LA BANALITÀ DEL BENE

Il vero problema nell’esprimere i sentimenti, oggi, è: l’iperemotivizzazione del mondo svolta dai media ha avuto un grandissimo successo. Tutto è amore, grandi sentimenti, tutto è (non è vero, non è, ma sembra) immenso, stratosferico. Per cui le parole vere sembrano false, si confondo le une con le altre. La vera differenza tra un “ti amo” falso (un insieme di sillabe stupido e sdolcinato, detto da uno sciocco che non sa davvero cosa prova, da uno che cerca solo una notte frizzante o recitato come battuta in uno sceneggiato) oppure un “ti amo” vero (questo sì grandioso e rarissimo) è solo il contenuto, ma all’esterno possono sembrare esattamente identici. Così il bene diventa banale. Non perché lo sia, ma perché viene percepito come tale. I sentimenti di affetto veri e propri vengono sviliti e soppiantati non dai loro opposti, ma dalle loro imitazioni. Così un essere umano arriverà a 30 anni avendo sentito usare “ti amo” mille volte e non saprà quanto volte fosse vero, o quante – magari – ci fosse del vero amore ma non è stato espresso. La vera magia, il vero sentimento, si nasconde nella foresta delle sue imitazioni, diventa invisibile, incomprensibile.
Ci sono molte persone che rifiutano i sentimenti proprio per questo: non perché insensibili, ma perché stomacati, nauseati da questa onnipresente melassa stucchevole di finti sentimenti che ormai avvolge il mondo.
Se tutti sanno dire “ti amo”, se i sentimenti vengono scimmiottati ovunque e in continuazione, a chi ne prova di veri restano solo due strade: chiamerei la prima “sparare fuochi d’artificio” e la seconda “annaffiare i fiori”. La prima può anche essere la conclusione della seconda, volendo, la seconda, invece, è sempre indispensabile dopo la prima.
Per “fuochi d’artificio” intendo la completa onestà, subito, totale, sperando che l’altra persona capisca. Sicuramente è una via rapida e comoda, ma pericolosissima: spessissimo viene fraintesa, poi – se prematura – può essere anche sbagliata: io magari mi dichiaro a X, ma la conosco solo da tre giorni e quindi non ho ancora capito che in realtà quello che provo per X è una vuota infatuazione che – se analizzassi meglio – troverei del tutto inconsistente. L’altra via, che mi piace chiamare “innaffiare i fiori”, è molto più lenta ma forse più sicura: ogni giorno dedicare del tempo a cercare di capire l’altra persona e a dimostrarle cosa si prova. Per giorni, settimane, mesi, se serve anni, magri per sempre.
In un mondo di riproduzioni, i sentimenti originali richiedono molta cura e attenzione per essere visti e capiti. E, se questa è una maniera lenta, è anche vero che – se è l’unica che funziona davvero – è l’unica. E, come diceva Gandhi, se una strada è lunga, ma è l’unica, è anche la più veloce.
Effettivamente in questo caso esiste anche la strada breve: provare ad aprirsi completamente, sperando di essere capiti. Di caso in caso, bisogna valutare attentamente se preferire sparar fuochi o innaffiare i fiori. Di certo, è meglio non farsi scoraggiare da questa foresta di plastica e non cadere nell’inazione, nel “tanto l’amore non esiste”, “tanto i veri sentimenti non ci sono”. Ci sono. Non spariscono mai. Sono solo molto ben nascosti, la sfida è stanarli, vederli, capirli, viverli.
E, sì, è il lavoro più duro del mondo. Ma anche il meglio pagato. Anzi: l’unico pagato con una moneta universale, dal valore intramontabile, l’unico lavoro – forse – pagato davvero.

Guido G. Gattai

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