BLACK MIRROR _ TORNA DA ME

Black Mirror è una serie televisiva britannica prodotta da Charlie Brooker a partire dal 2011 e oggi distribuita da Netflix. Molto popolare, soprattutto tra i giovani, è ambientata in un distopico futuro prossimo in cui l’incedere del progresso tecnologico mina le fondamenta stesse del nostro essere “umani” e produce numerosi effetti collaterali.
L’analisi della perversione tecnica della società parte da un’esperienza sgradevole da cui la serie prende il nome. È l’esperienza dello schermo spento, nero di un pc, uno smartphone o un tablet (black mirror, in inglese) che instilla nell’utente un senso di vuoto insopportabile e aizza il fuoco della dipendenza tecnologica. Il tema centrale – per altro al centro del dibattito filosofico novecentesco – potrebbe quindi essere definito come il rapporto tra uomo e tecnica. Ogni episodio, tuttavia, si caratterizza per una composizione circolare, autoconclusiva, essenzialmente monadica e affronta di volta in volta un tema diverso. In Torna da me, che abbiamo deciso di prendere in esame, affiorano i grandi temi della filosofia platonica.
Nella filosofia greca antica è centrale il tema dell’invalicabilità della Necessità (Anànke) di natura, che definisce ferree leggi razionali che scandiscono il ciclo fisico, chimico e biologico degli enti dell’universo e che non possono essere piegate da nessun espediente tecnico. Con Parmenide potremmo dire che la “Necessità , guidando la volta celeste, costringe gli astri a tenere i confini” (DK, fr. B10) e, con Eschilo, che mette in bocca a Prometeo queste parole, che “la tecnica è di gran lunga più debole della Necessità” (Prometeo incatenato, v. 514).
Prometeo (lett. “colui che vede prima”) ha sottratto il fuoco dalla fucina di Efesto e ha donato agli uomini la tecnica, l’oggettivazione della razionalità umana atta a modificare il paesaggio, rendendo gli uomini “da infanti quali erano a razionali e padroni della loro mente” (Esch., v. 443–44).
La tecnica, come veniva intesa dai Greci, non appariva né perversa né inquietante poiché l’Anànke si poneva quale orizzonte non oltrepassabile e ordine immodificabile. La poliedrica natura dell’uomo (definito da Sofocle nel I stasimo dell’Antigone, deinoteros, un termine altamente pregnante che coniuga il significato di ben quattro parole della lingua italiana: inquietudine, meraviglia, terrore e potenza) si declina nel corso del progresso storico entro l’apparato tecnico e giunge, a partire dalla rivoluzione scientifica, a sconquassare l’ordine naturale e a incrinare l’inviolabile sigillo della necessità. La tecnica diviene amplificatrice della volontà umana, moltiplicatrice delle possibilità raggiungibili, via verso l’onnipotenza mediata dallo strumento e – secondo Marx – primo mezzo da conseguire per ottenere tutti gli altri fini, divenendo essa stessa un fine, anzi il fine primario, indispensabile (è l’eterogenesi dei fini già prefigurata da Hegel). Ma la tecnica in sé e per sé non ha fondamenti etici, non una morale o un limite autoimpostosi. La tecnica funziona e basta. E la sua efficienza intrinseca diviene virtù indispensabile nei “tempi moderni”, per citare a proposito la celebre pellicola di Charlie Chaplin in cui l’operaio si ritrova alienato, “reificato”, ridotto a res (cosa, oggetto), mero funzionario d’apparati tecnici (il riferimento è, naturalmente, a Tempi moderni).
In Torna da me (Be Right Back, 2013), grandioso primo episodio della seconda stagione di Black Mirror, assistiamo alla storia d’amore di due fidanzati, Martha e Ash, che vivono in una piccola villa di campagna. Ash è totalmente assuefatto dalla tecnologia e passa le sue giornate a descrivere la sua vita sui social network. Un giorno, uscito di casa per andare a restituire la macchina noleggiata, subisce un fatale incidente. Martha non riesce ad elaborare il lutto del fidanzato e si affida a un programma computerizzato che, partendo dalla memoria virtuale di Ash, ne dà un’immagine tridimensionale e a suo modo convincente. Con il computer–Ash, Martha intrattiene scambi di messaggi, telefonate compulsive, ma percepisce ancora il diaframma di ghiaccio che la separa dal suo vero fidanzato. Decide così di costruire un robot rivestito di carne umana, dalle perfette sembianze di Ash che, forte della sua memoria, le tenga compagnia. Ma quello non è il vero Ash, quanto piuttosto una sua immagine fredda, lontana, sbiadita, preordinata; apparentemente umana, sì, ma in realtà incapace di provare autentici sentimenti. Martha si rende conto dell’errore compiuto e nella scena finale rinchiude il robot in una soffitta dalla quale non uscirà più.
