LA MASCHERA DI MILGRAM

Tutti sanno che, nel 1961, Stanley Milgram all’università di Yale ha dimostrato come fosse possibile il nazismo, ovvero un sistema all’interno del quale onestissimi e normalissimi cittadini compissero azioni le cui conseguenze fossero così mostruose. Il segreto era facile: cuore non duole, se occhio non vede. Bastava togliere la percezione sensoriale ai carnefici per fargli uccidere le vittime in totale assenza di remore o rimpianti. Questo è in perfetta linea con le ricerche sui Neuroni Specchio del team Rizzolatti di cui tanto bene ha parlato Eugenio Bianco in questo articolo.
Il problema è che oggi il consumismo ha creato un sistema di gran lunga più pericoloso e algogeno del nazismo. Eppure nessuno pensa di essere più cattivo dei nazisti. Anzi. Noi pensiamo di essere i buoni! Parliamo del nazismo come di un “male assoluto” contro il quale abbiamo combattuto e vinto. Quale effetto Milgram su scala mondiale può far credere a chi partecipa al gioco più orribile della storia di essere meglio di altri che hanno fatto un milionesimo del loro danno?
È chiaro che non può trattarsi di un’inibizione audio o video, oggi le comunicazioni sono troppe, tutti vedono e sentono le conseguenze del consumismo. Allora? Come si fa a far muovere l’intera umanità o quasi verso il “male” oggi?
Facile: Milgram non è più semplice e diretto ma “nebulizzato”. Niente è nascosto, tutto si vede, ma tutto viene reinterpretato, nascosto, mistificato, di modo che assuma un differente significato. La cultura risparmia alla mente quello che i sensi non riescono più a risparmiarle: il senso di colpa, che – se affrontato – porterebbe ad un cambiamento di sistema sociale. Ed ogni sistema sociale, si sa, fa di tutto per riuscire a sopravvivere.
Il processo di nebulizzazione che va a creare questa nuova maschera di Milgram (molto simile a quella descritta nell’episodio 5 della terza stagione di Black Mirror ed esattamente inversa rispetto agli occhiali da sole di Essi vivono) è composto da queste credenze:

1 – Su certe cose, noi non abbiamo alcun potere di azione. Questo è relativamente vero. Soprattutto, diventa vero proprio perché lo riteniamo vero: l’umanità intera muovesse contro la fame nel mondo risolverebbe il problema, se l’umanità intera agisse contro le guerre nel mondo potrebbe spazzarle via tutte ecc. ecc. La vera ed ovvia ragione per cui ognuno di noi può far poco su questi fenomeni è la stessa convinzione che non possiamo farci niente, che porta al non parlarne, non unirsi, non organizzarsi, non agire. Ci sono anche altre ragioni e questioni in gioco, sì, ma questa è innegabile: se davvero volessimo, potremmo. Non possiamo perché non vogliamo.

2 – Ognuno di noi può fare tutto quello che lo rende felice anche da solo. Questo è completamente falso come dimostrano, appunto, le ricerche del team Rizzolatti citate poco sopra. Si può essere felici solo coesistendo. Da soli ci si deprime fino alla morte, esattamente come una cellula staccata da un corpo vivo può sopravvivere solo poco tempo. Ma, se si crede in questo principio, si ha molta poca cura degli altri e si crea una società dell’esclusione invece che dell’inclusione. Il che ci porta alla seguente convinzione.

3 – Se non segui la massa, se non ti omologhi, verrai emarginato e calpestato. Questa credenza, in apparente contraddizione con la precedente, è in realtà abbastanza sinergica con essa. Non hai bisogno degli altri per essere felice, ci dice la “nuova maschera di Milgram”, ma hai bisogno di tenerli buoni per non farti attaccare e sbranare da loro. Gli altri non sono più piacevoli compagni di vita ma entità oscure da tenere alla giusta distanza per non farsi sbranare dai loro ego ipertrofici. Come la prima affermazione, anche questa diventa vera proprio e soltanto perché tutti ci credono. Un mondo in cui vedessimo negli altri dei sodali sarebbe un mondo migliore per tutti, e potrebbe iniziare domani. Ma non succede perché ognuno ha paura ad iniziare, e se inizia uno solo viene solo sbranato a morte. Allora bisogna organizzarsi per iniziare in tanti e difendersi da chi non inizia. E questo alcune associazioni lo fanno. Ma spesso poi diventano soltanto entità d’attacco più pericolose e forti, non centri di diffusione di un metodo per migliorare il mondo, diventano cioè mafie e non esempi. E una mafia non risolve niente.

