IL COMSUMISMO UCCIDE TUO FIGLIO

In questi giorni sto organizzando il FilosoFestival ampliato che si terrà al Teatro Puccini questo Giugno. Sarà un festival enorme, molto più grande di ogni altra edizione organizzata in questi ultimi 10 anni. Ma un padre mi ha scritto e mi sono sentito in dovere di interrompere subito il mio lavoro per rispondere. Perché quello che chiede è di grande importanza per tutta la nazione, anzi per il futuro dell’umanità.
Rispondo quindi subito, e pubblicamente.
consumismo-300x226Questo padre si chiama Fabrizio Cerqueti ed ha visto una mia conferenza, tenuta al liceo Rodolico di Firenze, intitolata MARKETING: LO SPORT ESTREMO CHE TI UCCIDE ANCHE SE NON LO PRATICHI (video su YouTube) e mi chiede “Vorrei sapere se hai scritto qualcosa su consumismo ed educazione. Ho un figlio di 6 anni e “lotto” ogni giorno, ma ho bisogno di strumenti. Il linguaggio consumistico e il conformismo che ci circonda premono fortemente sulla famiglia.
No, purtropo non ho scritto niente su questo argomento prima, me ne dispiaccio e rimedio qui.
Pochi anni fa, alla nascita dei social networks, c’era una vera e propria moda del “sapere”. Si scopriva la voglia di informarsi, capire le informazioni e leggerle criticamente. Il senso critico, per pochi anni, potremmo dire che è andato quasi “di moda”. Certo, i siti “complottisti” imperversavano, ma questo – a parer mio – non era che un bene. Ovvero: faceva male, certo, anche, ma era più il bene che il male. A quel tempo io già facevo conferenze nelle scuole e termini come “rettiliano”, “Bilderberg” o “trilaterale” erano di dominio pubblico. Certo, ognuno poteva scrivere in rete quello che voleva e tanto di quello che si scriveva erano fandonie, buffonate, pressappochismo. Però tutti parlavano e tutti discutevano. Erano gli ultimi anni ’00 e i primi anni ’10.
Oggi la situazione è palesemente altra.
Nonostante la moda abbia deciso di vestire i nostri adolescenti tutti come piccoli secchioni (occhiali, bretelle e quant’altro) la verità è che farsi domande non va più di moda, anzi affrontiamo una vera ondata di segno uguale e contrario. Al grido di “goblotto!!!” si mette a tacere chiunque osi esprimere un’opinione differente da quella fornita dai grandi media o anche chi, pur accettando l’opinione dei grandi media, osi 2012_07_look_at_my_tot_toos-005copia-630x360esprimerne anche solo un’interpretazione differente da quella ufficiale. I siti di “contro-bufale” ne sono il peggiore esempio: non solo vengono usati per mettere a tacere chiunque non si allinei all’opinione obbligatoria dilagante ma anche per diffondere bufale vere e proprie sotto la protezione del “noi sbugiardiamo gli altri”. Non ho mai visto così tante bufale tutte insieme come su Bufale.net o BUTAC.it, altro che Informare x Resistere! Altro che Nocensura.com ! I cosiddetti “siti bufalari” infatti spesso si trovavano a pubblicare notizie non verificate od approssimative, nei “siti sbufalatori” invece si va a pubblicare deliberatamente il falso perché tanto… chi può sbugiardare lo sbugiardatore?
In questo clima il consumismo ha trovato il suo habitat culturale perfetto. Non tratterò qui di cosa sia il consumismo visto che l’ho già fatto in un articolo appronfondito in passato (te lo sei perso? leggi qui!) diremo solo che il consumismo è un sistema sociale basato sul fatto che tutti siano intenti a consumare come attività prevalente od esclusiva.
Il linguaggio del consumismo è il marketing. Non spiegherò qui nel dettaglio cosa sia e come funzioni il marketing, perché mi riprometto di farlo prossimamente in un articolo specificamente dedicato a questo, ma intuitivamente sappiamo tutti cosa sia: è il linguaggio del consumismo perché è il linguaggio della vendita e – chiaramente – per consumare si deve in primo luogo acquistare.
Il marketing prospera là dove il pubblico è il più omogeneo e supino possibile. Omogeneo: deve essere composto di persone che abbiano desideri più o meno tutti uguali, di modo da poter coprire il maggior numero di compratori con il minor numero di campagne possibili. Supino: il pubblico deve essere passivo nel riceve il messaggio pubblicitario ed obbedire al comando di acquisto. Se tutti hanno le stesse esigenze e gli stessi desideri ma queste esigenze e questi desideri non sono orientati all’obbedienza verso il marketing, infatti, il marketing non ha effetto, oppure ne ha molto meno.
La creazione di un pubblico del genere quindi non è solo casualmente comoda per il sistema consumista ma anche un obiettivo primario da raggiungere. Possiamo quindi dire con tutta tranquillità che il clima nel quale viviamo oggi, nel 2017 è prodotto volontariamente dal consumismo, e quindi dal potere centrale ovvero dalla media delle paure di tutti noi (non sai cosa sia il potere centrale? niente paura, leggi qui!).
