole se stessa” mirando al solipsistico dominio di sé.
In questa prima parte della pellicola, sulle note classiche di Beethoven, Rossini, ma anche di Wendy Carlos e Singing in the rain, assistiamo alla dimensione caotica e irrazionale del dionisiaco, finalmente libero dalla gabbia dell’apollineo.
Né mancano le note di un più semplice libertinismo sfrenato e naturalismo estremo tratte dalle opere del Marchese De Sade (una su tutte, Le 120 giornate di Sodoma). Già, perché non di solo impeto liberatorio di autoaffermazione si tratta, ma anche di un più sottile valzer di perversioni, parafilie, macabri rigetti ventrali che hanno lo scopo precipuo di indurre piacere nel crudele torturatore, nell’espletare un capriccio lussurioso, secondo un paradigma assolutamente relativistico sfociante nell’egoismo risoluto del solitario antieroe. Scrive De Sade in Justine, ovvero le disgrazie della virtù che “la virtù non conduce ad altro che all’inazione più stupida e più monotona, il vizio invece a tutto ciò che l’uomo può sperare di più delizioso sulla terra”.
In un’intervista Kubrick disse che “Alex suscita una strana identificazione psicologica con lo spettatore”: si rivela, cioè, a un personaggio altamente stratificato che rappresenta, tra le altre cose, anche il nostro inconscio represso dalla morale sociale. In tal modo viene ad incarnare il Mr. Hyde del ventesimo secolo: la piena espressione dell’Es, il libero e irrazionale fluire dell’energia libidica secondo il principio di piacere – il piacere dell’eccesso –, in una barbara soddisfazione delle pulsioni primarie dell’essere umano, in un’esaltazione sregolata della festa del massacro, del gusto per l’assassinio, della pianificazione della crudeltà con tanto di danze, canti e risate di scherno sul dolore della vittima, in una dimensione in cui la freddezza del calcolo è inscindibilmente intrecciata alla furia del sangue, la noia dell’animo alla bestialità pulsionale.
Ben presto, però, Alex, tradito da Georgie e Pete, viene arrestato per omicidio preterintenzionale e condannato a quattordici anni di reclusione.
Il mondo carcerario, dipinto a tinte grottesche, distopiche, spietate, si rivela macchina ben oliata per nutrire ipocrisia e piaggeria, ottimi requisiti richiesti dalla società conformistica.
Durante una visita del nuovo ministro dell’Interno, Alex si propone per una cura sperimentale nota come “metodo Ludovico”, atta a mutare nell’arco di due settimane un immarcescibile criminale in un tenero agnello, un buon cristiano, un bravo cittadino.
Si tratta di vera e propria manipolazione psicologica marginale. In una rievocazione abbastanza esplicita del mito della caverna di Platone, Alex, dopo aver assunto una sostanza che induce nausea, con tanto di camicia di forza, viene posto davanti allo schermo di un cinema, totalmente impossibilitato a chiudere gli occhi. Ora dopo ora gli vengono mostrate immagini di violenza efferata a cui non può sottrarsi e con le quali intrattiene per la prima volta una relazione di immedesimazione e dolorosa empatia emozionale. Solo attraverso lo schermo vede i colori del “mondo vero”, che nella realtà apparivano così lontani e sfumati. Viene cosi ad (ap)percepire nell’alter–ego una parte di sé e dinanzi alla violenza assurda e nichilistica inizia a provare uno squassante senso di nausea e dolore, talmente forte da fargli desiderare la morte.
Divenuto quieto e inoffensivo, come testimoniano alcuni esperimenti finali, subisce per rivolgimento provvidenziale della sorte una serie di violenze e persecuzioni da parte delle sue ex–vittime. Ma non si tratta di “morale della favola”, di banale resa dei conti.
Se nelle prime scene si prova ribrezzo nei confronti del protagonista, dinanzi al suo massacro finale a cui egli non può reagire si finisce quasi per empatizzare. È cosa voluta, ovviamente. Perché Alex, sebbene sia stato rabbonito, ha perso ciò che lo rendeva umano. Libertà, autodeterminazione, volontà sono totalmente evaporate dopo la cura, come sottolinea con veemenza il sacerdote di carcere dinanzi al ministro. E allora è meglio un uomo che sceglie liberamente il male o uno che sceglie il bene per impossibilità a compiere il male? È questo il dilemma che muove il film e che s’intreccia con la distopia di Huxley, anch’essa caratterizzata da forme pervasive di controllo statale, programmazione umana, manipolazione mentale e rigetto della morale tradizionale a favore di una obbrobriosa disinvoltura sessuale (in una scena del film Alex intrattiene un’orgia con due ragazze undicenni).
La cura non ha placato le pulsioni dionisiache di Alex che nell’ultima scena, ascoltando Beethoven, erode con la mente l’immagine dinanzi ai suoi occhi (dei giornalisti che lo fotografano mentre stringe la mano al ministro) distorcendola a favore delle sue libidinose fantasie erotiche. Il male continua a radicarsi in lui ma viene represso a livello fisico, in una sorta di rigetto inconscio freudiano proposto in modo cinematograficamente iperbolico. Ecco che la perdita di libertà del signorino DeLarge diviene simbolo di totalitarismo statale opprimente e repressivo che non vuole cittadini liberi e autocoscienti, ma macchine pronte a rispondere, tracciando un preoccupante monito e un agghiacciante parallelismo con i nostri tempi. Non a caso in “nadsat” (un gergo artificiale inglese con molte influenze russe utilizzato da Alex e compagni) “orange” (arancia) è sinonimo di “man” (uomo). Il titolo, Arancia meccanica, assume così un significato più pregnante e drammatico.
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Matteo Abriani

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