4 – In fondo, siamo tutti egoisti. Questo è un vecchio giochetto inventato dalla filosofia tedesca che non ha alcun senso logico ma molto impatto emotivo su chi lo ascolta. Il giochetto di prestigio funziona, in realtà con ogni teoria che postuli una forma di “tutto il mondo è X”. Se io dico, ad esempio, che tutto il mondo è rosso, posso sostenere che tutti gli altri colori in natura siano tonalità di rosso. Se, come dice Freud, voglio pensare che tutto derivi solo dal sesso, mi basta vedere il sesso in tutto. Se, come dicono i marxisti, voglio vedere il capitalismo in tutto, mi basterà chiamare ogni sistema economico e sociale “particolare tipo di capitalismo”. Allo stesso modo, dentro di noi, ci sono molte tendenze, non certo una sola, ma si può facilmente dire che ce n’è una sola se pensiamo che le altre siano solo “versioni” di quell’unica. In realtà… beh, questo è un discorso complesso di cui ho già parlato qui -> click.

5 – Demonizzazione del diverso comportamentale. Chiunque si distacchi dalle idee dettate dal main stream viene demonizzato, allontanato, stigmatizzato con parole infamanti come poteva essere “fascista” negli anni ’60 o ’70, poi “comunista” nell’era di Berlusconi o “complottista” oggi. Nessuno deve essere discriminabile per quello che è poiché la discriminazione deve essere aggiustabile e modificabile in ogni momento dai media. Oggi si mettono persone di colore, donne, gay e chi più ne ha più ne metta tutti sullo stesso piano. Ma non per salvarli dalla discriminazione e dargli una vita dignitosa, al contrario! Per potere discriminare, all’occorrenza, anche l’eterosessuale bianco e protestante. Perché devono sapere tutti – ma proprio tutti – che non conta niente chi se o come sei, quel che conta è come ti esprimi, cosa fai e come ti mostri. E se lo fai male, chiunque tu sia, sarai discriminato. Perché il “giusto” deve essere una categoria sempre in mutamento, in modo che essere “ben visti” comporti un lavoro costante di aggiustamento e contraddizione ideologica. Deve essere un barcamenarsi spaventoso per non cadere da un filo sospeso. Questa paura è la “colla” che tiene ben “appiccicata” ai volti la nuova maschera Milgram.

6 – False credenze date per vere e mai verificate. Come risultanza del punto 3, la popolazione crede (o almeno finge di credere) a qualunque cosa venga proposta dai media del main stream, perché ha molta paura del punto 5. C’è anche un altro fattore: tutti vogliono credere che il mondo sia un posto bello e buono, nessuno vuole preoccuparsi, o almeno non troppo, non più del limite accettabile. Siccome la tensione sociale creata con il trucchetto di cui al punto precedente è già altissima, nessuno o quasi è in grado di reggere anche lo stress di pensare che forse ci potrebbe essere qualche falla nelle notizie che riceve (di adunafobia e sustafobia abbiamo già parlato qui). Allo stesso tempo l’uomo consumista sa che TUTTE le notizie che riceve sono abbastanza false sempre, perché il main stream ogni tanto si tradisce oppure le spara troppo grosse. Quindi l’uomo consumista vive nella posizione mentale owelliana (della struttura orwellina della società abbiamo parlato già qui) per cui non crede in niente di quel che gli viene detto ma discrimina chiunque osi dire pubblicamente che non ci crede. Si batte, ogni giorno, per difendere cose che sa – o almeno sospetta fortemente – essere completamente false. Questo perché, lo ripetiamo, da un lato è mosso dalla paura di essere discriminato se non discrimina per primo e dall’altro ha il sistema nervoso troppo fiaccato da questa continua paura e tensione per avere il coraggio di difendere o anche solo esprimere quel che davvero pensa.

7 – Disabitudine alla pulizia logico-linguistica. Per tenere in piedi tutto questo, ovviamente, bisogna bandire il pensiero critico, la filosofia e la loro comune base: la correttezza logica del linguaggio. Bisogna insegnare alle persone a mentirsi, a omettere dati importanti, ad esprimersi male in modo da fraintendersi. Quando avevo 11 o 12 anni mi stupivo di come leggere un fumetto italiano fosse molto più piano e semplice che leggerne uno americano. Perché? Facile! Perché l’America era già molto avanti nella caotizzazione linguistica. Il linguaggio, fateci caso, è sempre meno lineare, le parole delle canzoni si capiscono con difficoltà sempre maggiore, le serie TV narrano le gesta di persone che passano il tempo a mentire, non dire, dire in modo da non esser capite. E via e via e via… e chi non ha la capacità e la struttura per intavolare rapporti retti con gli altri, piano piano inizia a mettere anche più difficilmente ordine tra i suoi pensieri, non sapere cosa vuole, cosa fa, perché lo fa, e quindi anche le notizie sulle conseguenze delle sue azioni diventano fumose, contraddittorie, fraintendibili, alla fine, meno difficili da ignorare.

