Ricerca di senso e del proprio senso

La ricerca di senso passa anche dalla ricerca del proprio senso. Ma l’identità è sempre frutto del riconoscimento dell’altro. La frustrazione del mancato riconoscimento del proprio sé, impossibile in una società conformistico–consumistica, che non riconosce altro valore che quello del denaro, spinge gli adolescenti alla frustrazione. I giovani cercano i divertimenti perché non sanno gioire. Ma la gioia è innanzi tutto gioia di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accettata, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo. Incapaci di affrontare il mondo reale, si rifugiano nei sogni promessi dalla droga, dall’alcol o dalle fantasie sessuali. Purtroppo senza l’erotikà, che non ha nulla a che vedere con l’erotismo ed è invece il termine con cui Platone indicava il fascino intellettuale che maestro (sia esso il docente o il genitore o il prete) esercita nei confronti del discepolo, non si può avere una cultura e una apertura a quella dimensione feconda che, essa sola, dispiegando il trascendente polisemico di rimandi e significati (l’antropikà), è in grado di salvare i nostri giovani. Non intratur in veritatem nisi per caritatem diceva San Paolo di Tarso (1 Cor. 13).

La scuola, purtroppo, offre solvente una cultura disanimata, o quanto meno non adeguatamente vitalizzata, incapace di affascinare i giovani che, persa ogni fiducia nel futuro, sempre ed esclusivamente di notte (rifuggono la luce e cercano l’oscurità, perché in essa sbiadisce ogni individualità, ovvero ogni dignità, e domina indisturbato Dioniso), sono costretti a strusciarsi corpo su corpo nelle discoteche, anestetizzandosi con musica assordante sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, fumandosi addosso in un buio atrio sotterraneo sino a spegnersi le cicche sui vestiti, sorridendo come ebeti (bisogna ostentare la felicità, bisogna essere sempre, ebbramente felici!), quindi ingurgitando droga per spegnere il dolore o per temperare quel piacere negativo e desiderio insaziabile che scoprono derivare dalla mancanza di senso nelle loro vite, da quel vuoto abissale, da quella mancanza recondita che avvertono come intollerabile. Se, come diceva Freud, il piacere è la più forte attrattiva umana, e non esiste più un piacere futuro per il quale impegnarsi (sia esso la ricerca di una solida posizione sociale o, in prospettiva escatologica, il Paradiso), ecco che si va alla disperata ricerca di quel carpe diem, di quel piacere deleterio e immediato, autoconclusivo, che serve per non sprofondare nel baratro oscuro del nulla, corrispondente a un futuro che non appare più come una speranza, bensì quale uno sbiadito indistinto che non retroagisce come motivazione.

Così Huxley descrive, agli inizi degli anni Trenta, una scena in discoteca distopicamente congegnata (e che corrisponde in modo esatto a quel che accade oggi): “Entrarono. L’aria sembrava calda e quasi irrespirabile tant’era carica di profumo d’ambra grigia e di sandalo. […] I sedici sassofonisti stavano suonando una musica che aveva avuto un grande successo. Quattrocento coppie danzavano un five–step sul pavimento tirato a cera. […] Lenina e Henry danzavano in un altro mondo: il mondo pieno di calore, intensamente colorato, il mondo infinitamente dolce di un giorno di vacanza col soma (la droga). Come tutti erano buoni, e belli, e deliziosamente divertenti! […]” Terminata la serata, “obbedienti come tutti gli altri, Lenina ed Henry lasciarono il locale. Le opprimenti stelle avevano già percorso un bel tratto di strada nei cieli. La seconda dose di soma, ingoiata mezz’ora prima della chiusura, aveva innalzato un muro del tutto impenetrabile fra l’universo reale e il loro spirito. Erano come imbottigliati, e così attraversarono la via; e così presero l’ascensore fino alla camera di Henry al ventottesimo piano. Eppure, per quanto imbottigliata, e nonostante quel secondo grammo di soma, Lenina non si scordò di prendere tutte le precauzioni antifecondative prescritte dai regolamenti. Gli anni di ipnopedia intensiva e, dai dodici ai diciotto, gli esercizi malthusiani, tre volte alla settimana, avevano reso la pratica di queste precauzioni quasi tanto automatica e inevitabile quanto lo sbattere delle palpebre”.

