ATTACCO ALL’AMORE

crisi-coppiaLa crescita del numero delle persone sole e dei divorzi è – oggi come oggi – uno dei dati più interessanti della sociologia analitica e grida forte il suo bisogno di essere interpretata.
“Sono 6 milioni 866 mila i single non vedovi, i monogenitori non vedovi, le coppie non coniugate e le famiglie ricostituite coniugate. Vivono in queste famiglie 12 milioni di persone, il 20% della popolazione, dato quasi raddoppiato rispetto al 1998.” ci dice l’Istat.
“I tassi di separazione e di divorzio totale sono in continua crescita. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi.” dice ancora l’Istat.
Ma perché? Sempre secondo i dati Istat la ragione per cui tanti scelgono di essere single è semplice: “I motivi di tale scelta vedono al primo posto il lavoro (30%). Seguono gli spostamenti per studio (20,3%), per stare con il coniuge/partner (12,2%) e per stare con i genitori (10,9%).” Ma mentre i dati possono essere precisi per quello che riguarda i fatti, difficilmente possono essere attendibili – e ancora meno possono essere esaustivi! – se si parla di interpretare questi fatti. Innanzi tutto le persone molto spesso non hanno idea del perché facciano quel che fanno e tendono a rispondere a caso per togliersi di mezzo il sondaggio ed andare a farsi gli affari loro. Poi, anche quando sanno perché fanno quel che fanno, non è minimamente detto che abbiano voglia di dirlo al sondaggista, ammetterlo nero su bianco oppure addirittura a volte non è detto che lo vogliano ammettere con se stessi.
Per questo ci sono gli studiosi di sociologia interpretativa o – come preferisco chiamarla personalmente – gli studiosi di struttura sociale.
Questo ovviamente non vuol dire né che noi siamo in grado di dare una risposta, né che siamo in grado di dare una risposta definitiva o d univoca, e neppure che tentare di dare una risposta sia per noi facile. Vuole solo dire che abbiamo il dovere di tentare di dare una risposta.
Partendo come mio solito dalle ricerche di Huxley saggista, cercherò di spiegare perché al potere centrale convenga questa situazione e come è stata ottenuta nel tempo, nella ferma convinzione che tutto ciò che non conviene al potere centrale, o non nasce o viene fermato. Altrimenti il potere centrale non sarebbe il potere centrale.
Partiamo dal fatto che in questo periodo storico e in questa parte di mondo il potere centrale “ha deciso” – come tutti sappiamo – di esercitarsi attraverso il consumismo. Capito questo, più o meno, il resto viene da sé. Sono semplici conseguenze logiche.
Prima conseguenza logica: il consumismo non vive di terrore come la dittatura, di fede come la religione, di ideali come il comunismo o di sogni come il capitalismo. Il consumismo vive di tensione. Tutto quello che può essere fatto per creare stress verrà quindi fatto. Perché noi gente moderna sappiamo che dobbiamo vendere se vogliamo restare in piedi. E se diffondere stress vende, noi – non io o te che leggi, noi come umanità – non esitiamo un attimo a diffondere stress. Poco importa se questo ci ricadrà addosso: è meraviglioso vede come in ogni epoca gli esseri umani siano disposti a rischiare di estinguersi sul serio per sfuggire a pericoli immaginari.
Ovviamente nessuna struttura sociale rinuncia ad usare alcuna delle emozioni umane disponibili, per carità, anzi! Sono sempre tutte le benvenute e vengono sempre tutte sfruttate al massimo e al meglio rendendole funzionali alla struttura in gioco. Ma ogni struttura ha – come dire? – le sue preferite, ecco. E la preferita del consumismo è, senza ombra di dubbio, la tensione.
Rispetto alla paura qui si preferisce il timore: non abbiamo una vera e propria paura del sistema economico vigente… lo temiamo, sì, sappiamo che può oscillare ma non ne abbiamo una vera e propria paura anche se ha ucciso più esseri umani di qualsiasi altra costruzione sociale prima. Non ci credete? Il consumismo è il primo sistema sociale a coinvolgere le strutture sociali di tutto il globo e con che effetti? Basta anche solo pensare ai 13.000 bambini che muoiono di fame al giorno e Hitler, Stalin, le crociate o i massacri dei nativi americani vi sembreranno subito miseri principianti, cifre irrilevanti, raffreddori davanti ad un cancro.
Rispetto ai sogni nel consumismo si preferiscono gli incubi: nel capitalismo si lavorava duro perché si sognava un bel futuro, una casa ed una macchina, una lavatrice ed un frigorifero, cose che – tenute di conto e riparate – si pensava sarebbero passate di generazione in generazione. Oggi si lavora solo per non finire schiacciati da una macchina che genera crisi e disoccupazione. Non si corre più, si è ricorsi.
