Estinti Distinti – 02

28/01/2020, ore 11.10

Che poi in realtà la cosa buffa è che eravamo già tutti lì, non mancava mica nessuno, non è che ad un certo punto sia comparso qualcuno. Eravamo tutti lì. Solo che eravamo persi, non sapevamo di essere lì, c’eravamo ma non c’eravamo. C’era già Raf, il solitario, solo che in quel momento era ancora schiavo dei giochetti sul telefonino. C’ero io. C’era lei. E la sua amica. E c’era Franz, che se non ci fosse stato sarebbe stato meglio. C’era George, spaccone come suo solito. E Sam, che avremmo presto imparato ad amare. E poi ovviamente c’erano Sara e Lisa, le due pazze. Insomma, non vi posso fare adesso qui la lista, ma adesso ripensando a quella ricreazione, sinceramente, va detto, c’eravamo già tutti, anche ancora non sapevamo di esserci, anche se ancora molti di noi non si conoscevano neppure.

In realtà, secondo me, è cominciato tutto quando abbiamo capito che Mike faceva sul serio. Anche se “faceva” non è la parola giusta. Non faceva molto, per dirla tutta. Esisteva. Ma prima non ce ne accorgevamo. Poi vedemmo che era differente. Che non erano solo discorsi strani. Era proprio così. Mike non aveva il telefono. Di nessun genere. Mentre tutti noi eravamo lì a chiederci se fosse meglio il SexSong o il Pear, o forse meglio ancora il nuovissimo NoWay, lui non aveva niente. E non sto dicendo che non aveva uno smartphone. Non aveva proprio alcun telefono, se non quello fisso a casa. Se si fermava in motorino, non aveva modo di chiamare il carro attrezzi. Vabbè. Non aveva nemmeno il motorino. Ma se, per dire, si fosse sentito male per strada, Mike Majakowski non avrebbe avuto nessun modo, dico nessuno, di avvertire chicchessia. Non aveva un telefono per vecchi o per bambini, di quelli coi tasti grandi, non uno di quelli piccoli ma resistenti che mandano solo messaggi. No, niente. Nessun telefono. E, per noi, questa cosa era pazzesca, inconcepibile.

Il primo ad accorgersene fu Raf, anzi, no, Roger. Ruggero, ovviamente, Ruggero Dolcevita, veneto, ma avete capito come funzionano i nomi da noi, no? Ecco. Roger. Grazie agli Estinti Distinti sarebbe diventato quello che è oggi. Che non so proprio se sia un bene. Ma di certo è qualcosa di più spettacolare.

La scena è proprio quella, ricreazione che sta per finire, me la ricordo. Giocando a palla Roger fa finire sulla panchina dove c’è Mike. Ora, va detto: in quel momento Mike non ha amici. Nessuno lo considera nonostante provi a parlare con tutti. Sì, è in quinta, ma è sempre stato considerato quello strano, completamente ignorato dai suoi coetanei. Ha un po’ di giri fuori scuola, ma scuola la gente sa chi è solo perché scrive sul giornalino e parla alle assemblee. Ma, di fatto, non ha amici. Quindi, nel momento in cui la palla arriva da lui, Mike, che non ha idea di come funzioni una palla, la ignora, continua a leggere e non toglie le cuffie. Non ci fa proprio caso.

Ruggero arriva lì, prende la palla, e fa il simpatico come suo solito. Ah, tra l’altro: a giocare con lui ci sono Max e Simon. Ricordateveli, tornano utili poi. Insomma: Roger gli fa:

– Ce la passi la palla, campioncino?

– Eh?

– Passa la palla, o almeno scansati un attimo che è sotto la panchina.

– Ah, scusa!

Mike si scansa e si siede a pochi centimetri, di modo da liberare il passaggio.

– Ma che, dai, passa, non farmi venire lì, sfaticato! – gli ride addosso bonario Roger.

– Scusa ma, non so come… – Mike prova ad acchiapparla ma è proprio sdatto.

– Vabbè dai, vengo io, ho capito.

Roger si avvicina. Prende la palla, palleggia, ci pensa.

– Non è che vieni in campo? Siamo dispari.

– Ma non so giocare io, poi manca poco e…

– Appunto, che ti frega, vieni a farti due tiri, tanto fra un po’ suona.

– Vabbè, ok.

Mike lascia libro e tutto e va a provare questa cosa nuova. Come suo solito: Mike è uno che le cose le prova. Poi, chiaro, mica detto che gli riescano. Però provare prova sempre.

Giocano qualche minuto, poi niente, la campanella suona, rimettono la palla nello zaino, Mike riprende la sua roba, lasciano il cortile, iniziano a salire le scale insieme.

– Pensavo peggio, non avevo mai giocato, è divertente.