Vostro figlio sarà quindi ovviamente introdotto, appena entra in società, in un mondo che lo spingerà al consumo e cercherà sempre più di renderlo consumista, minacciandolo, altrimenti, di divenire un vero e proprio “scarto sociale” che nessuno vuole. Diventano quindi d’abitudine casi come quello che ho appena letto sul Corrirere Adriatico su sgnalazione di Matteo Innocenti e Andrea Vitello e che vi riporto qui in parte: “Se sei un consumismo-innato-441x300bullo devi vestire alla moda, anche se hai dodici anni e metteresti la tua griffe sulle scarpe, sui jeans e sul giubbotto perché sei tu il boss. Ma sul look no, devi cedere perché fa figo seguire la tendenza, sfoggiare calzoni bucati, piumino “in”, magliette aderenti su addominali già scolpiti. Allora hai il fisico del ruolo per fare il predatore e guidare il gruppetto di giustizieri nella caccia alla vittima predestinata: il compagno cicciottello che gira con scarpe, giubbino e maglioni senza il logo di grido perché è un lusso che la famiglia non può permettersi. Il compagno nel mirino E lo scherniscono al grido: «Sei un poveraccio», gli puntano il dito contro, gli tolgono sicurezze, sorrisi e l’aria che respira, lo umiliano pure quando lui pensava che fosse finalmente arrivato il suo momento, quello del riscatto: l’entrata in classe con le scarpe da tennis muove di zecca, di marca: un regalo che ha voluto fargli la mamma in un gesto di sacrificio e d’amore. Inutile perché quelli non hanno ceduto, gliele hanno fatte togliere per dimostrare che erano false, perché lui è sfigato e non potevano mai essere originali.” (articolo originale qui)
Certo.
Ovvio.
Come difendersi?
Mi scrive ancora il padre a cui sto cercando di dare una risposta: “come genitore a volte temo di non essere capace di far sviluppare precocemente questo senso critico. Dico precocemente perché per come la vedo è l’unica via di uscita.” Fabrizio fa proprio bene a dirlo ed è un ottimo padre a porsi questi problemi, che sono di difficile ma non impossibile soluzione. Continua la lettera: “non si trovano favole anticosumistiche Guido! Non esistono… ovvero… esistono… le buone fiabe, Rodari ad esempio… ma io non intendo fiabe che trattano argomenti FUORI dal sistema consumistico… io parlo di fiabe che vadano espressamente CONTRO il sistema consumistico… in estrema sintesi: COME FARE A FARE IN MODO DI FAR SENTIRE TUO FIGLIO PIU FIGO E NON PIU SFIGATO SE A CASA NON HA TV, NON HA PLAY STATION, NON HA LA BMX ETC ETC….”
La mia compagna insegna alla scuola elementare e si è accorta di una cosa molto bella: alle domande sull’economia i bambini rispondevano in modo – ovviamente – disordinato. Tutti. Tutti tranne due. Due bambini ebrei infatti pareva fossero stati perfettamente informati di come funzionasse l’economia nel mondo e – senza dare le risposte di un Amartya Sen – erano però in grado di rispondere come ci si sarebbe attesi da un ragazzo di 16 o 17 anni. Cosa hanno azzeccato i genitori ebrei di questi due bambini?
Alejandro Jodorowsky risponderebbe che li hanno “fatti uscire dal gioco del bambino”. Li hanno trattati come adulti, gli hanno insegnato parole e concetti da adulti, probabilmente con pazienza, con cautela, ma non lo hanno trascurato. Non hanno applicato quel pericolosissimo “te lo spiego quando sarai grande” che può spesso costituire una seria perdita di tempo in momenti in cui diviene poi difficile recuperare. L’infanzia stessa, o meglio l’infanzia “bambinizzata”, è un’invenzione del consumismo. Invenzione tanto efficace che oggi il consumismo cerca di ampliarla: le università le chiamiamo scuole, i cartoni animati e i supereroi si guardano fino a 50 anni, i giocattoli dopo una certa età si chiamano “oggetti da collezione” e non più “giocattoli” ma si possono ormai acquistare ad ogni età.
Ovviamente non possiamo uccidere il bambino che è in noi e restare in contatto con esso per tutta la vita è non solo utile ma indispensabile. Il punto è riuscire a non farlo crescere fino a schiacciare l’adulto e il vecchio che sono in noi ad ogni età anche quelli ed hanno anche quelli le loro funzioni ben precise e altrettanto indispensabili.