Altro aspetto fondamentale della distopia huxleyana risiede, dunque, nell’evitare oculatamente la morale del autocontrollo e del sacrificio. Tutto deve essere devoluto al piacere immediato, individuale e individualistico. Un importante dirigente dello stato totalitario disse: “Considerate le vostre esistenze. Nessuno di voi ha mai incontrato un ostacolo insormontabile? La domanda ricevette in risposta un silenzio negativo. Nessuno di voi è mai stato costretto a subire un lungo intervallo di tempo tra la coscienza di un desiderio e il suo compimento? Risposero negativamente”. Eppure l’uomo può trovare la felicità solo attraverso l’esperienza del dolore e del sacrificio. L’unica vera gioia della vita non consiste nel gioire nichilisticamente del presente, ma nel sacrificare il presente a un futuro costruito con impegno, attraverso il proprio lavoro. L’idea di sacrificio virtuoso è stata forgiata dal cristianesimo in Occidente, perché è il sacrificio archetipico di Cristo che ci mostra come accettare e infrangere eroicamente la finitezza, il tradimento, il dolore, il sopruso. Siccome il sacrificio esige una relazione col divino (sacrum facere) e poiché è un gesto attivo, non significa essere vittimizzati o maltrattati contro la nostra volontà, ma, anzi, immolarsi energicamente e metaforicamente a favore di un bene superiore, di un ideale supremo che trascende la contingenza immediata degli eventi.

I giovani hanno stipulato tra loro un patto tacito di un nichilismo onnicomprensivo per il quale esiste solo il presente cui, cioè, il futuro deve essere sacrificato. Ma questa è la strada più facile e comoda, perché significa crogiolarsi in qualunque cosa ci arrivi dal presente. La strada giusta – nobile e difficile – è quella di chi mira all’irraggiungibile e sacrifica tutto, compresa la vita, a favore di un bene che percepisce come più grande delle proprie vogliuzze, dei propri fugaci desideri. È proprio la considerazione istintiva, che si ottiene mettendo da parte una certa mania della ragione computativa, per la quale esiste uno scopo della propria vita, che non siamo qui a caso, ma dobbiamo realizzare qualcosa di grande, unico e creativo, permette di accedere a quella dimensione morale superiore chiamata sacrificio, la quale, dall’altare alla metafora, da Abele ad Abramo, sino alla Croce, è il vero punto di discontinuità e apertura tra contingente e trascendente. Alla fine, il sacrificio antico (di montoni, agnelli, vacche, ecc.) era una rinuncia a qualcosa di valore nel presente, per avere qualcosa di meglio in futuro. Una delle maledizioni divine cui siamo ancora soggetti a causa di Adamo ed Eva è la necessità di guadagnarci da vivere tramite il lavoro, la fatica e il sacrificio. Chi misconosce l’esistenza attiva e operante di tale “maledizione” finisce o sotto un ponte, al manicomio, o al cimitero.

Il lavoro – riformulazione laica del sacrificio – è un necessario differimento della gratificazione, in virtù dell’esistenza del tempo, del rapporto causa–effetto e di una certa “negoziabilità” insita nella struttura temporale stessa. Regolamentando, reprimendo e inibendo gli impulsi immediati, si nutre il proprio Io futuro, a cui si concede la possibilità della salvezza, sia in termini contingenti sia in termini teologici. Su queste basi venne fondata la società umana: l’idea per la quale, accumulando lavoro adesso, cioè sacrificando il presente, si aprano inedite e fruttuose possibilità relazionali di tipo materiale e spirituale in futuro. Ci vollero molti secoli perché, dal semplice abbuffarsi avidamente, i nostri antenati preistorici imparassero a mettere da parte cibo, opportunamente conservato, per i tempi più duri. È molto più facile e molto più gradevole divorare subito e egoisticamente tutto ciò che abbiamo davanti. Solo dopo molti tentativi falliti, la nostra specie ha inteso che il miglior strumento per accrescere la felicità è il sacrificio dell’Io presente nei confronti dell’Io futuro. L’evoluzione ulteriore di questo processo è lo stadio genitoriale, in cui l’Io presente è sacrificato al futuro sia del genitore, sia soprattutto del bambino. Oggi, i genitori non si sacrificano più per i figli, che trascorrono il loro tempo in solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come babysitter. Solo uno sconsiderato femminismo alleato all’attuale capitalismo, quale degenerato che si è venuto definendo negli ultimi anni ha potuto privare le donne della gioia immensa e inestimabile dell’essere madri. È bastato chiamare “diritto” il lavoro in ufficio per farlo diventare più bello e attraente della crescita del proprio stesso figlio. A volte, poi, certo individualismo ha reso le madri (o i padri, è indifferente) più votati al successo della carriera, che al successo quasi divino della procreazione ed educazione, anche emotiva, della propria genia.

