SI DEVE, DEVO, VOGLIO, HO VOGLIA, MI VA

Durante il medioevo vivevamo nel mondo del DOVERE SOCIALE: la vita era scandita, per tutti, da ciò che si doveva: il monaco doveva pregare, seguire la regola del monastero, osservare le virtù ed evitare i peccati. Allo stesso modo il contadino doveva andare in chiesa, coltivare, pagare le tasse, partecipare alle feste di paese. E anche il ricco doveva governare, mantenere i possedimenti che aveva ricevuto in eredità nelle migliori condizioni possibili per i propri eredi, dare esempio di virtù e dimostrazione di forza. Altrimenti, anche lui, rischiava che gli cadesse la testa in un cesto sulla pubblica piazza o di ritrovarsi avvelenato su un tavolo imbandito di cinghiali e pernici.
Il medioevo si è infranto nel rinascimento grazie all’arrivo del DOVERE PERSONALE: la CHIAMATA personale dei mistici, di Giordano Bruno, Martin Lutero e chi più ne ha più ne metta. Si trattava sempre di un dovere, ma di un dovere tutt’altro che esterno, scaturiva dalla propria esperienza, lunga riflessione e – per chi ci crede – anche dalla fede.
Con l’illuminismo siamo passati al mondo del VOLERE: la vita era scandita dal capire quello che davvero volevamo, da chi volevamo essere, da cosa volevamo fare. Non più dovere, ma mutevole volere. Il passaggio era ottimo, ma la falla era aperta. Il passaggio è stato graduale e probabilmente solo Freud lo ha davvero portato a termine, ma all’alba del ‘900 era ufficiale: il dovere era in secondo piano rispetto al volere. Bel passaggio, direte, qualcuno griderà addirittura “finalmente!”. Già. Però, come tutte le cose, purtroppo, quando se ne assaggia un po’ si finisce presto col mangiarne troppo. Sopratutto se entra in gioco il nostro buon vecchio amico, il consumismo.
Presto non è stato più importante quello che DAVVERO volevamo perché, semplicemente, il marketing ce lo aveva fatto dimenticare. E quindi è diventato, tra gli anni ’50 e i ’80, il dominio del HO VOGLIA. Non contava più chi si voleva essere o cosa si voleva fare, ma sempre di più quello di cui si aveva voglia al momento. Dagli ’80 ad ogni la metamorfosi si è del tutto completata nel dominio del MI VA. Il MI VA consumistico è appiattimento totale di ogni riflessione, puro istinto, ma non sano istinto animale, pura ubbidienza al comando subcosciente e incosciente della quantità infinita di pubblicità e traumi affettivi con cui il consumismo ci ha costruiti. Il MI VA è, di fatto, il grande, vero e imbattibile nemico della felicità.
In effetti riflettiamoci: perché, intuitivamente, non ci piace il dominio del DOVERE? Perché nel SI DEVE, cosa si debba è deciso da altri. E perché anche il dominio del DOVERE PERSONALE non ci piace? Perché spesso ciò che sentiamo giusto porta conseguenze molto spiacevoli sul breve o medio termine, sacrifici. Ebbene, il MI VA ha gli svantaggi sia del primo che del secondo. Per questo io parlo spesso di “medioevo tecnologico”, perché l’abbrutimento tecnologico (di cui si è parlato approfonditamente qui e qui) ci ha riportati alla totale mancanza di decisione, al non controllare più minimamente le nostre vite. Tutto è deciso da altri, e questi “altri” alla fin fine, sono processi automatici sui quali nessuno di noi ha poi molto potere (ne ho parlato qui e qui). E – per di più – spesso le vogliette ci portano molto dolore sul breve, medio e anche lungo termine. A meno che non diventiamo campioni dello sport di mentire a noi stessi. Ma essere campioni in quello sport ha, poi, altre conseguenze negative.
Per disinnescare questo processo almeno in noi stessi, cerchiamo di capire come funziona: solo tre di questi domini possono fare bene all’umanità. Il dominio del SI DEVE può essere buono se guidato da persone che sanno cosa davvero l’umanità deve fare per prosperare. Il dominio del IO DEVO può essere buono se anarchico nel senso più puro e profondo, ovvero se la legge diventa inutile perché tutti conoscono e seguono la legge di natura per seguendo il senso della vita (ne ho parlato qui). Ma siccome questi due casi non accadono quasi mai, secondo me è meglio puntare al dominio del VOLERE ma evitando che questo si perverta nel HO VOGLIA o nel catastrofico MI VA.
Come si fa? Semplicissimo: basta guardare alle conseguenze. L’antidoto è, come in quasi tutto, pensarci un attimo. È il mio VOLERE ciò di cui approvo anche le conseguenze a lungo termine, è un mia VOGLIA quello di cui approvo le conseguenze solo a breve o medio termine, è VOGLIETTA  o CAPRICCIO quello riguardo al quale non ho riflettuto minimamente sulle conseguenze.

Esempi:
VOGLIO diventare avvocato perché mi garantisce un buon futuro
HO VOGLIA di uscire in discoteca tutte le sere perché mi appaga i sensi ma non mi garantisce un gran futuro
MI VA di farmi nove litri di birra in una sola sera e chi se ne frega se ci lascio le penne.

VOGLIO trovare una persona che mi ama
HO VOGLIA di trovare molti partner
MI VA di scopare qualunque cosa si muova e respiri, basta che non puzzi

Avete fatto caso che in ogni esempio il terzo caso è sempre il più “divertente” da leggere? Beh, quello che ci piace e ci diverte lo decide il sistema in cui viviamo (ne ho parlato qui), e – secondo voi – perché ci ha reso più simpatiche le cose che ci fanno peggio? Su che è semplice: più che si è scontenti, danneggiati e insoddisfatti e più che si hanno bisogni, più che sia hanno bisogni e più che si compra. E il consumismo va avanti, mentre noi… beh, sopravviviamo. Ma potremmo vivere meglio.
Pensate sempre alla conseguenze delle vostre azioni e vivrete sempre la vita che VOLETE. Se poi studierete e rifletterete molto, se vorrete davvero arrivare “in alto” nell’evoluzione personale, allora un giorno potrete anche provare a volare altezza morale dell’IO DEVO. Ma attenzione. Prima bisogna aver capito molto bene cosa si deve, sennò si rischia di fare troppi danni. Intanto un indizio: quando arriverete all’IO DEVO ricordatevi sempre che nessun può mai davvero essere sicuro di quello che deve davvero fare, non prendete mai niente come dogma ma tutto come ricerca.
A meno che non si tratti di materia di fede, in quel caso io faccio il filosofo, non è a me che dovete chiedere.

Guido G. Gattai

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