Nella pervasività del distopico sistema tecnologico ritratto si acuisce l’attrazione magnetica verso il feticismo (dal latino facticius, “artificiale”, donde feticcio), dove ad agire e interloquire non è un’anima sensibile e razionale, non è una persona, bensì un codice sistemico, un algoritmo freddo ed elaborante. È astrazione, artificialità totale del segno, circolarità invalicabile, idolo rilucente da adorare come il “vitello d’oro” della religione giudaica. Ma è anche proiezione, copia di un’idea. Ed ecco che ci giunge in soccorso Platone. Menone, Fedone, Teeteto affrontano la teoria platonica delle idee nell’ambito della teoria della conoscenza proposta dal filosofo di Atene.
Ritenendo l’esperienza empirica come non attendibile, Platone nega ogni significato alle conoscenze strettamente sensibili e delinea due mondi distinti e separati tra loro: quello delle forme (eidos, da cui “idea”, dal verbo greco orào, “vedere”, inteso con valore precipuo di “significato”, di intellegibilità dell’essere, e non con un valore meramente spirituale, mentale), situato in un “iperuranio”, e quello sensibile in cui viviamo. Se il mondo sensibile, costituito dagli oggetti dell’esperienza, è controllabile e manipolabile attraverso la doxa, in un duplice avvicendarsi di pistis ed eikasia (ed è quello che facevano i sofisti come Gorgia, Protagora e Prodico di Ceo, tanto disprezzati da Aristocle), una reale e sicura conoscenza (episteme) che attinga alle forme (o intuizione intellettuale) necessita di noesis (intellezione) e dianoia (pensiero discorsivo). Per Platone (e per Hegel) l’assoluto è, dunque, l’idea, intesa quale realtà assolutamente trasparente al pensiero, sistema totale delle determinazioni universali, essenza universale, pienezza della realtà nella sua assolutezza, razionalità che si compie nella trascendenza, al di là del mondo sensibile, (ypèr tù uranù).
Ora, un’idea è soltanto concepibile, pensabile. Martha non può vedere, toccare, udire Ash, può soltanto cogliere il significato in sé del suo fidanzato, che cosa egli sia realmente al di là delle determinazioni sensibili, avvalendosi di quello strumento straordinario che è la memoria dei trascorsi passati. La conoscenza è perciò anamnesi, forma di ricordo che affiora dai recessi più reconditi dell’anima (psyche).
Ash, dapprima previsto come soggetto, diviene instrumentum tecnico per soddisfare i desideri di Martha, ossia simulacro sensibile, predicato del soggetto sprovvisto dell’ “essenza” di Ash, svuotato dalla sua profondità umana, proteiforme e insondabile.
Troviamo tuttavia interessante che, per ricostruire la “personalità” del fidanzato Martha si avvalga non solo di un robot che assume le sue sembianze fisiche, ma soprattutto dei contenuti depositati in vita da lui su internet. Quante volte desideriamo “conoscere” una persona su Facebook o Instagram piuttosto che personalmente? Siamo arrivati a un punto in cui il simulacro digitale di un essere umano assurge a simbolo di quella stessa persona, la banalizza e la reifica a oggetto d’esposizione in una perversa galleria d’esposizione in cui ognuno si pubblicizza come un bell’oggetto da vendere, e così facendo si falsifica. Così, coloro che intendono relazionarsi alla realtà attraverso uno schermo non devono solo fare i conti con gli inconvenienti pratici di un rapporto a distanza, ma con quelli, assai più pericolosi, d’una riduzione tecnica dell’umano secondo categorie preordinate in cui l’identità individuale si risolve nel ruolo inscenato, nella maschera pirandelliana assegnata ad ognuno e mediante la quale ciascuno è giudicato secondo parametri estetici, utilitaristici, efficientistici nel trionfo delle apparenze che volteggiano impalpabili come le ombre della caverna platonica.
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Matteo Abriani

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