Estinti Distinti – 01

28/01/2020, ore 7.30

Che in realtà, a dire il vero, con il senno di poi, credo che Mike Majakowski nemmeno volesse fare tutto questo casino, nemmeno avrebbe mai voluto fondare questo o quello. Solo che lui era fatto come era fatto, gli piaceva quello che gli piaceva, e non riusciva a mandare giù certe altre cose, un po’ per idiosincrasia, più che per un particolare piano o qualche astrusa ideologia. Certe cose non gli andavano né in su né in giù, proprio non erano fatte per lui. E lui faceva quello che poteva, un po’ come tutti. Non era buono, non era cattivo, non era un eroe, non era un vigliacco. Era Mike Majakowski. Lo vedevi già da lontano, per come camminava, come si avvicinava, oppure come se ne andava per i fatti suoi senza notare niente.

Che poi, Mike Mjakowski, chissà come si chiamava. Lo chiamavamo così, un po’ anche per prenderlo in giro, perché aveva quell’aria un po’… che non potevi non dirgli niente. Dovevi dirgli per forza qualcosa. Non poteva chiamarsi Mario Rossi, doveva avere un nome che gli si confacesse. Sono abbastanza sicuro che si chiamasse davvero Michele. Ma il cognome mi resta del tutto ignoto anche oggi. Ma sto tergiversando, qui c’è una storia da scrivere, la voglio scrivere come un diario, perché è così che si è svolta, né più né meno. Come un diario, come una vita: la mia, molto semplicemente.

Sì, perché vabbè che c’era Mike Majakowski. Ma gli Estinti non sarebbero mai esistiti se non fosse successo, poi, tutto quello che è successo. Il 2020. Un anno mica come tutti gli altri. Un anno di rivoluzione, cazzo. Ve lo dice Tommy Tolstoj. Sì, lo so, nome stupido. A un certo punto, copiando il nome che avevamo rifilato a Mike anche noi cominciammo a darci dei nomi così. Un po’ scemi. Perché eravamo gli Estinti, e – bene o male – questo voleva comunque dire che eravamo un gruppo. Che facevamo delle cose in comune, no? Dovevamo avere qualcosa, un distintivo, una divisa, un’uniforme. E siccome non avevamo un bel niente e non avevamo alcuna voglia di procurarcelo, avevamo ripiegato sui nomi. Che non è che costi poi tanta fatica avere nomi diversi. Te ne inventi un e via.

Comunque, io mi chiamo Tommaso per davvero. Tommaso Speranza, famiglia marchigiana, genitori insegnati, un cane una gatta, cresciuto in un paese piccolo accanto a una città non poi tanto minuscola, ma non vi dico dove perché tanto le Marche nella considerazione dell’Italiano medio sono più o meno mezzo centimetro sopra al Molise. Cioè, non l’ultima regione. Ma la penultima. E sbagliate, perché sono bellissime. Ignoranti. Ma questo accomuna un po’ tutto, no, noi siamo gli Estinti, e voi – non voi che leggete, ma ci siamo capiti – voi siete gli ignoranti. A voi non frega niente di niente e di nessuno, noi siamo gli altri. No. Eh no. Non è così facile. Noi non siamo quelli a cui frega qualcosa. Troppo facile. Eh no. Noi siamo gli altri nel senso che noi siamo quelli di cui a voi non frega niente. Capito? Sono sicuro di no.

Andiamo avanti. Che poi alla fine ci sta anche che capiate. Vedi mai.

Ecco.

Noi, gli Estinti. Gli Estinti Distinti. ED. Come la congiunzione perduta. Perché oggi è tutto uno sporco “o”: o è mio o è tuo, o la vedi come me o sei un pazzo. Divisioni. Noi siamo ED. Attenzione. Non siamo una semplice “E”. No ragazzi, non ci siamo proprio capiti. Noi siamo ED. perché non siamo solo una congiunzione, siamo una congiunzione arcaica. Con la “d”. Quella che serve per facilitare la lettura e renderla più armonica. Non una congiunzione qualsiasi, quella che quando la senti ti ricorda che ci sono stati altri tempi, altri modi di fare, un’altra galanteria, un’altra gestualità. Siamo polverosi, e fieri di esserlo.

Parole sprecate.

Seguitemi, vi faccio vedere.

È più facile.

Sono davanti a scuola, il mio liceo, il nostro, il liceo Ficino di Vetrinia, città in cui mi sono trasferito da qualche anno, con i miei, città di cui non ho l’accento ma ormai quasi. Sono in anticipo. Arrivo sempre troppo presto. Sono ancora vestito normale, ho sedici anni, un po’ in ritardo sulla terza liceo, perché ho perso un anno nel cambio di città. Ma tanto meglio, per quello che ho da fare nella vita. Meglio stare a scuola un po’ di più. Non mi dispiace la scuola. Conosco le tipe, fumo nei cessi, vedo gente e mangio caffè e merendine dalle macchinette fatiscenti che però – si può dire? – a me piacciono.