L’uomo deve sacrificare tutto se stesso a un ideale più nobile, alto, totalizzante, situato nel futuro che è il luogo definitivo della salvezza. Ciò non significa smettere di vivere nel presente, fantasticando sul futuro. Vuol dire, al contrario, focalizzarsi sul giorno, occupandosi di ciò che è giusto, senza preoccuparsi del giorno: “Guardate i gigli, come crescono; non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, in tutta la sua gloria, era vestito come uno di loro. Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non chiedetevi, perciò, che cosa mangerete e berrete, e non siate con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo, ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate invece il Regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc. 12, 27–31).

Il sacrificio, cioè, come mostra il celebre passo di Abramo, è sempre perdita di qualcosa che amiamo sopra ogni altra. Solo chi è disposto a sacrificare i piaceri più forti della vita e tutti gli altri idoli con i quali si definisce, solo chi, alla fine, è pronto a sacrificare il proprio Ego a favore di Cristo (Non Ego, Christus!), perdendo il vantaggio personale, la soddisfazione immediata, la superbia di chi pensa di poter bastare a se stesso, ottiene il senso della vita, di cui abbiamo disperato bisogno, e riacquista tutte le cose che ha sacrificato in equivalenti infinitamente più ricchi e gratificanti, già qui, su questa terra.

L’occidente è divenuto egemone (anche come luogo mentale, e non solo come realtà geopolitica) perché ha saputo sfruttare al meglio questa idea di sacrificio, indirizzandola in prospettiva escatologica: il Paradiso è divenuto il luogo decisivo dell’Io futuro, nel quale esso si stabilizza eternamente e senza ulteriori possibilità di mutamento. Per sottrarlo alla disintegrazione infernale, al caos, al nichilismo, l’Io presente opera delle scelte, e in primo luogo decide di sacrificare le eventuali opportunità dell’istante effimero in cui viviamo alla solida eternità del futuro escatologico. Così facendo, riduce la possibilità di una dissipazione entropica delle proprie forze, incanalandole verso qualcosa che davvero conta: la realtà paradisiaca che per altro retroagisce positivamente dando struttura, ordine, rigore e stabilità alla nostra esistenza terrena. Ovviamente tutto ciò è contrario ai diktat del mercato che tutto pretende mercificare. L’idea di sacrificio e di impegno in favore del sé futuro non può trovare spazio nel ristretto vocabolario del consumismo che ha come suo principale baricentro il piacere individuale e immediato, autogratificante: il presente è, infatti, il luogo prediletto per lo scorrimento libero e indisturbato delle merci, le quali, appunto, possono moltiplicarsi solo in presenza di un Io ipertrofico e di una soggettività debole e fragile che attraverso l’oggetto materiale tenta di stabilizzare la propria volubile essenza, incapace di proiettarsi in quell’ordine invisibile e narrativo delle cose che permea la nostra vita e nel quale ci riconosciamo.

Come detto in precedenza, noi siamo esseri narrativi, ci nutriamo di storie, interpretiamo il passato a nostro uso e consumo e ci inventiamo un futuro che potrebbe non avverarsi per moltissimi motivi che non siamo assolutamente in grado di prevedere. Ora, l’ordine narrativo acquieta il desiderio umano e lo fa ribollire sotto pressione (la repressione del desiderio), per poi liberarlo e canalizzarlo dinanzi a una meta o scopo. Ma il desiderio, se cresce e si sviluppa, è potenzialmente rivoluzionario. Se desidero davvero qualcosa e mi batto per essa, prima o poi la ottengo. Tuttavia il mercato può funzionare solo in presenza di un libero e smodato fluire del desiderio, che di volta in volta viene polarizzato ed esaudito in questo o quell’oggetto. Se il nostro desiderare viene addirittura sollecitato o anticipato dalla pubblicità, come sta accadendo nei nostri tempi, la sua galvanizzazione è tale che ben presto si prosciuga ogni possibilità di espressione strutturata dell’atto desiderativo. Facciamo un esempio: un ragazzino abituato fin da bambino al soddisfacimento di tutti i suoi bisogni (compresi quelli indotti), per il quale tutto è possibile, non solo coverà un ego ipertrofico e utra–individualistico, ma sarà anche accidioso, indifferente, un “annoiato”.

