Un piano per salvare il pianeta, di Nicholas Stern

Già professore di economia a Oxford, a Warwick, al MIT ed in altre prestigiose Università e centri di ricerca di tutto il mondo, Nicholas Stern è certamente noto anche per essere stato l’autore del cosidetto Rapporto Stern, il documento richiestogli dal governo laburista inglese nel 2005 sulle implicazioni economiche del riscaldamento globale. Pubblicato nell’ottobre 2006, il Rapporto Stern è stato seguito nel 2008 dall’articolo Elementi chiave di una sfida globale; entrambi i testi sono stati importanti per la composizione del libro, che in parte racconta i due anni di lavori per la stesura del Rapporto ed in parte sviluppa, sopratutto nell’ottavo capitolo, alcuni aspetti dell’articolo precedentemente citato.
Il risultato finale di questa sintesi è appunto Un piano per salvare il pianeta. Il titolo però, almeno agli occhi di un lettore italiano, rischia di creare delle forti perplessità: infatti fin dalla breve introduzione Stern ci mette di fronte a delle ambiguità e a delle forzature che possono lasciare francamente interdetti. A pg 16 Stern afferma che “L’accordo a cui penso deve essere efficace, nel senso che deve riuscire a ridurre le emissioni nella misura necessaria; deve essere efficiente, mantenere cioè i costi a un livello accettabile; e deve essere equo rispetto alle capacità e alle responsabilità e quindi tener conto sia dell’origine sia degli effetti dei cambiamenti climatici”. Affermazioni ampiamente condivisibili, se non fosse che la fiducia di quegli stessi investitori e mercati che hanno messo in ginocchio l’economia globale viene considerata cruciale per la messa in opera delle decisioni indispensabili a sostenere i cambiamenti; inoltre, e ancor più significativamente, la possibile via d’uscita dai problemi legati al global warming è delegata agli investitori privati “che dovranno esercitare un ruolo preminente in fase di progettazione e di pianificazione” (cap 1 pg 22).
Allo Stato sembrano restare ruoli esclusivamente nella formulazione di incentivi, opportunità agli investimenti e nel formulare il miglior quadro possibile di sgravi fiscali. Nessun investimento diretto da parte dello Stato sembra quindi essere reputato importante. Del resto nella parte finale dell’ Introduzione Stern era stato esplicito: il piano elaborato nel libro non è assolutamente “una sorta di piano pluriennale come quelli che venivano prodotti dai ministeri economici dei paesi ad economia centralizzata”. Naturalmente non ci sarebbe bisogno di essere sostenitori di un’economia centralizzata per confutare Stern: basterebbe ricordare quanto di buono è stato realizzato dalle più coraggiose politiche economiche di stampo Keynesiano.
Desta anche curiosità il fatto che un ruolo di “progettazione e pianificazione” sia garantito ai privati ma negato allo Stato, per giunta proprio nel momento in cui il settore finanziario e privato dell’economia ha creato la peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione, distruggendo una immensa quantità di posti di lavoro. Altri punti discutibili emergono nel secondo capitolo (I pericoli): nonostante sia costellato di affermazioni assai apprezzabili, in questo capitolo Stern afferma che “gli operatori più lungimiranti del settore degli idrocarburi dovrebbero convincersi che il loro vero interesse stà nello sviluppo di tecnologie nuove per un uso pulito degli idrocarburi stessi, come le tecniche di cattura ed immagazzinamento di CO2”.
Queste tecniche, pur attraenti per l’opinione pubblica, sperabilmente non avranno quasi alcun peso in futuro: per ragioni termodinamiche elementari sarebbero necessarie notevolissime quantità di energia per riassorbire la CO2 presente in forma libera nell’atmosfera, e questa energia dovrebbe essere prodotta necessariamente in modo sostenibile all’interno di un mondo in cui non soltanto la domanda complessiva di energia aumenterà, ma in cui sarà anche necessaria una massiccia riconversione degli impianti esistenti. La congiunzione di tutti questi fattori renderà assai improbabile un’ampia disponibilità di energia pulita in eccesso tale da poter soddisfare le richieste di un settore industriale di cui a distanza di dieci anni dalle parole di Stern, non si vedono che briciole.
Ci sarebbe poi da aggiungere che anche se fosse estraibile a costi ragionevoli la CO2 dovrebbe poi essere stoccata e messa in sicurezza eliminandola quindi dal mercato, dato che un qualsiasi utilizzo potrebbe comunque portare al rilascio della stessa CO2 sequestrata. Non si vede quindi come possa essere plausibile un intervento di massiccia pianificazione da parte di privati su qualcosa che andrà a pesare sempre di più sui bilanci delle stesse aziende operanti senza che tutto questo porti prima o poi alla richiesta di un energico intervento pubblico. Intervento che però difficilmente, data l’entità del problema, potrà essere sempre e soltanto di tipo assistenzialistico o rivolto alla formulazione di sgravi fiscali e incentivi.
Diverso, ma comunque problematico, è invece il caso della CO2 emessa da impianti tradizionali (anche a carbone, secondo Stern!) che operino in modo tale da eliminare la CO2 stessa, ed è questo secondo caso quello che sembra interessare a Stern. Ovviamente la densità di CO2 in uscita da questi impianti è enormemente più elevata rispetto alla normale atmosfera, e potrebbe essere conveniente economicamente sequestrarla, continuando a far operare gli impianti stessi. Se i bilanci dovessero risentirne naturalmente la faccenda potrebbe essere risolta con generosi sussidi da parte della collettività, in modo da sostenere lo sforzo privato con soldi pubblici. Ed è proprio questa la proposta di Stern (vedi pg 130). In questo caso però non si vede perché uno Stato debba rinunciare a interventi diretti nell’economia con acquisizioni e nazionalizzazioni, dovendo contemporaneamente elargire soldi pubblici ad imprese private, le quali sarebbero comunque esposte ad enormi conflitti tra il proprio interesse e quello pubblico.