Oh, capiamoci, ve la scrivo passo passo come l’ho vissuta a quel tempo, per cui se leggete pensieri molto diversi dai miei è che ero diverso, prima. Abbastanza diverso.

Vedo un tipo, è appoggiato a un palo, ha le cuffie nelle orecchie, legge un libro, ma è uno vecchio e sdrucito. Non è di scuola. Lo ignoro. Chi cazzo lo conosce quello? Capelli corti ma troppo lunghi, un accenno di barba indecisa, occhiali tondi, vesti nere e una finestra tra gli incisivi che lo rende solenne e buffo. Ha qualcosa di bellissimo e carismatico, parla sempre con un mezzo sorriso bonario, come se prendesse in giro, come se si sentisse superiore, ma con affetto. Una faccia da schiaffi che ispira una certa simpatia elettrica.

Alza gli occhi, mi vede. Viene da me.

– Lo sai? Non parliamo più. Lo sanno tutti ma nessuno ci fa nemmeno caso. Da quando è arrivata internet, dico. Non parliamo più.

Che palle, il solito rompicoglioni.

– Ah, sì? Tanto schifo internet? E tu che ascolti con quelle cuffie? Alla fine Sputify non è tanto male, no?

– Che? Questo?

Il tipo tira fuori una strana scatolotta graffiata. Ci metto qualche secondo a capire: ha in mano uno walkman. Di quelli che si usavano ai tempi dei miei genitori, quando erano ragazzi. Anni ottanta, tipo. È la prima volta che ne vedo uno vero.

– Appassionato di vintage?

– No, perché?

– Quello, dico. Quanto lo hai pagato?

– Ah. No. L’ho trovato a casa di mio zio. Ci sono delle cassette. Ascoltavo Dvorak. Piace?

– Che roba è?

– Classica.

– Ah, no, io ascolto altro.

– Tipo?

– Mah, di tutto…

– Tipo?

– Ehu… trap?

– Crime spinning. Uf.

– Che è?

– Da quando le carceri sono diventate private, negli Stati Uniti, devono cercare clienti come ogni altra industria. Però non possono farsi pubblicità direttamente, non è che puoi dire: “hey, gente, delinquete che noi ci facciamo la cresta”. Allora sponsorizzano musica e serie TV che fanno passare per fighi i criminali. Così instradano i poveri verso la delinquenza, le carceri restano piene e gli affari procedono. Come qualsiasi altra industria. Come la Cacca Cola, il MerDonalds… come tutto.

– Vabbè, non è che io l’ascolto per quello, è che mi piace e che…

Mi accendo un paglia. Gli giro il pacchetto. Penso: magari faccio la figura del gentile e questo smette di scassarmi i coglioni con le sue minchiate. Che già che devo entrare a scuola. Mi ci manca solo lui.

– No, grazie. Il fumo è un metodo di sterminio di massa. Ci hai mai pensato? Se qualcuno ti pagasse per fumare andrebbe in galera: non puoi pagare qualcuno per uccidersi. Se tu facessi fumare le persone gratis andresti in galera, perché non si possono dare gratuitamente cose che uccidono. Invece, paradosso dei paradossi, se paghi per ucciderti va tutto bene.

– No, guarda, te le sto offrendo, quindi non paghi, e nemmeno vado in galera io. Quindi non è vero che se te la do gratis vado dentro.

– No, tu no. Ma se lo facessero su larga scala, dico. Ahhhh…. vabbè, niente. Comunque non fumo. E comunque grazie.

– Che leggevi.

– Guy Ernest Debord, “La società dello spettacolo”. Conosci?

– No. Mai sentito. Sono in terza io.

– No, vabbè, non lo facciamo nemmeno noi in quinta. Ma ti piacerebbe, sono sicuro. Dovresti dargli un’annusata.

– Cosa?

– Sì, insomma, sfogliarlo. A me piace annusare sempre i libri quando li apro. A te no?

– Senti, scusa ma… non capisco… ci stai provando? No perché scusa è solo che…

– No, assolutamente. Cerco di ricostruire legami umani sani al di fuori dall’interconnessione virtuale. Parlo più che posso con le persone. Mi piace, imparo cose, attivo i miei neuroni specchio. È bello. Una passione. Forte. Mi piace vivere. Non sopravvivere, non vivere per sentito dire, non guardare vivere: mi piace proprio vivere. Come quelli a cui piace il peperoncino piccante che non mangia mai nessuno. Io sono come quelli. Ma con la realtà.

– Ma tu sei quello che scrive anche sul giornalino della scuola, vero?

– Sì, sono io.

– Mike Majakowski, vero?

– Non… sì, ormai hanno deciso che mi chiamo così. Mi prendono in giro. Ma va bene lo stesso, se è questo l’aspetto di me che vogliono sottolineare… a me sta bene. Tanto chi sono per davvero non è scritto nel mio nome, ma in cosa faccio. Piacere.

Mi tende una mano gelida e ruvida.

Me la tende in tutti i sensi.

Guido G. Gattai

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