Il mix di questi due aspetti appare evidentemente deflagrante. Se un Io è abituato a essere iper–protetto e sempre soddisfatto fin da bambino, sarà, nel senso fisicamente morale del termine, viziato, gonfiato, ipertrofizzato. Poiché il suo desiderio è stato lasciato scorrere indisturbato per tutta l’infanzia – cioè, ogni volta che si presentava veniva subitamente appagato – la capacità di desiderare è cresciuta a tal punto che è necessario ampliare le possibilità consumistiche del soggetto, e a ciò pensa la pubblicità. Ma ecco che allora la desidio si espande a tal punto che arriva a bagnare le sponde dei tabù, dei divieti, dei “no”, che se non vengono posti dai genitori, sono posti dalla società, in riferimento a certi tipi di beni, come possono essere gli alcolici e le droghe. Poiché il desiderio è stato esasperato per il troppo desiderare, la summa di divieto da trasgredire e di emozioni potenzialmente derivabili dal bene trasgressivo induce l’Io a sfondare i tabù e a iniziare ad accrescersi, dopo lo spegnimento dovuto all’oltre–passamento del divieto, nell’utilizzo del bene specifico. L’utilizzo prolungato di droghe rende sostanzialmente alterati, quando non spenti, annoiati, apatici. Anche la mancanza di desiderio, che è stato troppo sollecitato, dopo un po’ induce il medesimo stato di indifferenza. Personalmente ho conosciuto tanti giovani che, dopo essersi esposti a ogni genere di sollecitazione, si sono, per così dire, “spenti”, e sembrano sempre annoiati dalla vita. La noia è il cancro morale del nostro tempo. Ed essa è molto peggiore del dolore, perché fa percepire non già la vita, ma l’imminenza, sempre latente, sempre intorpidente, della morte: è la più vivida anticipazione della morte. Tutto ciò avviene perché la società non ha voluto che noi soffrissimo, che fossimo educati con durezza, rigore e severità.

I giovani, quindi, sottoposti sin dalla più tenera età a una sovraeccitazione della propria anima desiderativa o concupiscibile, in un libero e tumultuoso fluire della voluptas che non conosce né limiti né ostacoli, in una galvanizzazione delle stesse potenzialità desiderative che sono continuamente ampliate, solleticate e forzate dalla società e dai suoi apparati, in un accrescimento della stessa intenzione del desiderio che deve essere strutturalmente appagato nel più breve tempo possibile e quindi vertere (in tendere) verso l’unica sede simbolica della soddisfazione dei desideri che si chiama denaro, non solo sperimentano l’incontinenza desiderativa, cioè l’incapacità di reprimere o almeno ritardare un desiderio attraverso le virtù morali dette fortezza e temperanza, ma esperiscono anche il “collasso desiderativo”, l’incapacità di desiderare ancora qualcosa di grande, nobile, strutturato che precipita nella mera istintualità.

A nessuno piace la noia. Molti credono che essa si curi con il divertimento, ma in realtà il gioco, la curiosità, l’equivoco (per usare una sintassi heideggeriana), la superficialità di quel che i giovani chiamano divertimento finisce per annoiarli ancora di più e per rendere più grigia la loro esistenza. La noia si tempera con la fatica, lo sforzo e il sacrificio. Ma non è un mostro, la noia. Anzi, può essere feconda di intuizioni geniali, di importanti momenti di ascolto interiore o di contemplazione. Il mondo moderno ha così paura della noia che appena c’è un momento di silenzio, ecco che si impugna il cellulare per scorrere gli aggiornamenti su Facebook, si fuma una sigaretta, si indossano le cuffie per stordirsi con un po’ di musica. Non c’è più la capacità di vivere la noia e nella noia. Forse perché molti, in quel momento di silenzio, soli con se stessi, temono di pensare, o anche solo di ascoltare la propria vanità e sofferenza. Quella di chi, non volendo accogliere l’incontro con l’Assoluto che dà senso a tutte le cose, si trova di fronte al baratro nichilistico della propria totale insignificanza.

Se c’è, invece, un vizio da temere, quello è l’accidia, l’ozio, la melanconia, la fiacchezza d’animo, la remissività, il sentimento betise con cui Flaubert plasma il carattere di Charles in Madame Bovary (1856), quello con cui Ivan Goncarov (1812–1891) delinea il suo alter–ego Oblomov (1858), un provinciale dai tratti grassocci e femminei, che vive di rendita nella più assoluta inerzia, in dipendenza simbiotica con uno scorbutico servitore; è il sentimento (o meglio, l’assenza melanconica di sentimenti ardenti e romantici) della figura femminile alata in Melancolia I (1514) di Albrecht Durer; è, per riportare la classificazione operata da Giovanni Cassiano nell’opera De Istitutionis coenobium et de octo principalium vitiorum remediis (420 circa d.C.) la fatale convergenza di otiositas, somnolentia, importunitas, desidia, pusillanimitas, amaritudo, desperatio, pervergatio, instabilitas, verbositas e vana curiositas.

Matteo Abriani

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