Ovviamente si tratterebbe di permettere la competizione tra questo tipo di impianti e quelli ad energie rinnovabili: in effetti nel terzo capitolo si ha l’impressione che sia proprio questa la chiave di volta del ragionamento di Stern, coerentemente con quel che ha affermato nel primo capitolo (agli investitori spetterà “un ruolo preminente in fase di progettazione e di pianificazione”). L’idea che gli Stati nazionali possano, ed in qualche caso debbano, esprimere un diverso equilibrio politico privilegiando nazionalizzazioni, investimenti diretti e politiche economiche più interventiste non sembra neanche sfiorare Stern. Competizione è la parola magica, il mercato risolverà i problemi che esso stesso ha creato. Come noto però è spesso molto difficile risolvere un problema utilizzando lo stesso meccanismo che lo ha creato e forse non è un caso che i tentativi degli ultimi anni di creare un mercato delle quote di emissioni sono falliti miseramente sia negli USA che in Europa. Assai significativo è inoltre il fatto che il più avanzato piano mondiale rivolto alla commercializzazione di quote, l’ Euets (European Union Emission Trading Scheme) copriva nel 2008 soltanto il 40% delle emissioni complessive dell’UE, lasciando fuori da ogni accordo il settore dei trasporti. Ciononostante, secondo Stern, l’Euets dovrebbe essere il modello su cui disegnare ogni altro accordo internazionale (vedi pg 134). Quanto tutto questo sia velleitario è facile dirlo oggi, a distanza di dieci anni. Ma è opinione di chi scrive che era assai irrealistico anche nel 2009, e non soltanto per l’esclusione del settore dei trasporti, ma sopratutto per la mancata considerazione delle retroazioni di medio-lungo periodo sull’economia legate all’inquinamento, all’espansione della popolazione ed alla mancanza di materie prime. In ogni caso questo in effetti sembra essere il progetto che Stern ha in mente: un sistema in cui il CCS (Carbon Capture and Storage) ha un ruolo rilevante accanto all’impiego di OGM, idrogeno e nucleare (sempre insieme ovviamente ad un auspicabile efficientamento generale dell’economia, ed allo sviluppo di solare, eolico e geotermico).
Stern riconosce che ognuna di queste tecnologie ha problemi specifici di natura sociale, ambientale o economica ma afferma che “una buona politica può sicuramente riuscire a gestirli”. Sfugge evidentemente che diventa difficile gestire qualcosa che è visto come intrinsecamente dannoso da buona parte dell’opinione pubblica di molti paesi occidentali (e questo era vero ad esempio per il nucleare nel 2009, cioè due anni prima del disastro a Fukushima).
Naturalmente ha ragione Stern quando sostiene che “tutte queste tecnologie potranno giocare un ruolo importante […] sarebbe poco saggio scartarne a priori qualcuna o limitare lo sviluppo di un’altra, tutte rappresentano una reale opportunità”. Questo punto di principio può essere considerato vero, ma per assumere una posizione di apertura non ingenua dobbiamo fare i conti con le analisi di spesa energetica (EROEI, Energy Return On Energy Invested) e questo tipo di analisi gerarchizza in modo preciso le diverse possibilità, rendendo ad esempio il nucleare poco appetibile. Sono da segnalare però anche alcune note certamente positive, come la critica compiuta nel quinto capitolo a quegli economisti che cercano di evitare una discussione etica o che cercano di derivare l’etica dal tasso d’interesse; anche la riproposizione dell’importanza delle teorie di James Meade e della sua teoria della scelta politica sono note positive.
Meno positiva è invece la fiducia che Stern ripone nel biochar (carbone agricolo ottenuto per pirolisi), che dovrebbe innescare un circuito positivo a carbonio negativo; a distanza di dieci anni il biochar deve essere ancora sottoposto ad ulteriori studi per verificarne fino in fondo la capacità di trattenimento della CO2 nei terreni. Per ora sembra che si raggiunga circa il 50% di CO2 in forma stabile all’interno di un ciclo di lungo periodo il quale però, com’è intuitivo, non permetterà comunque una fissazione definitiva nel terreno della CO2, la quale tornerà quindi almeno in parte nuovamente in atmosfera. Per non parlare dei potenziali problemi di rilascio incontrollato in caso di incendi che interessino i terreni in cui il biochar è utilizzato come fertilizzante. In estrema sintesi il volume di Stern offre buoni spunti su varie questioni chiave (si veda la presa di posizione sul limite di CO2 equivalenti ammissibili in atmosfera) ma è viziato da un’impostazione generale squilibrata e manichea, pur nell’ammissione che in tempi e luoghi diversi l’equilibrio delle forze che contrasteranno il surriscaldamento planetario potrà essere differente. Ecco, se si domandasse a cosa possa servire a distanza di dieci anni rileggere un libro come quello di Stern la risposta potrebbe essere questa: ricordarsi sempre chi sono, sebbene in buona fede, i falsi amici dell’ambiente e quanto possa spingersi in avanti la mentalità di un economista nell’accettare i dogmi che ha appreso in gioventù.
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Giovanni Pancani

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