Mike e Roger si presentano, si scambiano due risate su quanto Mike abbia fatto scifo in campo.

– Potresti lasciarmi il numero, se vuoi oggi pomeriggio giochiamo a calcetto, ti mando messaggio, siamo dispari…

– Io non ho il telefono, però se vuoi ti lascio quello di casa.

Ed è così che Roger lo scopre, inizia a fare domande, a stupirsi. Io vedo tutto perché prima ero in cortile a mangiare il mi panino e poi ho fatto le scale a pochi passi da loro. Però ancora io e Roger non ci conosciamo. Vedo la sua faccia stupita, sorrido sornione dentro di me perché lo so di cosa si sta stupendo: sta facendo la stessa faccia che io ho fatto poche ore fa all’entrata. Benvenuto in un altro mondo, penso, adesso anche tu conosci uno che va al liceo senza telefono. Fino a stamani vivevamo tutti e due in un mondo in cui NESSUNO al liceo viveva senza telefono. Ed ora, invece, sorpresa caro mio! Ne esiste uno. E sembra meno pazzo di quanto si potrebbe pensare. Cioè, magari tutto normale no, ma… è uno di quinta, che fa le sue cose, ha le sue primine che gli sbavano dietro, insomma, non è integrato ma nemmeno lo sfigato che si potrebbe pensare.

Passo accanto sol mio sorrisetto, senza guardarli. Completamente a caso, Roger mi prende per il braccio e mi fa:

– Ma lo sai che questo qui non ha il telefono? Voglio dire NESSUN telefono? Proprio nessuno nessuno?

– Ma dai? Sì che lo so, me lo ha detto stamani.

– Beh, ho quello di casa – dice timido Mike.

– Vabbè, grazie, quello di casa ce lo ha anche mia nonna di novant’anni – ride Roger.

Ed è così che cominciamo a conoscerci: ognuno rientra in classe: Mike in quinta, Roger in quarta, io in terza. Eppure i compagni di Mike hanno sempre saputo chi era, per forza devono averlo saputo. Ma non gli ha fatto tipo… nessun effetto. Strano, stranissmo per me. È proprio vero che nessuno è profeta in patria. Si vede che in classe sua sono talmente abituati ad averlo che non ci fanno nemmeno più caso.

Le lezioni scorrono noiose.

Io penso a lei.

D’altra parte alla mia età tutti i maschi pensano a una lei e tutte le femmine a un lui. Niente di originale. Ma, per me, chiaramente, il centro del mondo. Che ci devo fare?

Senza farmi vedere dalla prof. di arte accendo il telefono sotto al banco e la cerco, la trovo. Le metto qualche mi piace strategico. Non oso scriverle. Che cosa, poi? Che cosa dovrei scriverle? Ma che ne so, io? Boh.

Quando esco da scuola vedo che un sacco di gente va verso il campino dei giardinetti nella piazza. Calcetto. Non che me ne freghi niente. Ma vedo che ci va anche lei. E allora, ovviamente, che fai? Non ci vai? Ci vado, mi siedo dall’altra parte, non proprio davanti, per vederla senza che lei mi veda. Sennò poi te lo immagini che figura.

Perdinci bacco, se ero un pusillanime!

Ci avrebbero pensato gli Estinti a rimettermi in riga.

E lo avrebbero fatto ben presto.

Vi dovete immaginare: in campo dieci persone. Mike che prende palle in faccia però ride e si diverte, Roger che fa quello che può, Simon e Max che torreggiano nella loro abilità calcistica palesemente più avanti della loro età di almeno un paio di anni. Frutto di ore e ore di allenamenti rubati allo studio e alle estati. Per quei due il calcio non è un divertimento, non è una gara, è una religione.

Sugli spalti quasi tutti noi che saremmo diventati quello che saremmo diventati, misti a gente che sarebbe rimasta quello che era. Il freddo, moderato, di una giornata di un gennaio in pieno riscaldamento globale, che già fa presagire un futuro tutt’altro che accogliente, ma almeno temperato per il momento.

Nelle nostre teste, mia e di Roger, alcuni neuroni che iniziano a pensare diversamente da prima. Perché tra “nessuno lo fa” e “una persona lo fa” c’è la più grande differenza esistenziale del mondo, quella che intercorre tra “è impossibile” e “è estremamente difficile, ma non impossibile”. Mike aveva già compiuto un miracolo, e ancora non lo sapeva.

Né, per altro, gliene importava gran che, al momento.

Pensava a giocare a palla come una foca.

E si divertiva pure.

Perché Mike era sempre così: tutto quello che non ti aspetti.

E, poi, quando ormai ti aspetti tutto, ancora di più.

Esagerato e bellissimo.

Guido G. Gattai

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