Rispetto alla fede o agli ideali si preferisce il nichilismo (non quello di Sartre, un nichilismo volgare ben oltre Hobbes): niente ci può salvare, dobbiamo salvarci da soli, homo homini lupus. Uno dei motti del consumismo potrebbe quasi essere “chi crede è perduto”. Chi ostenta buoni sentimenti verrà sfruttato, chi dubita quando deve fare del male al prossimo verrà sopraffatto, chi pensa a qualche altro ideale che non sia – appunto – il vecchio e orrendo homo homini lupus, troverà qualcuno meno titubante che gli strapperà la gola e si ciberà delle sue carni. Metaforicamente, chiaro, metaforicamente. Ma non per questo meno inesorabilmente. Eppure anche in questo caso, anche se sappiamo benissimo che così è, non siamo veramente e propriamente terrorizzati da questo modo di vivere, no… noi gente di oggi pensiamo che bene o male che in qualche modo ce la faremo, che ci accadranno quasi certamente un sacco di cose brutte, ma non orribili. Le cose orribili accadono sempre a qualcun altro. Non a noi. Ci sentiamo protetti. Ed in un certo senso lo siamo: siamo protetti da una bolla di informazione che distorce le nostre percezioni convincendoci, appunto, che va sì tutto male e che quindi dobbiamo aver timore, ma che le cose non vanno poi così male e che quindi non abbiamo alcun bisogno di cambiare struttura al nostro sistema sociale perché non va così male, alla fin fine.
Nel campo dei rapporti di coppia, questo schema viene riproposto: non ci viene detto proprio esattamente che dobbiamo fuggire gli uni dagli altri, no, anzi, veniamo continuamente incoraggiati a trovare l’amore della nostra vita. Perché tutto il processo di ricerca dell’amore della nostra vita è una fonte inesauribile di consumi: fiori, cene, applicazioni per i nostri telefoni, regali, cioccolatini, benzina per gli appuntamenti e poi ancora viaggi, feste, pizze a domicilio vestiti eleganti o appositamente non troppo eleganti perché l’occasioni richiede di non essere troppo eleganti, squash, tango, canoa, e chi più ne ha più ne metta.
Il problema nasce quando la relazione rischierebbe di divenire stabile. Le relazioni stabili hanno una sola cosa che crea consumi: i figli. Infatti veniamo incoraggiati moltissimo ad avere figli. Ma dopo la stabilizzazione della nostra coppia, avere figli è l’unica cosa in cui veniamo incoraggiati. In ogni altra direzione veniamo potentemente scoraggiati. Perché una famiglia solida ha un solo frigorifero, una sola casa, una sola lavatrice e un solo televisore – magari due, oggigiorno. Due nuclei monofamiliari invece raddoppiano tutto: due case, due forni a microonde, magari due cani, perché no? Anche gli animali domestici sono una buona fonte di consumi.
Ma soprattutto: le persone tranquille e felici non hanno attacchi di panico, stress, tormenti… insomma niente che si possa portare ad attacchi di shopping compulsivo. Le persone sole, invece, sono molto soggette a tutto questo e hanno molto più bisogno di “consolarsi” con acquisti voluttuari e spesso anche inutili.
Quindi il consumismo per sorreggersi ha bisogno di “supportare” la nascita e il decadimento continuo dei rapporti sentimentali. Ed essendo il consumismo l’attuale “manager” della “ditta” del potere centrale, si fa tutto quello che serve acciocché prosperi.
Chi lo fa? Ovviamente siamo noi stessi. Il marketing non è fatto da tre o quattro esperti di marketing in oscure stanze, ma lo facciamo ogni giorno tutti noi per mantenere il nostro lavoro, migliorare la nostra posizione, o magari per sopravvivere.
Bisogna ricordarsi che il consumismo è il più utile degli strumenti che il potere centrale abbia trovato perché è uno dei pochi sistemi sociali che tendono a mantenere sé stessi invece che a collassare sul lungo periodo. La dittatura tende chiaramente a collassare a causa dell’opprimente esercizio del potere diretto e senza mediazione, la religione rischia il collasso quando fa i conti con la razionalità e i sistemi razionalisti rischiano il collasso quando trovano un predicatore che parla al “cuore” della gente. Il consumismo invece crea uno stato di fibrillazione che, una volta creato, è reale e inevitabile – cioè non puoi vivere come se non esistesse. Più le persone fibrillano, tremano, temono e più questo darà loro ragione di continuare a fibrillare, tremare e temere perché vivere in un mondo che fibrilla, trema e teme, è un’ottima e incontestabile ragione per fibrillare, tremare e temere. Anche perché se smetti di farlo, prima o dopo qualcun altro – continuando a farlo – te lo attaccherà di nuovo. E ricomincerai a fibrillare, tremare, temere.
Le uniche possibilità di collasso per il consumismo sono tre: la fine delle materie prime (e dell’energia sufficiente al riciclo), la ferma forza di volontà dell’intera popolazione mondiale di arrestare tutto questo (ottenibile solo con una massiva presa di coscienza ed auto organizzazione) oppure il collasso dell’umanità stessa fino al rimanere in vita di qualche centinaio umani in un pianeta che ormai non offre più le condizioni di sopravvivenza. E da lì di nuovo le opzioni saranno due: o la riorganizzazione sociale o la definitiva estinzione.
E – per quanto il consumismo ci illuda che niente di tutto questo dipenda da noi per renderci indifferenti ed inattivi – è vero proprio il contrario: tutto questo dipende da noi, solo da noi e nient’altro che da noi.
A noi la scelta.

Guido G. Gattai

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