8 – Ignorare ogni evidente conseguenza delle proprie azioni è, a questo punto il passo più ovvio. Comportarsi secondo questo codice è, ovviamente, una catastrofe nelle sue conseguenze. Un sacco di cose finiscono male se segui questi punti, esattamente come se tu guidassi con una benda sugli occhi. Perciò, aiutato dal punto 7, l’uomo consumista procede alla disconnessione tra cause e conseguenze con slogan del tipo “non giudicare” (impossibile: tutti giudichiamo, è la natura della mente umana), “chi sei tu per dire questo” (scioccamente provocatorio: tutti gli esseri umani hanno diritto a dir quel che pensano), “ma alla fine tu che ne sai” (sempre vero, ma non vuol dir nulla, ognuno si esprime in base alla propria esperienza e fa proprio bene a farlo). L’uomo consumista non usa questi slogan solo per chiudere la bocca agli altri ma anche e soprattutto contro sé stesso, contro il proprio intelletto per tacitarlo quando lo mette davanti ai suoi continui e più che prevedibili fallimenti.

8 – Ma dopo tutto questo amaro, ecco finalmente la dolce pillola: tu vali! Tu sei importante! Tu sei il più importante di tutti! Ecco perché devi metterti questa maschera di Milgram anche se ti rendi conto che ti nasconde la realtà, che è una maschera e che comporta tanti danni. Chi se ne importa dei danni agli altri o al resto dell’umanità, e chi se ne importa anche dei danni a te stesso! L’unica cosa importante sei tu, ma non tu come persona, tu come attimo, tu come piacere momentaneo, istantaneo, qui ed ora, nella forma di piacere più sublime possibile. Peccato che questa costruzione perfettamente astratta non abbia alcuna esistenza reale e quindi non possa avere alcun interesse. Quel “tu” che la pubblicità ti dice che “vale” è solo un concetto vuoto per non farti pensare a chi davvero sei e cosa davvero vuoi (di cosa davvero vogliamo abbiamo parlato qui). Su quanto quest’idea che “tu vali tutto ma non puoi nulla” sia falsa e quanto sia vero proprio il contrario e cioè che tu non vali quasi niente ma puoi quasi tutto abbiamo già discusso ne “La guerra delle uova” e quindi non ci ritornerò. In questo caso voglio solo puntare l’accento su di una cosa semplice: anche questo ottavo punto, ovvero la ragione per cui mettersi la maschera, è del tutto falso e fa parte della maschera stessa: ovviamente, nessuno può essere felice se non è circondato da persone felici. Ricordate il punto 2? E i neuroni specchio? Ecco.

Nell’episodio 5 della terza stagione di Black Mirror alla fine il soldato sceglie di rimettere la maschera perché il mondo là fuori è orribile e non riesce ad affrontarlo senza. Ma, si sa, Balck Mirror è una serie disfattista che fa parte del circuito main stream, che punta ad incuriosire i cervelli più accesi per poi spegnerli. E, infatti, questo finale è una gran bufala disfattista.
Il mondo là fuori, se togliete la maschera, non è per niente cattivo come ve lo raccontano. Non è così irrecuperabile. Niente è mai irrecuperabile fino a che si è vivi. Io ricordo sempre che una volta pensavo che non ce l’avrei mai fatta con una ragazza. Sono andato per lei in un paese che non conoscevo, con una lingua che non parlavo, sono quasi morto assiderato. L’ho fatto solo perché credevo che fosse l’unica cosa che potevo fare, l’unica cosa giusta. Se mi aveste chiesto se pensavo di riuscire ad ottenere anche solo una carezza, avrei risposto con un triste e risoluto no. Ed avrei avuto ragione a farlo lo stesso. Ne sarebbe valsa la pena anche se alla fine fossi morto. Perché era la cosa giusta da fare per me. Per la gioia di fare il bene. Solo per quello.
Però, a sorpresa, alla fine ci siamo messi insieme. Abbiamo convissuto tre anni.
Conviene sempre fare la cosa giusta, per quanto faccia paura. Sopratutto per la soddisfazione di aver fatto ciò che era giusto. Ma anche perché, poi, alle volte, finisce anche che – a sorpresa, contro ogni pronostico – vinci anche.

Guido G. Gattai

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