Erasmo da Rotterdam nel suo “Per una libera educazione” invita infatti a non perdere tempo, ed insegnare subito ai bambini anche molto piccoli le cose più importanti che li aiuteranno ad affrontare la vita. Questo è un testo breve e molto facile da leggere che consiglio davvero di cuore a tutti coloro che si stanno addentrando o stanno per addentrasi nel difficilissimo mestiere di genitore. Non sostiene certo che i bambini non debbano giocare e divertirsi, ma che non debbano lasciarsi andare ad una vita di solo gioco vuoto. Il gioco può insegare, inannzitutto, ma – aggiunge Erasmo – soprattutto non si deve avere vergogna o timore di spiegare anche concetti compessi ai bambini, che si trovano in un momento di grane scarsità di informazioni, ma grandissima capacità intellettiva; il loro cervello, infatti, è molto più ricettivo e “potente” (in senso aristotelico) del nostro. Io stesso sono un esempio di questo metodo che sia i miei genitori che i miei nonni hanno applicato su di me e oggi dirigo un enorme festival di filosofia. Poteva andarmi peggio.
Avrei certamente potuto rispondere a questa richiesta scrivendo di mio pugno delle fiabe anti consumistiche, magari partendo dall’idea di base della cicala e la formica, e magari un giorno lo farò. Ma mi premeva nel frattempo sottolineare subito in questo articolo almento due cose: la prima, che ho dettagliato fin qui, è che i bambini non capiscono solo il gioco stupido o quello inteligente ma possono capire anche le pazienti spiegazioni ed anzi questo li predisporrà poi ad una più grande capacità di comprensione e attenzione nella vita quindi non solo avrete bambini che sanno di più ma anche bambini che imparano con maggior facilità, se seguirete l’idea di Erasmo.
Insegnare l’anticonsumismo oggi vuol dire insegnare ai propri figli a non cedere alle sirene che li chiamano verso l’affogamento in un mare di perpetua infelicità tutta la vita e debiti non appena adulti, insegnare l’anticonsumismo ai prpri figli vuol dire insegnare loro a mantenere una dignità (che è fatta di identità sana e consapevolezza) invece di lasciare che la loro dignità si dissolva in quell’orrendo orgoglio fatto di mancanza di una vera identità e rabbia che deriva da una mancata padronanza della propria vita e che poi va e sfogarsi sul primo che capita: l’altro, il diverso, che anche se umiliato ed ucciso non ci ridarà mai un identità a meno che non iniziamo a costruircela noi con le nostre mani.
La seconda ed ultima cosa che mi premeva esprimere è che da genitori non si può sperare che esistano soluzioni “una volta per tutte”, niente è definitivo come diceva Eraclito e quindi i nostri sforzi non possono che essere infiniti. Educare un figlio è uno sforzo infinito. Anche quando penserete di aver fallito, che non ci sia modo di recuperare, non crollate mai.
Sembra banale ma è utile ricordarlo: solo arrendersi è una vera sconfitta. Le altre sconfitte sono sempre e solo passeggere.
Fabrizio incalza “l’unica via è creare un sistema alternativo di riferimento e cercare di fare comunità con altre famiglie che condividono questo sistema… difficilissimo”. Non solo sono d’accordo sul fatto che sia difficilissimo ma anche sul fatto che si dovrebbero creare delle comunità, o “bolle di resistenza” come si dice in gergo, perché da soli è molto difficile. Ovviamente per questo non ho soluzioni a portata di mano, però, perché qui a Firenze posso far qualcosa ma a Savignano sul Rubicone, nell’Emilia-Romagna, da cui mi scrive, gli unici a potersi muovere in questa direzione sono gli abitanti di Savignano sul Rubicone stessi. Ognuno deve cercare di creare una rete nella propria comunità per aiutarsi a vicenda a crescere i propri figli, perché come diceva Gandhi “solo un villaggio può crescere un bambino”. Quello che però chiedo a tutti gli artisti e scrittori che mi leggono è di cercare di creare un tessuto culturale il più possibile anticonsumista in modo che ogni genitore che prova a fare un lavoro in questa direzione possa trovarsi in mano più strumenti possibili a livello culturale. Anche le associazioni culturali credo che dovrebbero muoversi in questa direzione. Noi per esempio a Firenze stiamo organizzazno un circuto di scambio di oggetti usati, aiutiamo i ristoranti bio ad avere visibilità sul nostro giornale, facciamo conferenze in cui spieghiamo queste cose ai ragazzi dei licei, aiutiamo a mettere in contatto varie realtà che fanno cose simili per federarsi e completarsi e via e via e via… non ci sono ricette uniche ma ogni associazione – perché no – ogni istituzione dovrebbe essere sensibile al problema e trovare idee per creare un tessuto migliore e più ospitale per chi come Fabrizio sta lavorando per dare a questa nazione figli di cui essere fieri, per dare al mondo ancora una possibilità di essere felice.
Buon lavoro a tutti, perché il nostro futuro sono i nostri figli, le nostre speranze sono tutte e solamente nel nostro modo di educarli. Quindi in noi. Niente scuse, niente rese, non ci avranno mai.
E tanto meno gli lasceremo i nostri figli.

Guido G. Gattai

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