ACCORGIMENTI PER CAMBIARE IL MONDO

Abbiamo parlato molto a lungo di come funzioni il nostro sistema sociale. Abbiamo visto come il potere centrale, mosso dalla paura, abbia “ingaggiato” il sistema sociale chiamato consumismo per gestire il genere il umano. Si tratta chiaramente di metafore: stiamo infatti parlando di tendenze umane, e non di reali persone dotate di una forza di volontà. Abbiamo poi analizzato (non linko tutti gli articoli perché sono troppi) come il consumismo agisca tra i vari livelli e nei vari settori della nostra società oggigiorno. Bene.
Abbiamo anche parlato di cosa fare e perché farlo, ancora una volta non linko gli articoli perché sono troppo numerosi. Benissimo. Una volta che tutto questo è chiaro non ci resta che parlare di come farlo.
Ed è appunto per questo che oggi parlerò di alcuni accorgimenti per cambiare il mondo.
Non si tratterà di un discorso che entra nel merito di cosa fare (lo abbiamo, appunto, già fatto), ma di un discorso che mira a capire alcune strutture dell’operazione sulle masse che di solito sfuggono ai più. Sarà quindi un articolo, questo, di chiarificazione teorica più che di pratica. Ma sarà, questa, una piccola collezione di questioni teoriche, a mio avviso, assolutamente indispensabili per l’azione pratica che voglia non dico ottenere un risultato ma anche solo capire cosa sta facendo invece che andare alla cieca a sbattere contro ogni ostacolo postogli dinnanzi dal caso.

I VERI NEMICI: IL TUO EGOISMO, LA LORO CONSUETUDINE

Innanzitutto sfatiamo un mito: quando proponi un’idea nuova – QUALUNQUE idea nuova – hai davanti a te 2 nemici:

1 – Il tuo egoismo: è quello che ti frena nel fare quello che deve essere fatto per portare avanti la tua idea. Quello che ti fa dire”stasera potrei anche restare a casa”, “questa scelta sarebbe giusta ma mi pesa” eccetera. Se non sconfiggi il tuo egoismo, se non lo riduci al minimo indispensabile, non vincerai mai. Lavorerai troppo poco, sarai di cattivo esempio ai tuoi seguaci, pessimo aiuto per i tuoi pari e inutile seguace per chi segui. Lavoraci.

2 – La loro consuetudine: quando parli con chi non crede che la tua idea sia una buona idea, ricorda sempre che dopo le prime tre frasi solitamente il tuo interlocutore ha capito benissimo quello che hai detto. Le persone sono più intelligenti di quel che sembra. Se anche dopo che gli hai dimostrato che la tua idea funziona meglio della vecchia insistono a difendere la vecchia non è perché non hanno capito, ma perché sono attaccati alla consuetudine. Hanno capito ma non riescono ad ammettere che hai ragione, oppure riescono ad ammetterlo ma non riescono a metterlo in pratica. Abbia pazienza. A volte ci vogliono mille riflessioni e mille dialoghi per arrivare ad un cambiamento di abitudine. Conviene stare vicino a chi è già come noi ma anche a chi soltanto non ci combatte. E, in effetti, dovremmo essere amici anche di chi ci combatte. Perché la prossimità e l’amicizia permettono il dialogo e il dialogo, se ben gestito – con fermezza e benevolenza – fa sempre prevalere l’idea migliore.

Quindi: sii fermo e affettuoso, o farai soltanto odiare la tua idea. E tacita il tuo egoismo, sii paziente: se ripeti a macchinetta la tua idea in modo aggressivo, o hai abbastanza armi (non metaforiche, quelle di piombo e acciaio) da farti ascoltare o ti renderai solo odioso. E se demordi troppo presto con la scusa che “tanto questo è cretino e non mi capisce” potresti perdere una battaglia che avresti, invece, vinto sulla lunga. E le battaglie ideologiche, per chi non ha armi, si vincono sempre sulla lunga. Dai tutto, sbattiti, non ti risparmiare mai. Non c’è altro modo per vincere.

PURI O COMPROMESSI?

L’eterna lotta tra purezza e compromissione, sappilo da subito, non ha vincitori. Entrambi hanno le loro ragioni. Gli unici perdenti sicuri sono gli estremisti di entrambe le posizioni: chi è troppo “purista” finisce per restare solo, chi si compromette troppo finisce per essere del tutto irrilevante, confuso nella massa. Bisogna trovare un equilibrio precario e mantenerlo con scelte accorte di giorno in giorno, di scelta in scelta.
Bisogna sicuramente fare quel che si dice perché se non si è puristi in questo non si da il buon esempio, ma si deve altrettanto sicuramente accettare la vicinanza con chi è diverso da noi, altrimenti non si convincerà mai nessuno ad adottare il nostro comportamento, la nostra idea.
Ma oltre a queste considerazioni ovvie a titolo di esempio, cosa fare di volta in volta per restare coerenti ma non diventare staccati dalla realtà è inevitabilmente un lavoro personale, quotidiano, asintotico, anche istintuale se vogliamo.

TIPI DI ATTI POLITICI ED ESIGENZE

Ci si scanna sempre per sapere se organizzare una festa sia un’azione politicamente sensata, se non lo sia piuttosto una manifestazione, un’occupazione,un assalto agli organi del sistema corrotto e così via. In questo paragrafo voglio dire un’ovvietà: sono TUTTE azioni politiche, si tratta di capire CHE TIPO di azioni politiche siano e A COSA SERVANO per poterne dedurre QUANDO servano e IN CHE MODO e SE farle.
Gli atti politici, ovvero gli atti con cui si propongono modifiche al sistema sociale vigente, sono raggruppabili in tre tipi:

ATTIVI: sono quei gesti che aggiungono materiale performativo al tessuto sociale, cioè quei gesti che vengono fatti in più: manifestare, volantinare, distruggere qualcosa, occupare una struttura, fermare le persone per strada.
PASSIVI: sono quei gesti che sottraggono materiale performativo dal tessuto sociale, cioè quei gesti che vengono fatti in meno: smettere di mangiare carne e derivati, smettere di comprare prodotti da una particolare industria o da un particolare sistema di distribuzione, smettere di mangiare del tutto, smettere lavorare ecc.
TRAMUTATIVI: sono quei gesti che non aggiungono né tolgono materiale performativo, ma cambiano quello esistente, cioè quei gesti che continuano ad essere fatti ma in modo differente. Ad esempio i ragazzi che fanno il forum nella loro scuola, gli operai che vanno al lavoro con una fascia colorata sul braccio, gli automobilisti che vanno in giro con la macchina pitturata in modo da lanciare un messaggio eccetera.

Questa prima distinzione divide gli atti per modus operandi, ma un’altra importante distinzione è da farsi per distinguere gli atti per finalità: quella tra atti concentrativi e performativi.

PERFORMATIVI sono quei gesti che mirano ad ottenere una differenza nella fattualità: ad esempio non mangiare animali mira a diminuire di fatto il numero di animali uccisi, picchiare una persona di una diversa etnia, religione od opinione mira a ridurre di fatto il numero di persone del tipo che si vuole ridurre, occupare uno stabile fatiscente mira a procurare di fatto delle case a persone che ne sono sprovviste ecc. ecc.
CONCENTRATIVI sono invece quei gesti che mirano semplicemente a far capire perché la si vede in un determinato modo: volantinaggi

Sorvolo sulla distinzione tra atti violenti e non-violenti (anche se è importantissima) perché ne ho già parlato a lungo in questo articolo. Aggiungo invece un’ultima distinzione tra atti di critica interna od esterna, che trovo molto importante, addirittura chiave, per capire cosa fare e quando.

INTERNI sono gli atti compiuti da chi, per qualche ragione, è considerato importante abbastanza da meritare ascolto dall’ente verso cui si fa domanda di cambiamento sociale.
ESTERNI sono gli atti compiuti da chi, per qualche ragione, NON è considerato importante abbastanza da meritare ascolto dall’ente verso cui si fa domanda di cambiamento sociale.

Se non capite questa differenza potete farvi molto male: un bambino che minaccia il padre di farsi la bua probabilmente otterrà il gelato, un uomo che minacci la donna che ha tradito di sbucciarsi un ginocchio se non torna con lui, difficilmente otterrà il risultato sperato. Allo stesso modo, far chiudere le scuole per ottenere un servizio migliore può servire solo se allo stato interessa che le scuole funzionino. Se lo stato vi sta fornendo un cattivo servizio scolastico esattamente perché le vuol far chiudere, servirà a poco.
Quindi lo sciopero sarà utile solo se INTERNO come atto politico, in generale. Questo non vuol dire che dobbiamo amare Cacca Cola per smettere di berla, ma che smettere di berla servirà solo se il nostro smettere di bere Cacca Cola diminuirà i suoi introiti, cioè se siamo parte dell’ingranaggio che la tiene su, che la fa funzionare come industria, se siamo per lei interessanti come clienti. E lo siamo. Smettete di berla. Subito. Ok, scusate, avevo promesso di non entrare nel merito.

RIVOLUZIONE O EVOLUZIONE?

Ci sono due modi per cambiare sistema sociale: sovvertirlo o convertirlo. Lo dico perché solitamente si prende in considerazione solo la prospettiva rivoluzionaria o – al massimo – quella riformista, che è soltanto la versione soft di quella rivoluzionaria. Il problema della rivoluzione è che tende ad avere un effetto – sì – estremamente più rapido dell’evoluzione delle coscienze, ma anche molto temporaneo, purtroppo. Nel caso dei cambiamenti repentini e anche nel caso dei cambiamenti meno repentini, se il popolo non ci arriva prima con la testa ma solo attraverso cambiamenti legislativi e impositivi, ogni cambiamento tende a svanire.
L’evoluzione, invece, è molto più duratura, perché agisce sulle teste, nel profondo delle coscienze, fino a pervadere le abitudini. E posso provarlo, con un esempio non buono ma schiacciante. Purtroppo, è un esempio negativo, di quella che considero involuzione e non certo evoluzione: il consumismo. Il consumismo è nato proprio così: poco a poco ci siamo abituati a consumare sempre di più, a infischiarcene di doveri e conseguenze, a relativizzare le leggi di natura, studiarle per fregarle invece che per seguirle al meglio fino a che… beh, il consumismo è il luogo in cui viviamo tutti, lo conoscete bene quanto me.
Sicuramente oggi il riscaldamento globale richiede un’azione dura, radicale e rapida per non farci estinguere in modo orrendo. Ma allo stesso tempo, senza una vera e propria evoluzione, rischiamo di aver solo rimandato di poco l’apocalisse.
E, niente. Non c’è verso. Non entrare nel merito non mi riesce.
D’altra parte, visto che noi umani siamo tutti figli delle nostre esperienze e delle nostre credenze, la neutralità non possiamo sperarla di avere per davvero, al massimo possiamo fingerla. E allora la vera informazione neutra non è quella che si finge neutra, ma quella che dichiara apertamente il proprio punto di vista in modo che il lettore possa, conoscendolo, valutare correttamente le informazioni fornite.

Guido G. Gattai

 

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